di Nathan Greppi

Israele negli ultimi anni ha fatto molti progressi nelle relazioni con Paesi un tempo nemici. Li ha fatti anche in termini di crescita economica. Ma sicuramente non ne ha compiuti in relazione alla stabilità politica, tuttora precaria. Dopo la caduta del governo, annunciata il 20 giugno e che ha visto il premier di destra Naftali Bennett temporaneamente sostituito dal centrista Yair Lapid, Israele andrà alle quinte elezioni generali in tre anni e mezzo, previste per il 25 ottobre.

Un sistema politico instabile

Può venire naturale chiedersi come sia possibile che un Paese così prospero economicamente e che ha ottenuto buoni risultati nelle relazioni internazionali sia allo stesso tempo impantanato con governi ancora più instabili di quelli italiani?

Innanzitutto, occorre ricordare com’è nato il governo appena caduto. Lo spiegava un precedente dossier del Centro Studi Machiavelli: le elezioni in Israele avvengono con un sistema proporzionale molto rigido, con soglia di sbarramento dell’1,5% e un unico collegio nazionale; a ciò si aggiunge il fatto che molti partiti rappresentano un segmento ben preciso della popolazione, spesso definito su base etnica o religiosa.

Netanyahu: l’uomo senza numeri 2, solo nemici

Ciò conferisce un maggiore potere ai piccoli partiti e, dopo le elezioni del 23 marzo 2021, ha permesso a forze politiche anche diametralmente opposte tra loro di coalizzarsi pur di “far fuori” Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo, che governava ininterrottamente dal 2009 e godeva di ampi consensi dovuti ai risultati ottenuti sul piano diplomatico e nella lotta al covid, negli anni si era fatto molti nemici anche in seno all’area di centrodestra. Ciò perché, al fine di restare alla guida del suo partito (il Likud), aveva scalzato chiunque potesse insidiarne la leadership.

Come spiegava nel 2021 l’accademico italo-israeliano Sergio Della Pergola: “Ogni volta che si è ritrovato un numero 2 abbastanza capace, Netanyahu lo ha allontanato. Il risultato è che adesso molti capi dei partiti israeliani sono ex-segretari di Netanyahu”. In tale categoria rientra anche Naftali Bennett, il Primo Ministro dimessosi il 1 luglio e che dal 2006 al 2008 era stato capo dello staff di Netanyahu.

Il risultato di quest’alleanza anti-Netanyahu fu che, dal 13 giugno 2021, Israele è stato guidato da una coalizione che di fatto abbraccia quasi tutto lo spettro politico: ai vari partiti di centro-destra diversi dal Likud si sono aggiunti anche il Partito Laburista e i socialisti di Meretz, oltre ad avere per la prima volta l’appoggio di un partito arabo, Ra’am, fuoriuscito dalla Lista Comune che raggruppa la maggior parte dei partiti arabi israeliani (e da sempre collocati all’opposizione).

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Perché è crollata la coalizione anti-Netanyahu

A causa di una composizione tanto frammentata del governo, nel momento in cui andavano prese decisioni condivise sono sorti non pochi problemi. Il caso più eclatante riguarda una legge che dev’essere periodicamente approvata per estendere la giurisdizione israeliana sugli insediamenti in Cisgiordania. Era necessario votarla nuovamente entro giugno per garantire ai cittadini israeliani che vi abitano gli stessi diritti degli altri e per poter arrestare i terroristi che attentano alle loro vite.

Con i precedenti governi di centrodestra questa legge veniva riapprovata ogni cinque anni, ma stavolta la presenza di partiti contrari agli insediamenti, come Meretz, ha bloccato la procedura e suscitato numerosi attriti tra chi era favorevole e chi si opponeva. A ciò si aggiunge che il Likud non si è prestato a sostenere la legge, proprio per mettere in difficoltà Bennett (che considera un traditore).

A parte questo caso, i vari partiti della coalizione erano in disaccordo anche su altri temi: sull’approccio nei confronti dell’Iran, sul ruolo della religione nelle istituzioni. A battersi per la laicità dello Stato non sono solo i partiti arabi e di sinistra, ma anche Yisrael Beitenu (“Israele casa nostra” in ebraico), partito di destra di Avigdor Lieberman originariamente nato per rappresentare gli ebrei emigrati dall’ex Unione Sovietica.

Cosa succederà ora

Stando ai sondaggi del 3 luglio, se le elezioni si tenessero subito il Likud di Netanyahu otterrebbe 34 seggi su 120, rimanendo saldamente il primo partito nel Paese. Al secondo posto si piazzerebbe il partito di Lapid, Yesh Atid (“C’è futuro”), con 21 seggi, mentre il partito di Bennett, Yamina (“A destra”) ne otterrebbe solo 4, quanti Meretz e Ra’am. Tali dati confermano la frammentarietà dell’elettorato israeliano e si può prevedere che, anche dopo le elezioni di ottobre, la situazione rimarrà instabile.

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Giornalista pubblicista, ha scritto per le testate Mosaico, Cultweek e Il Giornale Off. Membro del Consiglio dell'UGEI (Unione Giovani Ebrei d'Italia). È stato caporedattore di HaTikwa e addetto alle comunicazioni dello US-Italy Global Affairs Forum.