di Fabio Bozzo

Le elezioni legislative israeliane del 1° novembre 2022 saranno ricordate a lungo. Non solo per il risultato, di per sé non travolgente come vedremo, ma per il netto spostamento a destra dell’elettorato medio e per il probabile trionfale ritorno alla premiership di Benjamin Netanyahu.

La recente instabilità politica

L’origine di questo voto risiede nell’estrema instabilità del sistema politico israeliano, che vede l’esistenza di un gran numero di partiti (a questo giro dieci avranno rappresentanza parlamentare), i quali devono disputarsi i 120 seggi monocamerali della Knesset con una legge proporzionale pura avente lo sbarramento al 3,5%. Tutto ciò ha portato alla quinta elezione in quattro anni.

È vero che storicamente Israele, pur con lo stesso sistema elettorale, ha goduto di una grande stabilità politica, ma si trattava di un’era geopolitica fa. Ai tempi della Guerra Fredda la forte polarizzazione ideologica fece sì che a confrontarsi fossero essenzialmente due partiti, ossia i laburisti di centrosinistra e il Likud di centrodestra, che a loro volta erano l’evoluzione dell’Haganah e dell’Irgun, i movimenti clandestini che fondarono lo Stato di Israele. Certo già allora vi erano molti altri partiti e la politica israeliana è sempre stata caratterizzata da innumerevoli scissioni e fusioni, ma fino agli anni ’90 tutto, bene o male, ruotava intorno al suddetto bipolarismo. Inoltre la situazione d’emergenza quasi permanente (basti pensare a tutti i conflitti combattuti e vinti contro gli Stati arabi) costrinse Israele ad avere molti Governi di unità nazionale.

Con la fine del mondo bipolare si sono liberate energie e problematiche che prima erano tenute sotto traccia. Questo perché la dipartita geopolitica dell’URSS ha privato gli Stati arabi del loro protettore internazionale, sancendo l’impossibilità di distruggere Israele con una guerra convenzionale, e perché la società dello Stato ebraico ha potuto esprimere più liberamente le sue enormi differenziazioni interne. Non dimentichiamo infatti che gli israeliani hanno tutti radici nella Diaspora, la quale li ha riportati nella terra ancestrale dai quattro angoli del pianeta: questo inevitabilmente ha creato una società di parziale melting pot, nella quale “l’uomo nuovo israeliano” necessita di almeno due generazioni per plasmarsi definitivamente.

Slittamento a destra e ascesa di Netanyahu

Di conseguenza anche la politica di Israele ha visto due grossi cambiamenti. Il primo è stato il progressivo aumento delle sigle di partito. Il secondo il lento inesorabile declino della Sinistra classica. La crisi laburista nasce dall’avanzare della storia, poiché i tempi del laburismo eroico e pionieristico di Ben Gurion sono definitivamente passati insieme al senso di colpa collettivo che marchia chi è di destra. Inoltre negli anni ’90 e 2000 il Centrosinistra ha ripetutamente commesso l’errore di cercare il compromesso con i palestinesi offrendo sempre di più e ricevendo in cambio o rifiuti ai limiti dell’insulto o controfferte che, se accettate, avrebbero significato la fine di Israele. È indubbio che le intenzioni dei laburisti fossero buone e sincere, ed il rifiuto di mettere in gioco la sicurezza della Patria lo dimostra (in Israele a differenza che nel resto dell’Occidente il Centrosinistra non è mai stato antinazionale), ma gli eredi di Ben Gurion hanno pagato la loro ingenua disponibilità con intifade e terrorismo. Il risultato è stato che la Destra, più pragmatica e senza falsi sensi di colpa storici rielaborati dalla pseudo filosofia della Scuola di Francoforte, ha progressivamente preso il dominio della società civile.

Arriviamo quindi a Benjamin Netanyahu. Conosciuto come “Bibi”, Netanyahu vanta la classica biografia del militare israeliano pluridecorato che passa alla politica, in questo indubbiamente aiutato dall’aura di eroismo che circonda la sua famiglia (suo fratello Yoni cadde guidando l’assalto al terminal dell’aeroporto di Entebbe, in quella che ad oggi resta la più spettacolare operazione di recupero ostaggi della storia). Alla guida del Likud Bibi, nel 1996, diventa il più giovane Primo Ministro nella storia di Israele. Da allora le vittorie e le sconfitte elettorali si alternano, così come i diversi incarichi di Governo o di capo dell’opposizione, ma Netanyahu imprime comunque un marchio personale al trentennio successivo.

Tale marchio è caratterizzato da un relativo indurimento verso le pretese palestinesi, unito alla capacità di isolarli diplomaticamente, alla costruzione del muro antiterrorismo (vera e propria riedizione del limes romano) che fa crollare il numero dei civili assassinati dai palestinesi, a riforme economiche liberali che hanno permesso una notevole crescita economica del Paese, a forti incentivi alla crescita demografica e a due trionfi in politica estera. Questi ultimi sono stati il riconoscimento di Gerusalemme come unica capitale indivisibile di Israele e delle Alture del Golan come territorio israeliano a pieno diritto. Entrambe le vittorie storiche della diplomazia ebraica sono state frutto in gran parte della sintonia esistente tra Bibi e Donald Trump, allora Presidente repubblicano degli Stati Uniti e da sempre fiero sostenitore di Israele.

Tuttavia la longevità della carriera politica di Netanyahu ha prodotto anche una serie di contrasti personali con altri esponenti della vita pubblica, che si sono sviluppati in un sentimento simile a quello che ha circondato Berlusconi durante i suoi anni d’oro: si era con lui o contro di lui. Ciò ha generato, in Israele come in Italia, la nascita di ampie e spesso troppo eterogenee coalizioni di centrosinistra, il cui obbiettivo primario era abbattere la figura carismatica a guida del cartello elettorale avversario. Da qui l’incredibile stallo politico che negli ultimi quattro anni ha costretto gli israeliani a votare cinque volte per il parlamento. Uno stallo che difficilmente sarà del tutto superato dal risultato del 1° novembre, malgrado la vittoria di Netanyahu. Vediamo perché nell’analisi del voto.

Analisi del voto

Le ultime elezioni hanno visto un marcato spostamento a destra del corpo elettorale, con i laburisti ridotti al lumicino di 4 parlamentari, frutto di uno stentato 3,69%. Triste involuzione per il partito che si vanta, in larga parte a ragione, di discendere da coloro che hanno fondato lo Stato. Ancor più sintomatica dei tempi è il fatto che il partito storico a sinistra di quello laburista, il Meretz, non abbia neppure superato la soglia di sbarramento. Anche le liste dei partiti arabi (meglio sarebbe dire degli arabo-islamici) sono state ridimensionate, ma non spazzate via, rispetto alla passata legislatura. Questo perché il cartello elettorale assemblato la volta scorsa si è frantumato per rivalità interne e perché gli arabo-musulmani hanno visto l’astensione in aumento. Un brutto colpo per la Sinistra occidentale, che da sempre spera nella demografia interna di Israele per l’indebolimento dello Stato ebraico.

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Pertanto l’opposizione, forte di 56 deputati dei quali 51 della coalizione anti-Bibi, da chi è rappresentata? Per lo più da partiti centristi, come lo Yesh Atid (“C’è un Futuro”, centrista e leggermente anticlericale) e il Partito di Unità Nazionale (liberal-nazionalista). Questi due movimenti politici, come si denota anche dai nomi, non hanno una piattaforma programmatica troppo distante da quella del Likud. A separarli dal Centrodestra storico, tuttavia, concorrono l’alleanza (spesso numericamente necessaria) di quest’ultimo con la Sestra religiosa e i dissapori personali tra i leaders centristi e Netanyahu. Come si vede nella Knesset, la Sinistra vera e propria, tolti i 4 highlander laburisti, è quasi evaporata, anche perché gli arabo-musulmani con cittadinanza israeliana non saranno mai, piaccia o non piaccia, membri affidabili della società di Israele.

Chi ha fatto eleggere, invece, i 64 parlamentari che quasi sicuramente sosterranno il prossimo premierato di Bibi? 32 sono del Likud, l’usato sicuro ed al contempo il nocciolo duro della Destra classica. Vi sono poi i 14 eletti del Partito Sionista Religioso (PSR), che ad un forte conservatorismo sociale unisce un acceso nazionalismo sulla questione demografica e territoriale, in modo molto simile agli 11 dello Shas. Quest’ultimo partito, tuttavia, oltre ad essere leggermente più vecchio del PSR, storicamente non ha avuto troppi problemi ad entrare anche in governi di centrosinistra, pur a determinate condizioni. Concludono la compagine i 7 deputati dell’Ebraismo della Torah Unita, cartello elettorale di due partiti, il cui programma è religiosamente ancor più spinto di quello degli altri movimenti confessionali.

Bisogna ricordare infine la curiosa posizione di Israel Beiteinu, partito fondato e guidato dall’istrionico Avigdor Lieberman, ebreo russo nato nella Moldavia sovietica. Israel Beiteinu nasce con l’obbiettivo di tutelare politicamente i recenti immigrati ebrei di lingua e cultura russa, che sono tra i più laici di Israele pur essendo socialmente conservatori e nazionalisti. Questo fa sì che la piattaforma politica del movimento sia una via di mezzo tra quella del Likud e dei nazional-liberali laici. Non solo: Lieberman è stato il primo politico israeliano a proporre apertamente l’unica soluzione realistica per far cessare il conflitto con gli arabi, ossia uno scambio di popolazione, affinché i territori governati dai rispettivi Paesi abbiano nazionalità ben definite e separate. Questa soluzione, che all’inizio venne tacciata di nazismo ed oggi raccoglie sempre più consensi, in parte avvicina Israel Beiteinu persino alla Destra religiosa, che per il resto lo disprezza a causa del suo marcato laicismo. Perché allora Lieberman, che in passato fu un valido alleato del Likud, stavolta è stato organico alla coalizione anti-Bibi eleggendo 6 parlamentari e per il momento (mai dire mai) ha escluso un appoggio all’ennesimo Governo Netanyahu? Neanche a dirlo: per diatribe personali con l’uomo forte della coalizione vincente.

Conclusione

In conclusione Israele ha dato l’ennesima vittoria alla sua guida esperta, Netanyahu, leader del partito base della Destra storica, il quale negli ultimi trent’anni ha oggettivamente conseguito notevoli risultati. Il più importante tra questi, sebbene il meno appariscente, è l’aumento degli israeliani, frutto sia dell’arrivo di ebrei dopo la caduta dell’URSS sia degli incentivi alla natalità dati dallo Stato (una lezione per il resto dell’Occidente, Italia in testa).

Tuttavia il nuovo Governo avrà una maggioranza risicata, appena 4 deputati. Vista la variegata coalizione che Bibi si troverà a guidare non è da escludere qualche colpo di scena. Esso potrà essere essenzialmente di un tipo, ossia la perdita della maggioranza parlamentare, probabilmente a causa della destra religiosa. A quel punto le strade da percorrere sarebbero due. O tornare per l’ennesima volta alle urne (ma a questo punto sarebbe consigliabile attuare prima una riforma elettorale che aumenti la soglia di sbarramento o, in alternativa, garantisca un premio di maggioranza) oppure sostituire i partiti di destra eccessivamente spostata sull’asse confessionale con quelli nazional-liberali. A ben vedere essi sono più vicini al Likud di quanto non lo siano gli attuali alleati a guida rabbinica, oltre che più compatibili con la natura laica ed occidentale dello Stato di Israele. Certo, per riuscire in questa manovra di palazzo, sarebbe necessario superare i personalismi e le astiosità personali che ruotano intorno alla persona di Netanyahu.

Niente di nuovo sotto il sole: in Israele come nel resto dell’Occidente la Destra sa vincere le elezioni e sa anche governare i propri Paesi, ma fatica a governare se stessa.

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Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).