di Giovanni Giacalone

Il caso di Silvia Romano ha fatto palesemente emergere il ruolo fondamentale dei servizi segreti turchi (Mit) per arrivare alla sua liberazione. È del resto oramai un dato di fatto che in Somalia nulla si muove senza il benestare di Ankara, al punto che sono le stesse fonti somale a confermare che per intercedere con i jihadisti di al-Shabaab è necessaria la mediazione turca.

La Turchia ha di fatto iniziato nel 2011 a prendere possesso di quelle reti che erano una volta dell’Italia, sfruttando un soft-power inizialmente basato su aiuti umanitari e ricostruzione di un Paese dilaniato da anni di guerra civile. Uno dei simboli più eloquenti della sconfitta italiana per mano turca è l’ex ospedale DegFer (Degola e Ferretti) costruito nel 1960 da ingegneri italiani e diventato nel 2015 “Ospedale Erdogan” in seguito a un contratto stipulato nel 2013 tra i governi di Somalia e Turchia per un rinnovo della struttura in linea con gli standard internazionali. Le Ong e le aziende turche si sono poi mosse sulle infrastrutture e difatti porto e aeroporto di Mogadiscio sono oggi gestiti da aziende turche.

Intanto Ankara siglava accordi con Mogadiscio per poter esplorare per prima le risorse energetiche in territorio somalo ed anche offshore. Non si esclude infatti che il Paese del Corno d’Africa possa essere in possesso di importanti giacimenti ancora poco noti. Erdogan ha poi stretto anche accordi per una cooperazione militare con tanto di mastodontica base turca a Mogadiscio e una serie di programmi di addestramento per le truppe somale, armate da Ankara. Non bisogna poi dimenticare che la Somalia è in una posizione strategica in quanto “porta meridionale” verso la penisola araba con sbocco sul trafficatissimo Golfo di Aden ma anche grande ingresso orientale nel continente africano.

L’interesse turco per l’Africa è del resto evidente anche in Libia, dove Erdogan ha inviato mezzi militari, soldati ed anche jihadisti precedentemente utilizzati in Siria per fornire supporto ad al-Serraj nella sua lotta contro il Generale Khalifa Haftar. Anche in questo caso, esattamente come in Somalia, l’intraprendenza turca va a danno degli interessi italiani, ma a Roma non sembrano essersene accorti e difatti l’Italia si guarda bene dal firmare il comunicato congiunto di Cipro, Egitto, Emirati, Francia e Grecia che condanna le attività turche nelle acque cipriote, come del resto evita di prendere le distanze dal GNA, divenuto ormai un regime fantoccio di Ankara dove milizie composte da islamisti e trafficanti fanno il bello e il cattivo tempo – con la Turchia che è arrivata ad arruolare anche ragazzini di 15 anni, come esposto dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

È dunque più che lecito domandarsi se sia ammissibile che Roma si appoggi a quei servizi segreti turchi che armano e addestrano jihadisti, come già fatto in Siria e come stanno ora facendo in Libia. È altrettanto doveroso chiedersi se abbia senso restare al fianco di un GNA sempre più compromesso, se sia veramente negli interessi dell’Italia. Non ha alcun senso dichiarare di voler combattere il terrorismo jihadista se poi si va a braccetto con attori che lo armano, lo sostengono e lo utilizzano, perché presto o tardi i nodi verranno al pettine e l’Italia rischia grosso.

Giovanni Giacalone

Laureato in Sociologia (Università di Bologna), Master in “Islamic Studies” (Trinity Saint David University of Wales), specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” (International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele). È analista senior presso l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (Università Cattolica di Milano) e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis. Docente in ambito sicurezza per security manager, forze dell’ordine e corsi post-laurea.