di Francesco Dalmazio Casini

Rapita dal gruppo terrorista Al Shabaab il 20 novembre 2018, la venticinquenne Silvia Romano è stata riportata in patria il 10 maggior scorso, grazie ad un’operazione che ha visto collaborare i servizi segreti di Italia, Turchia e Somalia. Enorme scalpore hanno destato le dichiarazioni della ragazza sulla sua conversione all’Islam durante la prigionia, come anche l’epifania della stessa all’aeroporto di Ciampino con indosso un abito tradizionale somalo e il capo velato. La Romano ha diviso nuovamente l’opinione pubblica italiana, tra sostenitori dell’azione della Farnesina e detrattori che puntano il dito sulle ombre – in vero molte ed ominose – che si addensano sulla vicenda. Certo è che è stata salvata una ragazza e sono in molti a pensare che questo sia l’unico dato rilevante, sufficiente a mettere a tacere le critiche degli scettici. A nostro avviso, è giusto chiederci perché questo sarebbe il dato fondamentale e per quale motivo solleverebbe il governo da ogni critica.

La questione Romano non è questione essenzialmente umana, ma è questione politica. Lo è per consapevole scelta del governo che ha perseguito scientemente la sovraesposizione mediatica del fatto, lo è per la gravità delle questioni internazionali che ne conseguono e per le riflessioni aperte dal prostrarsi di uno Stato a un gruppo di tagliagole. Lo è anche nella misura in cui dalla parte della stessa Silvia è venuta la scelta di ostentare la nuova fede e di non aver ancora speso una parola di condanna per i rapitori – posto che la ragazza gode della giustificazione di una condizione psicologica sicuramente molto travagliata. Il Ministro degli Esteri ha scelto in piena facoltà di consegnare alla prima pagina dei giornali la storia del salvataggio, anche dopo che a Mogadiscio i servizi italiani avevano incontrato la ragazza ed erano ovviamente a conoscenza della conversione.

Piuttosto che dare meno spazio possibile alla questione, che anche ad un occhio poco attento avrebbe certamente finito per dividere l’opinione pubblica, si è optato per tentare di vendere politicamente il fatto come una vittoria del governo – a discapito anche, ci sentiamo di dire, della privacy di una ragazza che evidentemente soffre una crisi di identità molto forte. Nel momento in cui il salvataggio è stato reso un fatto politico, è sacrosanto che venga criticato; chi ha organizzato l’immagine della vicenda lo ha fatto per trarne un beneficio narrativo a discapito di una popolazione che di tutto aveva bisogno fuorchè di nuovi motivi di divisione. Un’azione che è frutto di calcolo politico e a cui bisogna rispondere con altrettanta freddezza in maniera politica.

Hobbes affermava che la ragion d’essere fondamentale dello Stato è quelle di essere un “riduttore di rischi”, vale a dire massimizzare le chances di sopravvivenza della collettività a cui fa riferimento. Agli Stati è dunque il compito di subordinare l’interesse particolare a quello generale e al contempo provvedere alla sicurezza dei propri di cittadini, compiti che non sempre sono facili da coniugare – si pensi al paradosso della necessità dei soldati che muoiono in guerra. Il primo obbiettivo nel caso Romano è stato mancato in pieno. Lo Stato italiano ha assunto una postura accomodante nei confronti di un noto gruppo di tagliagole – si pensi alla strage del 2015 in cui gli Al Shabaab uccisero a sangue freddo 147 studenti kenyoti – foraggiando le armerie del gruppo con un riscatto che si aggirerebbe tra 2 e 4 milioni di euro.

Una linea che l’Italia ha ormai adottato da tempo nei sequestri di connazionali all’estero, con il solo risultato conseguito che gli italiani sequestrati nel mondo sono secondi in numero solo agli americani (che hanno centinaia di migliaia di uomini all’estero e una popolazione 5 volte superiore al Bel Paese). Fornire un incentivo a chi voglia rapire nostri connazionali è chiaramente un qualcosa che va a detrimento della sicurezza di tutti i cittadini all’estero. Un comportamento più assertivo, riscatto o non riscatto, avrebbe invece fornito un disincentivo e di riflesso giovato alla sicurezza nazionale. Per tutta risposta è stato invece fatto sapere che non si compiranno azioni muscolari per riottenere il riscatto – Al Shabaab ringrazia dalle pagine di “Repubblica” e afferma che col riscatto saranno comprate armi da usare per la causa del Jihad.

Le notizie sulla supposta cooperazione con i servizi turchi aprono prospettive parimenti inquietanti. Sempre “Repubblica” aleggia l’ipotesi che la cooperazione turca sia costata all’Italia importanti concessioni nelle zone estrattive intorno a Cipro, dove Eni ha enormi interessi e si sono spesso registrati casi di tensione per la divisione delle zone con i concorrenti turchi. La Turchia ha interessi che sono concorrenziali con quelli dell’Italia praticamente in ogni teatro del Mediterraneo. Dopo aver tagliato fuori gli Italiani dal valzer libico assumendosi la difesa di Al Serraji (precedentemente “protetto” di Roma), Ankhara ha già da qualche anno spostato le mire sul corno d’Africa, una regione che ha tradizionalmente mantenuto l’Italia come primo partner internazionale e che ospita una fetta considerevole di italiani.

La foto che ritrae la Romano con il giubbotto antiproiettile delle forze speciali turche – timidamente smentita dalla Farnesina ma rilanciata dall’agenzia turca “Anadolu” – è un simbolo molto importante per la Turchia che ora, espunta l’Italia dai concorrenti in Libia e forse anche a Cipro, si accinge ad accompagnarci alla porta di quella che un tempo si chiamava Africa Orientale Italiana. La perdita di immagine internazionale è un incentivo per tutti i paesi del mondo ad aggredire gli interessi di un’Italia che ha scordato come si battono i pugni sui tavoli di decisione; più contese, dunque più concessioni agli avversari a detrimento dell’interesse nazionale, che si traducono in una riduzione ulteriore della sicurezza di tutti gli Italiani.

Infine merita una breve considerazione anche l’approccio che è stato tenuto nei confronti della stessa Silvia. Se premettiamo che lo Stato italiano ha dovere di tutelare le vite dei suoi cittadini, non dei cittadini di tutto il mondo, si aprono due vie razionali su come applicare questo concetto alla vicenda Romano. Nel primo caso Silvia è vittima di un condizionamento psicologico e di uno shock dovuto alle esperienze terribili nella mani dei terroristi islamici – ed è quello che pensiamo noi. In questo caso, l’unica scelta umana sarebbe stata quella di tutelare la ragazza nella sua privacy, accertandosi della sua salute psicofisica e facendo di tutto perché riuscisse a superare senza traumi un’evidente crisi di identità.

In alternativa, la scelta di Silvia potrebbe essere frutto di una decisione raziocinante di abbracciare l’Islam dei tagliagole. In questo caso, caso che sembra salutato con giubilo da riviste come “Left” che definiscono la Romano “donna libera” per la scelta di abbracciare il credo degli aguzzini, bisognerebbe aprire una riflessione su cosa vuol dire essere Italiani. Alla cittadinanza corrisponde implicitamente l’accettare una serie determinata di valori, valori che nel caso dell’Italia non si possono conciliare con quelli dell’Islam radicale. Se Silvia ha abbracciato in maniera raziocinante quei valori – cosa che noi non crediamo ma che esalta la speculazione degli intellettuali progressisti – poniamo al lettore una domanda che nel suo poco tatto non ha ragioni di essere evitata: è valsa la pena di ridurre la sicurezza di tutti gli Italiani per riportare in patria una persona che ai valori della stessa ha sostituito quelli dei suoi carcerieri?

Francesco Dalmazio Casini

Fondatore della piattaforma culturale "Progetto Prometeo", appassionato di relazioni internazionali e giornalismo, è laureando in Archeologia.