di Filippo Giorgianni

La storia della politica mondiale è piena di voragini, di eventi delle cui motivazioni probabilmente mai si verrà a conoscenza: dall’omicidio di John Fitzgerald Kennedy all’attentato a Giovanni Paolo II, passando per i casi italiani della morte di Enrico Mattei, dell’omicidio di Aldo Moro, della strage di Ustica, dell’esplosione in Piazza Fontana, del misterioso golpe dell’Immacolata, nonché della possibile regia di Tangentopoli (sulla quale molti politici della Prima Repubblica non legati al mondo post-comunista hanno particolari convinzioni).

C’è il sospetto che le ultime elezioni statunitensi, dopo i recenti fatti di Washington, possano anch’esse rientrare in una di queste voragini. Infatti, a prescindere dal fatto che potessero esser state determinanti o meno per il risultato, certe prove di ombre ed irregolarità – specialmente quelle legate ai conteggi dei voti nella notte elettorale in assenza di delegati dei partiti –, dimostrabili tramite video e diverse testimonianze giurate, per quanto ignorate dai grandi mass-media e dalle Corti statunitensi, avevano la flebile possibilità di essere almeno prese in considerazione in una sede, quella congressuale, che a causa dell’invasione del Campidoglio statunitense è semplicemente saltata senza discussione.

Si tratta di un fatto storico, per quanto pittoresco e triste per i morti e i feriti (la cui natura rimane comunque tutta da accertare, alla luce delle poche immagini e degli sparuti video girati che finora non hanno mostrato “manifestanti armati”, come preteso dai mass-media italiani, bensì talvolta il fuoco della polizia su di essi), ma, pur non essendo nemmeno lontano parente di un colpo di Stato (visti gli improbabili soggetti in campo), come paventato dai suddetti media italiani, è stata comunque la giustificazione perfetta per i democratici (e per certi repubblicani messi all’angolo dalla trumpizzazione del partito) di blindarsi senza problemi ulteriori. Dimostrando ancora una volta la profonda assenza di intelligenza politica dell’americano medio (di qualsiasi collocazione partitica), in quanto irrompere al Congresso poco dopo che Ted Cruz ha parlato per provare a ottenere ciò che i manifestanti volevano accadesse è naturalmente il più grande suicidio politico possibile da parte dei manifestanti, a prescindere da qualunque sia stata la reale dinamica dell’inizio degli scontri che ne sono poi risultati.

Ma il punto centrale non è l’intelligenza politica dell’elettore americano, nel confronto con la grande (per quanto ormai moribonda) tradizione europea di una classe media più qualificata in materia di strategia e tattica politiche, quanto il fatto che l’evento resta storico perché mostra una crisi profonda della democrazia, non solo statunitense. Il mondo che verrà non sarà forse quello temuto dai complottisti, ma è indubbio che sia in atto un mutamento di paradigma politico in Occidente, non solo perché di «Grande Reset» ha parlato espressamente il mondo che ruota intorno al Forum di Davos e che ha trovato spazio sulla copertina e su ben trentasei pagine del “Time” proprio il giorno prima delle elezioni del 3 novembre scorso; bensì soprattutto perché il mondo che verrà vede un paese come gli Stati Uniti ormai formalmente non più liberaldemocratico.

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A tale conclusione si può giungere non solo perché vi siano ombre più o meno legittime sulle elezioni, quanto perché, a torto o a ragione, una metà del paese continua a subire il disagio e la profonda rabbia per il fatto di non aver trovato una sede trasparente nella quale porre in questione quelle ombre. La concessione di una commissione congressuale, per quanto difficile (e non voluta dai democratici, magari perché timorosi di un’eccessiva trasparenza sulle elezioni), avrebbe permesso, anche certificando alla fine il voto per Biden, un segnale di pacificazione che non è avvenuto, lasciando così Biden delegittimato agli occhi di decine di milioni di persone che permarranno ancora più arrabbiate e convinte di aver subito una congiura, anche fomentate da narrazioni irresponsabili presenti su mass-media alternativi di marca complottista, come quella di chi voglia spacciare il folkloristico Jake Angeli per un infiltrato di sinistra tra i manifestanti.

Trump non ha ottenuto assolutamente nulla, uscendone anzi isolato, pur non avendo realmente soffiato sul fuoco delle violenze (sebbene giocando inconsapevolmente con una bestia feroce quale può essere la folla) come suggerito invece dagli sponsor e finanziatori del suo avversario che si fingono neutrali (giornalisti e proprietari dei media sociali che lo hanno oscurato), ma rimane il fatto che i repubblicani non possano più esistere senza intercettare quella metà di statunitensi che è sull’orlo di una crisi di nervi e si sente accerchiata, oltre che dai danni economici della globalizzazione, anche da un “sistema” di potere che essa percepisce essere bipartisan e la cui percezione, in effetti, seppur confusa e scomposta, fotografa un problema reale: come spiegato e dato perfino per scontato da insospettabili geopolitici (per esempio, sulla rivista “Limes”), il potere a livello mondiale è gestito normalmente dagli «Stati profondi», da burocrazie legate a interessi strategici, geo-economici e finanziari.

La vera politica di più lungo respiro – giusta o sbagliata che sia – è fatta da questi attori in vista dei propri interessi sistemici (e anche, ma non solo, di minoranza al potere), mentre la politica elettorale annaspa, divisa tra l’essere vassalla delle decisioni di tali attori e l’essere da essi isolata e osteggiata (come accaduto a Trump), mentre i cittadini permangono spettatori passivi che, al più, possono trovare come propri catalizzatori proprio dei politici comunque sganciati dai veri centri decisionali. Ne risulta uno svuotamento della sostanza liberaldemocratica che sprofonda in una continua assenza di trasparenza, nonché assenza di una visione politica che sia finalizzata agli interessi dei vari strati della popolazione esclusi dai processi decisionali.

Anche la simbolica politica – che non va mai sottovalutata – comunica e certifica la morte della liberaldemocrazia occidentale, laddove si osservino le immagini del suddetto Jake Angeli, dotato di dissacranti corna in testa, seduto sullo scranno più alto del Senato, o le immagini di un comune cittadino con i piedi sulla scrivania della Presidente della Camera: la sacralità del potere non esiste più da tempo in Occidente, nemmeno nelle forme liturgiche (più tenui rispetto ai modelli dei secoli scorsi) della liberaldemocrazia. Gran parte dei cittadini è divisa tra l’indifferenza verso le istituzioni e una sostanziale ostilità nei confronti di esse e di chi realmente decida delle sorti di queste ultime.

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Nel mentre, gli U.S.A., attraverso la nuova amministrazione (come da Biden già dichiarato), si avviano verso una nuova stagione improntata a quel protagonismo in terra estera che Trump aveva scongiurato – lasciando (come evidenziava nei giorni scorsi Marcello Veneziani su “La Verità” e “Panorama”) l’opportunità non colta e ormai perduta dall’Europa di iniziare ad affrancarsi dal protettorato statunitense. Ciò, unitamente alle compressioni delle garanzie costituzionali operate dai politici e burocrati (coadiuvati dal coro quasi unanime dei media) a seguito della pandemia, mostra un modello di capitalismo della sorveglianza (per usare la brillante definizione dell’accademica Shoshana Zuboff) che, sotto la spinta retorica del Grande Reset, potrà divenire ancora più invasivo e semi-totalitario: gli Stati Uniti, insomma, qualora la persistente frattura interna non degeneri in una balcanizzazione del paese al primo momento utile, per tenere testa alla Cina, economicamente capitalistica ma istituzionalmente socialista a tinte totalitarie, sembra possano volerla imitare in qualche modo, creando un tertium genus istituzionale non più liberaldemocratico, a cui gli Stati europei verosimilmente si adegueranno come si sono finora adeguati – se non verranno molto più semplicemente blanditi e assorbiti dalla futura geopolitica cinese di entrismo in Europa, la quale tornerà dunque inerme terreno di scontro tra gli U.S.A. ed i loro nuovi nemici.

Che ciò accada per influenza economica e geo-strategica cinese, o che accada per imitazione, si profila dunque la sinizzazione della politica occidentale, così come adombrata ultimamente dal filosofo Giorgio Agamben. Salvo imprevisti, si sta celebrando un vero e proprio requiem per la liberaldemocrazia che, mentre si impugnerà a mezzo stampa la retorica della crisi democratica causata da inesistenti “nazionalismi” e dall’esistente malcontento sfociato nel populismo, si inabisserà da sé e non certo a causa del malcontento dei populisti subentrati al Campidoglio, che del declino sono semmai un sintomo e non l’origine. La vittoria, anche in extremis, di Trump, pur sintomo appunto di un sistema profondamente malato, avrebbe significato la possibilità che il medesimo sistema liberaldemocratico classico potesse ancora sopravvivere per qualche tempo nel confronto con il gigante cinese; la sua sconfitta, per di più con l’appendice para-insurrezionale, ne comporta invece la definitiva archiviazione.
Come si possa altrimenti scongiurarlo onestamente sembra un mistero.

Laureato in Giurisprudenza, è dottorando in Scienze Storiche presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, ove studia il pensiero di Eric Voegelin.