di Filippo Giorgianni

Talvolta perfino pellicole cinematografiche non eccelse riescono a mettere profeticamente a fuoco la realtà socio-politica, come nel caso del vetusto Demolition Man, nel quale un Sylvester Stallone poliziotto, dopo qualche decennio di ibernazione, si trova catapultato in una società distopica in cui apparentemente tutto sembra ordinato e non-violento, ma che in realtà nasconde una repressione nei confronti della libertà di pensare e vivere diversamente, al punto che il suo grande e “pacifico” ideatore finisce con l’ordire l’assassinio del leader dei reietti che vivono nel sottosuolo e che, con la loro sola esistenza (per quanto periferica), minacciano l’ordine costituito.

Se le si compara con la pellicola si noteranno affinità con le tendenze attuali (anche se magari ancora non del tutto realizzate): si è ossessionati dalla sparizione di qualsiasi tipo di violenza tanto da voler disarmare anche le forze dell’ordine – o addirittura, nella nostra realtà, scioglierle, come accaduto a Minneapolis –, le quali divengono impotenti di fronte al crimine; viene imposto un rigido codice linguistico che impedisce perfino il turpiloquio, sanzionato da multe, pur di non offendere nessuno; è prescritto il salutismo per legge; le multinazionali vanno creando grossi conglomerati che fagocitano ogni concorrenza (nella distopia cinematografica non esistono più ristoranti, divenuti tutti Taco BellPizza Hut nella versione europea della pellicola); si punta all’estinzione della cartamoneta, sostituita da transazioni integralmente elettroniche, in un contesto di controllo tecnologico totale delle città e degli spostamenti tramite chip sottocutaneo (tendenza, questa, che nella realtà fino a pochi anni fa veniva denigrata come complottista, ma che lentamente negli ultimi anni viene considerata dai mezzi di comunicazione di massa una possibilità che qualche multinazionale già medita di introdurre per i propri dipendenti, anche con la variante del braccialetto elettronico); la sessualità si virtualizza e la riproduzione avviene per via artificiale.

Dietro l’apparenza rosacea di un mondo infantilizzato – le cui manifestazioni John Spartan/Stallone definisce «fasciste» –, rischiamo di avviarci verso un sostanziale totalitarismo progressista, come notato dall’ateo ed anarchico (insospettabile di simpatie conservatrici) Michel Onfray nel suo ultimo volume Teoria della dittatura e come paventano i centocinquanta firmatari (sostanzialmente progressisti) di un manifesto per la libertà di parola contro i movimenti di distruzione di massa che cercano di abbattere i monumenti e le idee “non conformi”. Se questa è la tendenza, il punto fondamentale è la mancanza di reali alternative culturali, sociali ed economiche praticabili al momento, se chi ne ha il potere non intenderà finalmente agire su più fronti in modo coordinato. Se non si è probabilmente in presenza di un nuovo Sessantotto, come paventato dal politologo Daniele Scalea, si è comunque indubbiamente alle prese almeno col completamento delle ultime sedimentazioni storiche del Sessantotto, sicché non basta una momentanea reazione elettorale di fronte alla morte civile che colpisce ricercatori e personalità di vario genere che si macchino di non avere idee conformi a quelle dei maggiori canali di informazione, o di fronte soprattutto alla mobilitazione che i colossi dell’economia e della finanza operano in favore dell’ideologia politicamente corretta egemone, non soltanto appiattendosi ad essa nelle proprie pubblicità e provando ad influenzare la politica, ma perfino ritirando le proprie sponsorizzazioni ad eventi e fasce orarie di programmi televisivi che questi lobbisti non considerano ideologicamente corretti e che pretendono spariscano dai canali informativi, come nel caso evidenziato da Scalea di Tucker Carlson negli Stati Uniti.

Se i politici che pretendono di incarnare qualcosa di alternativo a questa follia collettiva continueranno a sottovalutare il ruolo dei canali informativi, didattici ed economici, il loro elettorato è destinato a sparire. Si tratta dunque di interloquire con essi e far loro comprendere in modo molto pragmatico che, se il loro interesse e perfino utile personale è di continuare a fare politica nella vita, il loro futuro in politica si lega necessariamente alla loro capacità di coordinare più livelli, e non solo quello del mero marketing elettorale immediato. È urgente, per quanto difficile, far comprendere a quei pochi che si propongono come freno alla mareggiata attuale la necessità di puntare non soltanto su iniziative editoriali, bensì anche e soprattutto sulla creazione di scuole ed università di area (all’estero come in Italia), investendovi denaro e garantendo un’aperta rappresentanza in esse agli studiosi di tutte le varie anime dell’area che si consideri “di destra” (conservatori, liberali non liberal, tradizionalisti) e che si ritrovino nella cornice di principio comune della difesa della storia e della civiltà plurimillenarie occidentali.

La battaglia futura è quella per la libertà di educazione, come intuito da Rod Dreher ne L’Opzione Benedetto, ma questa battaglia non passa soltanto attraverso l’essere in astratto liberi di educare le prossime generazioni secondo i modelli educativi ed i principi che si preferiscono, bensì abbisogna anche che concretamente si sia messi in grado di educarle e ciò può avvenire solo tramite dei concreti progetti ed investimenti su tale libertà e sulla creazione di ambienti liberi dal controllo asfissiante della Sinistra, e ciò non può essere lasciato alla sola buona volontà ed ai sacrifici economici di singoli privati isolati: il destino di qualsiasi partito ostile alla Sinistra è di sparire – ed essere financo perseguitato alla lunga – se alle spalle non avrà istituzioni didattiche, finanziamenti, imprenditori amici, partiti vicini e collaborativi presenti in altri Paesi ed un’attività contro-lobbistica che garantisca un’alternativa economica qualora si venga presi di mira dai colossi finanziari progressistizzati come nel caso di Carlson.

Se non si fa comprendere ai vari Trump di oggi ciò che non volle mai realmente comprendere in Italia il Berlusconi di ieri, vale a dire che essi devono organizzare, finanziare e coordinare ogni tipo di attività utile a garantirsi un supporto – senza farla divenire organica a sé o al partito di riferimento, ché altrimenti non sarebbero attività libere e soprattutto serie, perché legate alla singola corrente partitica o volto politico, nascendo e morendo appresso alla sorte del politico a cui servono –, il destino dei cittadini sarà di appiattirsi alla marea montante, perché un ragazzo che entri in una scuola pubblica qualsiasi, o che si iscriva in una facoltà “prestigiosa” qualunque (anche privata), si troverà rigorosamente in balìa del condizionamento mentale progressista egemone in esse, finendo così col rigettare con violenza la stessa possibilità di esistenza dei candidati delle destre occidentali – invocandone magari la fucilazione come avvenuto poche settimane fa ad opera de “Il Fatto Quotidiano” – e possibilmente finendo pure per perseguitarli processualmente attraverso la magistratura se si tratta di un futuro giurista, cosicché, quand’anche talvolta (per un qualsiasi caso fortuito) i candidati di destra saranno in grado di vincere, sarà loro impedito di governare perché privi di istituzioni ed imprese di supporto e soprattutto perché assediati da contropoteri culturali ed economici ostili che opereranno attacchi concentrici di ogni tipo, come accaduto, ad esempio, in quello che fu un vero e proprio colpo di Stato ordito contro Berlusconi nel lontano 2011 e candidamente riconosciuto perfino da un insospettabile Zapatero intervistato da “La Stampa” nel 2015.

Scriveva un fine pensatore politico come Giovanni Cantoni che “una alternativa o è totale e diametrale, o è una ennesima sfumatura del cedimento”. Se questa lezione ha comunque avuto valore sempre, oggi siamo addirittura ad un punto di non ritorno perché quelli attuali sono tempi molto più confusi e pericolosi per chiunque provi a formare questa alternativa, sicché o ci si decide a far propria tale lezione o si sarà condannati alla scomparsa nell’immenso mare di sfumature del cedimento.

Filippo Giorgianni

Laureato in Giurisprudenza, è dottorando in Scienze Storiche presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, ove studia il pensiero di Eric Voegelin.