di Daniele Scalea

Tra 2016 e 2018 una serie di eventi – la Brexit, i successi elettorali di Trump, Bolsonaro, Salvini, Kurz ecc. – hanno fatto parlare di una “ondata populista”. Quest’ondata c’è stata, l’asse politico occidentale ha avuto un marcato spostamento verso destra, ma diversamente da come molti credevano, auspicavano o temevano, si è trattato di un fenomeno contingente e nient’affatto definitivo. Esso molto ha dovuto all’esasperazione popolare verso un’immigrazione deleteria e fuori controllo, ma non ha riguardato i fondamentali dei convincimenti politici, la “visione del mondo”. Quando i detrattori del populismo lo accusano di parlare più alla “pancia” che alla testa e al cuore delle persone, non hanno tutti i torti. Non certo perché le critiche dei populisti all’immigrazione siano sbagliate: ho dedicato un libro intero a spiegare perché la ragione sta dalla loro parte. Il problema è che poco è stato fatto, a destra, per agire su quel piano più profondo, dei valori (“il cuore”), delle categorie e delle narrazioni (“la testa”), che determinano il modo in cui si forma l’opinione pubblica.

Al contrario, la Sinistra ha continuato a lavorare alacremente in quella che è la sua specialità, ossia il condizionamento popolare tramite l’egemonia sulla cultura, l’educazione e l’informazione. In troppi non vi hanno badato, cullandosi nell’illusione che fosse iniziata una stagione in cui la Destra avrebbe governato per venti o trent’anni. Non è così, e l’esplosione della protesta di piazza negli Usa, con le sue propaggini che s’allungano in Europa, sta a dimostrarlo.

“Ma la Sinistra è sempre stata maestra nel mobilitarsi in piazza, poi alle urne vince la maggioranza silenziosa”, obietteranno gli scettici. Vorrei avessero ragione, ma i segnali vanno in altra e più preoccupante direzione. Il programma radicale e la condotta violenta dei manifestanti, negli Usa, non ha finora portato a una reazione di senso contrario: il Presidente Trump, che si appella a legge, ordine e retaggio nazionale, sta andando a picco nei sondaggi. Forse per novembre si sarà ripreso e otterrà la riconferma, ma è già segnale rivelatore che, di fronte a chi vuole abolire la polizia, ripudiare la storia nazionale, colpevolizzare una razza intera addossandole la responsabilità atavica di colonialismo e schiavismo, l’opinione pubblica non si sia rivoltata ma guardi con una certa simpatia agli estremisti.

Il politologo Eric Kauffman, conducendo un’indagine statistica tra maggio e giugno scorsi, ha registrato sia un rapido spostamento generale verso sinistra, sia il radicalismo insito nelle convinzioni di coloro che si professano “liberal” (equivalente al nostro “progressista” o “di sinistra”): una larga maggioranza di costoro ritiene che vadano cambiati l’inno, la costituzione, i musei, i libri di storia, le statue e gli edifici pubblici pur di riflettere la “diversità” e valorizzare le componenti non d’origine europea della società. Tra le misure vicine all’approvazione maggioritaria ci sono anche la demolizione del Monte Rushmore (quello coi volti dei presidenti americani scolpiti) e la revisione della toponomastica di strade e città. Circa 4 su 10 non disdegnerebbero nemmeno di cambiare nome agli Stati Uniti d’America, dato che l’attuale richiama un navigatore italiano, e pure la bandiera, per meglio soddisfare neri, indiani e immigrati non bianchi. Persino tra centristi e repubblicani Kauffman ha registrato un significativo sostegno per la de-europeizzazione della cultura americana. La sua ricerca non è isolata. Diversi sondaggi attestano che anche tra i bianchi le proteste seguite alla morte di George Floyd sono popolari – cosa che non accadde coi tumulti razziali dei decenni scorsi. Del resto, in questo caso i bianchi rappresentano anche la maggioranza dei manifestanti. L’idea che gli USA e in generale i Paesi occidentali si reggano su un “razzismo sistemico” ha fatto breccia, a furia di essere inculcata da politici, giornalisti, professori e scrittori. Una volta convinto il popolo di ciò, il passo successivo è lo smantellamento alle fondamenta di questa società ingiusta.

In Italia come vanno le cose? A parte la polemica e il vandalismo sulla statua di Montanelli, via dell’Amba Aradam e il busto del Generale Baldissera, poco si è mosso. Eppure, la doccia fredda ce l’ha data il sondaggio realizzato da EumetraMR per “Quarta Repubblica”. Posti di fronte all’iconoclastia anti-occidentale che abbatte statue e censura film, ben il 38% degli intervistati ha dichiarato di approvarla e condividerla, poco meno del 45% che invece la trova sbagliata o eccessiva (e giudicarla “eccessiva” significa approvarla comunque in parte). L’inquietudine è ancora maggiore osservando il dato solo del campione sotto i 35 anni: al suo interno ben il 50% sostiene la tendenza iconoclasta, con appena un 35% di contrari.

Signori: ci siamo adagiati sugli allori dell’ondata populista e ci risvegliamo increduli nel pieno di una rivoluzione culturale di matrice progressista.

La disaffezione o aperto disprezzo per la storia nazionale dilaga, in ciò senz’altro aiutata dal sempre più elevato numero di concittadini che a quella storia non sono personalmente legati. Gli immigrati di prima, seconda o terza generazione non hanno motivo di venerare i nostri antenati e il nostro retaggio, soprattutto dal momento che non li invitiamo a farlo, ma gli insegniamo costantemente che l’Occidente è malvagio, prospera solo grazie al “razzismo sistemico”, e che loro non devono assimilare la nostra cultura ma mantenere la propria. In una fase storica che vedrà, nel volgere d’un secolo, gli autoctoni europei diventare minoritari nelle loro stesse patrie, il fattore migratorio è cruciale per definire come ci rapporteremo col retaggio avito. Ma non è il solo e nemmeno il principale: la rivoluzione culturale è stata congegnata ed è guidata principalmente da nativi. Sono loro che, in nome di uno xenofilo terzomondismo e in odio della tradizione nazionale (vista come un ostacolo da abbattere sulla via della costruzione del “uomo nuovo”), conducono una campagna autorazzista anti-occidentale.

La scelta del termine “rivoluzione culturale” per descrivere quanto sta accadendo non è casuale. Non solo descrive fedelmente l’avvenimento – si sta rivoluzionando la nostra cultura – ma richiama alla mente l’omonimo esperimento maoista di mezzo secolo fa. Di quell’evento, che forse non a caso tanto entusiasmò i padri e nonni sessantottini degli attuali contestatori, questi ultimi riprendono l’odio inveterato verso il passato e la tradizione, il cieco furore ideologico che vuole uniformare tutto alla propria semplicistica visione del mondo, la violenza e la censura contro coloro che non si piegano ed omologano.

Siamo nel pieno di un nuovo Sessantotto. Quello riuscì a ridefinire in maniera duratura la visione del mondo, i valori e i costumi occidentali, spostandoli decisamente in direzione progressista. Cambiò insomma la cultura occidentale. La seconda ondata, che stiamo vivendo, sarà invece quella del superamento della civiltà occidentale, il ripudio del suo retaggio per potersi librare verso nuovi paradisi terreni – così sognano i suoi artefici – o – così teme chi scrive – inabissarsi in inferi di ingegneria sociale, razzismo (stavolta contro i bianchi) e totalitarismo.

Non possiamo più appellarci al “buon senso” e alla “maggioranza silenziosa”, semplicemente perché la propaganda della Sinistra ha soppresso il primo e conquistato la seconda. Bisogna finalmente scendere nell’agone dove si confrontano le idee e i valori, proporre narrazioni alternative, contrattaccare sul piano metapolitico. Le sparute truppe che finora sovranisti e conservatori hanno schierato in questa battaglia culturale non possono da sole tener testa ai brulicanti e ben organizzati eserciti dei progressisti.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi.