di Luca Marcolivio

Siete abituati a parole di uso molto comune come “moglie”, “marito”, “fidanzato”, “fidanzata” o “poliziotto”? Male, molto male. A bacchettare questa vostra obsoleta e solo apparentemente innocua abitudine è nientemeno che l’ONU. Sì, perché il linguaggio che quasi inconsapevolmente ponete in essere, ancorché vetusto, è in primo luogo discriminatorio, nel senso che, volenti o nolenti, state evidenziando una differenza sessuale. Poco importa se si tratta di una differenza presente in natura e fondamentale per la perpetuazione di tutte le specie.

Ecco allora le linee guida a cura delle Nazioni Unite, intrepide paladine contro tutte le forme di sessismo e contro tutti i residui di cultura patriarcale. Non che sia una novità. Uno dei cavalli di battaglia del mondialismo è proprio la demolizione della famiglia, a partire dagli stereotipi di genere. La neolingua gender fluid, in tal senso, è solo un mezzo per raggiungere l’utopico fine di una civiltà senza differenze sessuali. E se la biologia dice il contrario, tanto peggio per la biologia.

L’opuscoletto dell’ONU, diffuso nei giorni scorsi, fa il paio con un analogo manuale di ‘rieducazione linguistica’ targato Unione Europea, dai contenuti pressoché identici. Secondo questi imprescindibili sussidi, ogni idioma presenta le sue problematicità. In inglese, ad esempio, non solo policeperson è da preferirsi a policeman o policewoman, sconvenienti perché richiamano alla bestia nera della differenza sessuale, ma persino la parola mankind (umanità) va rigettata e sostituita dal più neutro e ‘rassicurante’ humankind. Non più boyfriend (fidanzato) o girlfriend (fidanzata) ma semplicemente partner. Non più husband (marito) o wife (moglie) ma un generico – e genderisticamente corretto – spouse, che in italiano diventerebbe spos* (sic).

Mentre la mareggiata del Covid-19 inizia lentamente ad arretrare, l’offensiva ideologica sui temi eticamente sensibili torna prepotentemente alla ribalta. E il fenomeno, inutile dirlo, è globale. Negli USA, i democratici, con la candidatura di Joe Biden, uomo dei poteri forti e del deep state, sperano di spodestare Trump a novembre, per riportare in auge la loro agenda fatta di gay nell’esercito, di aborto sempre più facile e di ogni altra grottesca iniziativa politically correct. Intanto, in Europa, l’obiettivo numero uno delle lobby mondialiste rimane l’Italia: complice anche una Chiesa cattolica molto debole e screditata, il governo Conte si appresta a completare l’opera iniziata nella scorsa legislatura dai suoi predecessori Renzi e Gentiloni. Dopo le unioni civili, il divorzio breve e il biotestamento, sarà la volta della legge contro l’omotransfobia, in discussione in questi giorni alla Commissione Giustizia del Senato.

I messaggi di Mattarella e Conte per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia (17 maggio), accompagnati dall’assordante silenzio dello stesso capo dello Stato e dello stesso premier in occasione della Giornata Mondiale della Famiglia, celebrata due giorni prima, mettono definitivamente in chiaro quale sia la direzione impressa dal governo. E nessuno si illuda che la doppia emergenza sanitario-economica metterà in secondo piano gli obiettivi ideologici. La storia della Legge 194, approvata nei giorni sgomenti e concitati del delitto Moro, rappresenta un monito e illumina l’immediato futuro italiano di una luce sinistra.

Luca Marcolivio

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".