di Alessandro Previdi

Arrivati alla seconda settimana di proteste, il sindaco democratico di Minneapolis Jacob Frey sembra essersi trovato in una improbabile quanto fragile posizione di vicinanza al Presidente Trump su una delle questioni più calde del momento; Frey, eletto per il suo primo mandato nel 2018, ha manifestato apertamente il suo rifiuto di abolire il dipartimento di polizia della città che governa.

La richiesta era a gran voce arrivata non soltanto dalle folle assembrate in strada; la palla è stata presa al balzo anche dai piani alti. La deputata democratica Ilhan Omar ha infatti dichiarato che l’unica soluzione possibile per Minneapolis non è rivedere le procedure di polizia o tagliare i fondi al dipartimento (una procedura punitiva piuttosto comune) ma addirittura “abolirlo” in quanto “marcio fino al midollo”, da “estirpare come un cancro”. Parole dure che sembrano però trovare terreno fertile dentro e fuori dal Gopher State: la proposta è stata fin da subito supportata da Jeremiah Ellison, figlio del procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, che condivide con la Omar non solo la fede politica ma anche quella religiosa.

Lo stesso Jacob Frey potrebbe vedere scavalcato il proprio potere da un voto espresso a maggioranza assoluta – 9 membri su 12 – del proprio Consiglio cittadino. Nelle stesse ore, poi, nonostante il caos di informazioni spesso contrastanti, confermate e poi smentite, anche il sindaco di New York sembra essere favorevole a una riduzione dei fondi per il NYPD mentre Joe Biden si è espresso in senso opposto.

Dalle promesse ai fatti il passo è lungo, ma mai come in questo momento la congiunzione degli elementi sembra essere favorevole ad un’operazione che potrebbe definitivamente rivoluzionare i rapporti di forza, gli schemi della gestione della sicurezza e addirittura l’assetto stesso dell’idea di melting pot. Lo scenario che si prefigurerebbe a fronte anche di un “semplice” massiccio taglio di fondi in una città come Minneapolis è presto detto: non solo il licenziamento di centinaia di agenti – per i cui stipendi è allocata la maggior parte dei relativi fondi statali – ma anche e conseguentemente un colossale vuoto nel campo della pubblica sicurezza: una realtà cittadina con una forza di polizia depotenziata avrebbe davanti a sé due possibilità, non necessariamente mutuamente esclusive. Da un lato l’abbandono – totale o parziale – del controllo delle aree più problematiche; dall’altro il sorgere di forme di polizia privata su larghissima scala. Tertium non datur, al di là di tutti i vaneggiamenti sul ripensare in maniera radicale la pubblica sicurezza e sul – testuali parole della Omar – “permettere a qualcosa di bello e nuovo di sorgere”.

Parlare di polizia privata è parlare di un istituto già ben noto al sistema statunitense. Esistono da metà Ottocento le polizie private delle ferrovie e molto diffuse sono le forze di polizia privata al soldo delle compagnie e perfino dei campus universitari, non senza alcune peculiarità talvolta molto criticate; il dipartimento di polizia dell’Università di Chicago, un centinaio di agenti e un budget di 5 milioni di dollari, ha ottenuto nel corso degli anni un progressivo aumento delle dimensioni della propria giurisdizione, oggi esercitata su un’area popolata da 65.000 persone, molte delle quali non legate al campus. Nonostante la popolarità, la disciplina normativa non è univoca per tutti i cinquanta Stati e, anzi, solo in una manciata di casi il ruolo del poliziotto privato è sovrapponibile a quello del poliziotto normalmente inteso.

Dal primo dopoguerra in poi l’istituto ha traversato fasi e fortune alterne; se da un lato più volte sono state mosse critiche all’idea di polizia privata in quanto ritenuta una violazione del monopolio della forza dello Stato, dall’altro lato gli studi svolti negli anni ’70 dalla oggi defunta Law Enforcement Assistance Administration dimostrarono la necessità di forze di polizia parallele a quelle statali per contrastare fenomeni criminali ormai straripanti.  L’idea stessa di appaltare, se non tutta, quantomeno gran parte della pubblica sicurezza di una città ad una serie di istituti privati pone interrogativi di varia natura, da quella giuridica a quella etica fino ad arrivare ad una più ampia riflessione sul ruolo dello Stato che si vedrebbe messo in disparte in una delle sue funzioni tradizionalmente considerate inalienabili. Rimane poi da chiedersi quanto grande diventerà il divario fra la sicurezza di quartieri alti e gated communities, che già oggi godono di forme di sicurezza private e pagate a proprie spese, e quartieri popolari, dove la polizia privata si troverebbe in aperto conflitto con le gang, presenti anche in città che pure non presentano le abnormi problematiche di Detroit o Chicago.

Se c’è un punto sul quale Ilhan Omar e molti degli attivisti BLM hanno insistito è l’insicurezza quando non addirittura la paura dei cittadini afroamericani nel rapportarsi con la polizia. Troppo bianca e perciò troppo violenta, nonostante negli anni si sia cercato di mitigarne i metodi e nonostante siano state favorite le assunzioni di agenti provenienti dalle minoranze: fra gli stessi quattro agenti in stato di arresto per la morte di George Floyd si contano sì due caucasici ma anche un asiatico e un afroamericano. Ed è qui che si gioca forse uno dei punti più importanti di tutta la questione; tutto sembra propendere in questo momento per una stretta identificazione etnico-razziale fra le forze di polizia deputate al controllo e alla sorveglianza (ma si potrà ancora parlare di controllo e sorveglianza?) di una determinata area e la popolazione che la abita. Molto semplicemente: a quartiere nero, polizia nera. E perché non organi giurisdizionali neri? Da qui, a cascata, l’elenco dei cambiamenti può essere pressochè illimitato e dall’effetto a dire poco dirompente.

In questo momento è ancora prematuro capire se e come queste che al momento sono proposte (per quanto avanzate con forza, pretese e supportate da una parte dell’establishment che forse, per salvare la faccia, non si rende conto della porta che possono spalancare) troveranno una qualche forma di ricezione formale. Certamente si va configurando la più grave crisi in senso razziale da molti decenni. Alcuni giorni fa un editoriale di Thierry Meyssan su “Réseau Voltaire” citava lo studioso sovietico Igor Panarin e le sue previsioni da Cassandra sulla fine degli Stati Uniti come li abbiamo conosciuti finora. Forse gli USA non sono ancora arrivati a questo punto ma certamente la morte di George Floyd avrà conseguenze che lasceranno il segno.

Alessandro Previdi

Giurista schmittiano e studioso di geopolitica