di Daniele Scalea

Il caso polacco-bielorusso

Con riferimento a quanto avvenuto negli ultimi tempi sul confine bielorusso, polacchi e baltici hanno parlato apertamente di “guerra ibrida” condotta contro di loro. Secondo l’accusa, i bielorussi, per vendicarsi delle sanzioni ricevute, avrebbero mobilitato la compagnia aerea nazionale e agenzie di viaggio per attirare migliaia di arabi nel Paese, offerto come via per entrare clandestinamente nell’Unione Europea.

La ricostruzione non è inverosimile. Non sembra, tuttavia, che le poche migliaia di persone assiepatesi lungo quel confine possano davvero destabilizzare la Polonia o la Lituania. Varsavia sicuramente sta cercando di fare di necessità virtù e trarre il massimo profitto possibile da questa crisi: mostrandosi come aggredita (asimmetricamente e indirettamente) dalla Russia, delegittima l’altra aggressione che sta subendo – quella della Commissione Von Der Leyen – contro la sua sovranità. Probabile che ora la Casa Bianca avrà qualcosa da dire a Bruxelles, a proposito dei miliardi del Recovery Fund non consegnati a un Paese che sarebbe sulla linea del fronte a difendersi dalla Russia.

Guerra ibrida e flussi migratori

Non è tuttavia mia intenzione entrare nei dettagli geopolitici di questa vicenda. Quest’articolo si concentrerà invece sulla nozione di “guerra ibrida” applicata ai flussi migratori. È un termine che circola da una dozzina d’anni ed è stato usato, negli ultimi tempi, soprattutto a proposito di vere o presunte manipolazioni dell’informazione (fake news e troll russi, per intenderci).

Il termine “guerra” può apparire forte ed anche ingiustificato, soprattutto se la dimensione “irregolare” non si fonde con una militare più convenzionale (da cui l’ibridazione appunto). Ma siccome la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, l’attacco “ibrido” rimane tale, che abbia un lato militare o meno.

Le migrazioni possono destabilizzare un Paese

Sono già alcuni anni che, in ambito baltico e polacco, si studiano i flussi migratori in connessione a forme irregolari d’aggressione. Sebbene una certa retorica voglia descrivere l’immigrazione come sempre positiva, la realtà dei fatti dimostra che, quando i flussi sono troppo grandi e provenienti da culture molto distanti da quelle di destinazione, le ricadute sono per lo più negative per il Paese che li riceve. Su questo tema rimando, per gli approfondimenti, al mio libro Immigrazione: le ragioni dei populisti. In questa sede mi limito a notare rapidamente che massicci flussi migratori sono collegati a:

  • accresciuti costi ed oneri legati a controllo dei confini, ricerca e salvataggio in mare, accoglienza, valutazione delle richieste d’asilo, rimpatri, assistenza i rifugiati e, più su medio-lungo termine, sussidi sociali (dunque: pressione finanziaria sulle casse statali);
  • competizione nell’offerta di lavoro e nella domanda di servizi, pubblici e privati, che interessa e svantaggia principalmente i ceti più bassi e i lavoratori non qualificati (dunque: pressione socio-economica sui segmenti già in sofferenza della società);
  • aumento dei fenomeni di criminalità e malavita (dunque: pressione sulla sicurezza ordinaria delle persone e sull’attività delle FF.OO);
  • aumento dei fenomeni di terrorismo (dunque: pressione straordinaria sulla sicurezza nazionale e dei cittadini);
  • creazione di sacche sociali, di “ghetti” non integrati, di comunità avulse dalla società e caratterizzate da valori, cultura e pratiche spesso molto distanti da quella nazionale (dunque: pressione sulla coesione sociale e sul funzionamento democratico, che richiede condivisione valoriale di fondo).
Le migrazioni sono uno strumento d’offesa sempre più potente

In sintesi, l’immigrazione di massa e incontrollata pone sotto stress il Paese che lo riceve, potenzialmente conducendolo ad una crisi sociale. Quest’arma è oggi molto più forte perché maggiore è la mobilità delle persone. Alcuni decenni fa grossi numeri di migranti o profughi potevano scaricarsi al massimo sui Paesi vicini e solo in situazioni particolari ed estreme. Tipicamente avveniva per guerre, occupazioni o massacri etnici. Oggi il progresso nelle comunicazioni e nei trasporti, la stessa diminuzione della povertà nei Paesi meno abbienti (che incrementa il bacino di popolazione dotata dei mezzi minimi per provare a espatriare), rendono possibile muovere su distanze intercontinentali milioni di persone l’anno, anche in condizioni di pace e relativa tranquillità nei territori d’origine.

Lo strumento migratorio si è dunque fatto molto potente ed efficace. Vale per i Paesi di partenza come per quelli di transito. I Paesi di partenza, ovviamente, ricevono lauti aiuti allo sviluppo nella speranza di riuscire così a frenare le partenze. Aspettativa a mia avviso piuttosto illusoria, perché in realtà l’aumento del reddito è connesso a più emigrazione, almeno finché un Paese non riesce ad avvicinare i livelli di benessere europeo – cosa non facile.

Come la Turchia usa i flussi migratori

In merito ai Paesi di transito, si può fare riferimento al caso della Turchia. Sul territorio turco transitano numeri enormemente più alti di quelli della Bielorussia. Attualmente si calcola che ci siano colà 4 milioni di stranieri, per lo più siriani, che molto volentieri proseguirebbero verso l’Europa. Erdoğan ha sfruttato questo fatto per ottenere dall’Unione Europea aperture di credito finanziarie e politiche. L’UE ha investito miliardi di euro in Turchia per la gestione dei profughi e continua a tenere la porta aperta all’ipotetico ingresso di Ankara nell’UE, malgrado – per dirne una – i rapporti che Erdoğan intrattiene con formazioni jihadiste.

La Turchia è però anche un Paese d’emigrazione. Una folta colonia turca si trova in Germania. E quando scrivo “folta” intendo dire che, calcolando le persone nate in Germania ma di discendenza turca, secondo molti studi si raggiunge o persino supera il 5% della popolazione totale. Pensiamo a quanto peso possa avere una minoranza del genere se coesa e organizzata. E infatti Erdoğan sta cercando di riunirla e organizzarla a proprio sostegno, tanto da essere andato a fare comizi politici in Germania.

Qui si potrebbe aprire un lungo capitolo sulla cosiddetta “politica delle identità”, che cerca di convogliare il voto compatto di minoranze etniche verso una data parte politica; ma per questa volta sorvoleremo per focalizzarci su un’ultima lettura del fenomeno migratorio come guerra ibrida.

Conquista per migrazione

Se parliamo di immigrazione come forma di guerra “ibrida”, o meglio “indiretta” e “con altri mezzi”, c’è una interpretazione più storica e di lungo periodo che possiamo proporre.

Le guerre si sono sempre combattute per il possesso di qualcosa o, più di rado, per costringere l’altro a fare qualcosa che non vorrebbe. La forma più naturale e storicamente diffusa di guerra è quella che serve a determinare a chi spetti il controllo di un territorio e delle sue risorse.

Guardiamo oggi all’Europa, in particolare alla sua porzione occidentale e all’Italia. Troviamo popoli vecchi, con un’età media che ormai supera i 40 anni, e isteriliti, dove si fanno pochi figli. Di fronte, al di là del Mediterraneo, c’è l’Africa, dove l’abitante medio ha 20 anni. L’Europa non ha forse tantissime risorse naturali, ma possiede un clima salubre e un patrimonio di infrastrutture, fisiche e politiche, e di “saper fare”, eguagliato solo in Nordamerica. La predazione economica ce ne ha sottratto una parte cospicua sotto forma di deindustrializzazione, ma l’Europa rimane enormemente più opulenta dell’Africa o del Medio Oriente o del subcontinente indiano.

In altri tempi, popoli giovani e numerosi ma poveri si sarebbero mossi, armi in pugno, verso territori ricchi abitati da popoli senza più giovani. Oggi la stessa cosa sta avvenendo pacificamente, ma il risultato appare non diverso dall’esito d’una guerra di conquista. Alcuni anni fa il Centro Studi Machiavelli ha potuto stimare, basandosi su dati e proiezioni ufficiali, che in un dato momento a cavallo tra questo secolo e il prossimo gli italiani etnici diventeranno minoranza in Italia. È una previsione che può apparire irreale ad alcuni, eppure è perfettamente in linea con altre analoghe effettuate da demografi in riferimento a ulteriori Paesi dell’Europa Occidentale. Certi popoli europei, avendo rinunciato a lasciare dietro di sé figli e nipoti, stanno consegnando quella che sarebbe stata la loro eredità ai figli di quei popoli che ancora si premurano di farli.

E questo una bella riflessione la meriterebbe – se solo la nostra società fosse ancora in grado di ragionare in termini storici.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.