di Fabio Bozzo

Lo storico scozzese Niall Ferguson, una delle colonne portanti della storiografia conservatrice contemporanea, nel suo bellissimo libro Il grido dei morti, espone una tesi a dir poco dirompente, ossia che la Gran Bretagna abbia sbagliato ad intervenire nella Prima Guerra Mondiale. Secondo il grande scrittore, bestia nera dell’establishment intellettualoide di sinistra e già consulente di politica estera per il Partito Repubblicano USA in epoca obamiana, il dominio del Continente europeo da parte della Germania è un qualcosa di inevitabile, a causa della geografia e della demografia dell’Europa stessa. Nella sua analisi Ferguson spiega e dimostra che senza l’intervento britannico la Germania avrebbe vinto con relativa facilità la Grande Guerra. Tale vittoria avrebbe coronato il grande sogno tedesco: un’unione doganale europea sotto l’egida di Berlino, a cui sarebbe seguita una progressiva confederalizzazione della Mitteleuropa avente una moneta unica strutturata sul Marco. Se tale programma vi ricorda qualcosa non dovete andare lontano, dal momento che l’attuale Unione Europea altro non è che questo. Del resto la Germania stessa ebbe come azione propedeutica all’unificazione bismarckiana un’unificazione doganale, il cosiddetto Zollverein.

Come detto, secondo Ferguson il destino “parzialmente tedesco” dell’Europa è un’inevitabilità geografica, che contiene tuttavia un “se” grande come l’intero XX secolo. Se la Gran Bretagna avesse accettato il predomino di Berlino sul Continente (venendo meno al suo pilastro geopolitico del Balance of Power), il novello Sacro Romano Impero Germanico avrebbe certamente prodotto una specie di superpotenza confederale europea, ma al tempo stesso l’Impero Britannico sarebbe durato almeno cento anni di più. Questo, unito all’esponenziale crescita della potenza statunitense (inevitabile a prescindere dalle guerre mondiali), avrebbe creato una sorta di equilibrio mondiale tra il potere continentale euro-tedesco e quello oceanico anglosassone. Il terzo grande soggetto dell’epoca, la Russia, avrebbe comunque visto quasi sicuramente la caduta dello Zar, ma si sarebbe evitata il comunismo e, di conseguenza, sarebbe rimasta una potenza imperiale come le sue stesse dimensioni le impongono, ma integrata nel concerto internazionale e non ideologicamente contrapposta ad esso. Inutile dire che con la vittoria tedesca nel 1914 il nazifascismo europeo non avrebbe nemmeno visto la luce.

Tuttavia, come si suol dire, la storia non si fa coi se. Il XX secolo è andato come sappiamo e oggi la Gran Bretagna, l’unica Nazione europea che per sua stessa natura non può tollerare una vassallizzazione da parte del Continente, ha attuato la Brexit. Certo si tratta di una Brexit relativamente isolata, in quanto non dispone più del formidabile supporto che un tempo Londra aveva nell’Impero Britannico. Ma è altrettanto vero che la Special Relationship con gli Stati Uniti garantirà alla Old Britannia un inattaccabile sostegno geopolitico, che durerà fino a quando la mentalità che ha partorito il Black Lives Matter non avrà distrutto ciò che rimane dell’America di Lincoln e di John Wayne.

Ma perché la Germania da Carlo Magno in poi ricorrentemente tende al dominio continentale? Probabilmente perché, come detto, vi è portata dalla sua posizione geografica al centro dell’Europa priva di reali difese territoriali e dalla sua demografia, che rende i tedeschi un blocco numeroso e compatto. Tuttavia sarebbe errato paragonare il contesto medievale e preunitario tedesco con quello attuale (come errando fece il peraltro brillante storico di sinistra britannico A.J.P. Taylor): la geopolitica della Germania contemporanea nasce con la sua unificazione nel 1871. In quella data il genio politico di Bismarck e la professionalità militare di Moltke crearono l’impero tedesco, che si trovò ad essere all’improvviso la prima potenza continentale europea. Malgrado ciò la grandezza di Bismarck ebbe modo di superare sé stessa anche dopo il raggiungimento del grande obbiettivo.

Il Cancelliere di Ferro sapeva bene che la nuova Germania, proprio perché più forte di qualunque Nazione ad essa confinante, induceva alla nascita spontanea di una coalizione europea più forte di lei. In altre parole la paura della forza relativa della Germania trasformava questa forza in debolezza assoluta. Per ovviare a tale pericolo Bismarck passò il resto del suo cancellierato ad assemblare alleanze che legassero sempre più a Berlino il decadente impero austro-ungarico (la vassallizzazione della Mitteleuropa era già iniziata) e, soprattutto, impedissero la nascita di coalizioni antitedesche. Tuttavia con il licenziamento del vecchio unificatore della Germania la diplomazia di Berlino entrò nella sua seconda fase, avente un crollo qualitativo verticale ed abbandonando l’equilibrismo ed il tatto bismarckiani in loco di un’aggressività a tratti infantile. Tale aggressività, com’è noto, fu una delle cause principali del primo conflitto mondiale. Ma vedere il conflitto come il risultato delle prepotenze tedesche e della nascita di coalizioni antigermaniche è riduttivo. Allora come oggi la Germania si sentiva circondata, ragion per cui accelerò lo scoppio della guerra, prima che l’irreversibile decadenza asburgica e l’apparentemente inarrestabile crescita economico-militare russa rendessero la coalizione nemica di Berlino irreversibilmente più potente. Ma quali erano gli obbiettivi della geopolitica tedesca? Essenzialmente, come abbiamo visto, la sottomissione economica dell’Europa. Ma per rispondere più accuratamente non vi è fonte migliore del Programma di settembre (anno 1914), stilato dallo staff del Cancelliere Bethmann-Hollweg.

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I punti salienti di tale programma erano l’annessione del Lussemburgo, la vassallizzazione di Belgio e Olanda, l’indebolimento permanente della Francia, la creazione della Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband, un’associazione economica mitteleuropea, da realizzare attraverso l’unione doganale di “Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia e forse Italia, Svezia e Norvegia” dominata dalla Germania de facto ed egualitaria de iure. Questo per quanto riguarda l’Europa centroccidentale. In Oriente una serie di territori, a cominciare da Polonia, Ucraina e Paesi Baltici, sarebbe stata strappata all’Impero Russo per divenire Stati vassalli di Berlino che li avrebbe sfruttati economicamente. Come ciliegina sulla torta il Septemberprogramm prevedeva anche la creazione di un’enorme e territorialmente contiguo impero coloniale africano, detto Mittelafrika, ai danni di tutte le altre potenze coloniali, e la fine dell’egemonia oceanica britannica, definita “intollerabile”. Risulta evidente, come ben spiegato dallo storico tedesco Fischer, che Berlino stava attuando un vero “assalto al potere mondiale”, con l’obbiettivo ultimo di divenire quella superpotenza planetaria che non vi era mai stata dai tempi di Roma. Si badi bene: il Septemberprogramm venne fatto stilare da Bethmann-Holweg per moderare le richieste degli espansionisti più fanatici, i quali da allora furono i peggiori nemici politici del Cancelliere!

Risulta evidente che la diplomazia tedesca, una volta iniziato il conflitto, aveva perso la grazia dell’equilibrio ed il dono del realismo. Vero è che gli imperialisti tedeschi avevano omologhi in tutte le altre grandi potenze europee, ma nemmeno la pessima pace di Versailles raggiunse tali deliri d’onnipotenza, così come gli Alleati occidentali non inflissero alla Germania una pace devastante come quella che la Germania inflisse all’ex impero russo a Brest-Litovsk. E questo, sia chiaro, non giustifica affatto le prepotenze che vennero commesse a Versailles.

Con il crollo del Reich bismarckiano finisce la seconda fase della geopolitica tedesca unitaria e, dopo lo stand by della repubblica di Weimar, inizia la terza: quella nazista. Hitler, paradossalmente, ridusse le ambizioni tedesche, pur rivendicandole con un’aggressività inconcepibile persino per i suoi peggiori predecessori. Avendo compreso che la Germania non era abbastanza forte per dominare sia l’Ovest sia l’Est europei, l’ex caporale decise di concentrarsi sull’Est, che era relativamente più debole, meno densamente popolato e meno fondamentale per gli interessi di Gran Bretagna e Stati Uniti. Sempre con l’obbiettivo finale di creare un’Europa “federale” condizionata alla Germania. Tuttavia anche Hitler esagerò in espansionismo e, per di più, in brutalità. Questo provocò il secondo conflitto e l’annientamento della Germania.

Distrutto, occupato, mutilato ad oriente e moralmente maledetto, per tutta la Guerra Fredda lo Stato tedesco non ha potuto far altro che concentrarsi sull’economia e sulla riunificazione. Se quest’ultima è infine arrivata grazie alla vittoria statunitense sul comunismo sovietico, a livello economico i tedeschi hanno compiuto un miracolo oltre ogni aspettativa. Partendo dalle macerie che più macerie non si poteva, sono riusciti a tornare ad essere la prima economia d’Europa, temuta ed invidiata anche dai loro ex vincitori. Entriamo pertanto nella quarta fase geopolitica germanica post-unitaria: l’integrazione europea. In questa fase Berlino è stata (finalmente, potremmo dire con un pizzico di macabra ironia) tanto abile quanto fine. Dal 1989 ad oggi, infatti, la Germania è riuscita a:

  • ricostruire l’ex DDR devastata dal comunismo ed imporne gran parte dei costi agli altri Stati membri;
  • restare saldamente la prima economia continentale malgrado gli alti costi della riunificazione;
  • imporre a quasi tutta l’Unione Europea una moneta comune che altro non è che il Marco tedesco con un nome diverso;
  • creare un esecutivo comunitario che sempre e comunque tutela gli interessi tedeschi, se possibile nel rispetto di quelli degli altri Stati membri, se necessario scavalcandoli senza troppi complimenti.
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Tutto ciò ha – i lettori più resistenti lo avranno notato – una straordinaria similitudine con il programma economico contenuto nel Septemberprogramm: in breve la creazione di un’economia europea integrata in cui i vari satelliti ruotano intorno al Sole germanico. Come disse nel 1999 il mai sufficientemente ascoltato Umberto Bossi: “Per entrare in Europa ci hanno tosati, per restarci ci scorticheranno. Con l’euro la legge finanziaria sarà un fax che arriva da Berlino”. Una previsione ben più azzeccata rispetto a quella di Romano Prodi che dichiarò: “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.

Concludiamo il nostro breve viaggio con una precisazione: non si commetta l’errore di diventare antitedeschi. La Germania, la cui cultura è un vero patrimonio dell’umanità, non sta facendo altro che perseguire i suoi interessi. Lo fece anche in passato, ma con una brutalità eccessiva, che contribuì non poco a provocare due guerre mondiali da cui quella grande Nazione uscì quasi annientata. Considerando il capitolo nazista come un’eccezione sfortunata e perfettamente evitabile guardiamo la similitudine degli obbiettivi geopolitici tedeschi attuali e del 1914. Ciò non deve sorprenderci né spaventarci: come abbiamo visto essi sono il risultato della geografia e della demografia. La Germania non è colpevole di fare i propri interessi, le vere colpevoli sono le leadership degli altri Paesi europei che non si stanno dimostrando capaci di tutelare quelli dei propri popoli (con la classica e ricorrente eccezione della Gran Bretagna). Il prossimo futuro porrà i governi di Berlino di fronte a due domande aventi sbocchi geopolitici incredibilmente diversi in base alle risposte:

  1. La Germania dovrà perseguire l’integrazione europea con l’attuale linea della finanza “dura” o le converrà ammorbidirsi per accettare le differenze e le debolezze di gran parte del Continente?
  2. Avendo sostanzialmente ottenuto l’egemonia in Europa (pur con l’immancabile sentinella atlantica britannica che vigila) Berlino proseguirà sulla strada del semplice europeismo o si lancerà, anche se solo economicamente, in un nuovo “assalto al potere mondiale”, magari con tentativi di pericolose ed inopportune sinergie con la Cina?

La prima domanda può tradursi in una questione di dimensioni: se Berlino proseguirà sulla linea dura probabilmente vedremo la nascita di un’Europa più piccola ma più compatta, composta solo dai Paesi che reggono il passo dell’economia tedesca. Questa scelta farà perdere dei pezzi per strada, a cominciare dalla Grecia, e farà tornare attuale il secessionismo in Italia, in quanto la doppia natura socio-economica tra Nord e Sud verrà sottoposta a sollecitazioni ancor più forti di quelle passate. Se invece Berlino opterà per una linea morbida l’Unione Europea si allargherà ulteriormente, ma senza divenire niente di più di ciò che è ora: un’associazione economica senz’anima dove il più furbo fa affari alle spalle del meno spregiudicato.

La seconda grande domanda sul futuro tedesco-europeo è più inquietante. Berlino si accontenterà della sua attuale predominanza europea o dimenticherà la santità dell’atlantismo? Nel primo caso è probabile che i prossimi decenni non saranno molto diversi da quelli appena passati. Nel secondo è invece certo che tornerà prepotentemente la grande verità pronunciata dall’ex Segretario di Stato americano (e bavarese di nascita) Henry Kissinger: “Povera Germania, troppo grande per l’Europa e troppo piccola per il mondo”.

Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).