di Marco Malaguti

Abbiamo tentato, negli ultimi cinque articoli, di tracciare una storia del pensiero dominante contemporaneo e della sua evoluzione, dal marxismo culturale in senso stretto a quello che si può chiamare il pensiero postmoderno. Ne è risultato un quadro filosofico, politico e sociologico, ancorché incompleto, certamente organico nella sua eterogeneità. Abbiamo descritto per sommi capi come e perché il pensiero progressista abbia preso d’assalto determinati punti nodali delle società tradizionali occidentali per scardinarle ed imporre un nuovo tipo di società utopica fondata su fondamenta costruttivistiche decisamente precarie. Abbiamo anche ascoltato ed analizzato la voce di un critico, Habermas, che pur da progressista si è opposto alle tendenze postmoderne emerse nell’ultimo trentennio del Novecento, a testimonianza di un dibattito florido e sfaccettato. Nonostante l’emersione di differenti posizioni, in seno al fronte progressista, l’ospite inquietante rimane tuttavia ancora assiso alla mensa della modernità.

Si tratta di un riferimento al nichilismo, secondo una felice espressione tratta da un frammento di Nietzsche. Il dibattito sul nichilismo funge da vero architrave della potenziale replica, da destra, all’assalto alle fondamenta della società occidentale condotto dal progressismo.

Risalendo al nocciolo delle teorie politiche, i due aspetti che andranno a evolversi nelle categorie, tutt’altro che estinte, di destra e sinistra (o se preferiamo di conservatori e critici) si differenziano essenzialmente sul diverso connotato da attribuire all’uomo. Per i conservatori l’uomo è un essere indifferentemente buono o malvagio, che per ben precisi motivi di interesse o scelta può anche intraprendere la via del male, e per tale ragione occorre costruire un apparato morale, statuale e sociale in grado di controllarlo; per i critici invece l’uomo rappresenta un essere sommamente buono, e se esso compie il male ciò è attribuibile ai contesti ingiusti (naturali o sociali) che ne originano una sorta di estraniazione (Entfremdung: tale è concetto è presente sia in Marx – si vedano in materia le considerazioni espresse nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844] – sia in Rousseau – “mostriamogli nell’arte condotta a perfezione il risanamento dei mali che l’arte ai suoi inizi apportò alla natura”, [Manoscritto di Ginevra], I, 2, p.II). Ne consegue che per i conservatori la società è una sorta di assicurazione, per i critici è piuttosto una gabbia. Risulta quindi chiaro che il tema filosofico sul come l’uomo pensa sé stesso assume un’importanza fondamentale nel dibattito politico.

Nello scenario del moderno nichilismo, dove Dio si è ritirato dal mondo e dove è cessata in massima parte la funzione katechontica delle religioni, i progressisti trovano gioco facile laddove possono affermare che l’uomo è finalmente lasciato solo in balìa della stessa bontà, mentre i conservatori soffrono dell’erosione delle loro stesse fondamenta sostanziali. Il termine Sostanza va qui inteso nell’accezione già utilizzata nell’Etica di Spinoza, nel senso di idea che basta a sé stessa, eterna, infinita, unica ed increata. Demolito il concetto di Sostanza, o se preferiamo di “idea” platonica, cadono automaticamente tutti quei modi ed attributi che sono espressione della sostanza umana (famiglia, società, religione etc). Senza dilungarci in una discussione teoretica che ci porterebbe troppo lontano, occorre precisare due elementi: se da un lato il progressismo non può evidentemente attaccare la Sostanza Reale che regge l’universo, la percezione che invece se ne ha rimane assolutamente vulnerabile.

È in questo momento che sorge il problema del nichilismo. Godendo di libero arbitrio, l’uomo può permettersi perfino di ignorare la Sostanza, che del resto non interviene nel dibattito. L’uomo può scegliere gli stimoli induttivi dai quali farsi forgiare, e lo fa secondo i propri capricci. Questo indifferenzialismo rappresenta l’atteggiamento nichilistico occidentale alla luce del ritiro di Dio dal mondo. In tal senso, l’intuizione dei postmoderni, che riducono la sociogenesi e l’etnogenesi a meri giochi linguistici, è acutissima. Il nichilista europeo si arrende all’inconoscibilità del reale e si accontenta di modificarne almeno la percezione; l’umanità, per induttivismo, seguirà di conseguenza. Richard Rorty, uno dei massimi esponenti del postmodernismo, tocca un punto fondamentale quando afferma che la società liberale ideale “[…] ha il suo eroe nel poeta forte e nel rivoluzionario, perché riconosce di essere ciò che è, di avere la morale che ha, di parlare il linguaggio che parla, non perché si è avvicinata al volere di Dio o all’essenza dell’uomo, ma perché alcuni poeti e rivoluzionari del passato hanno parlato in un certo modo” (La filosofia dopo la filosofia, p.77, Editori Laterza, 2001).

In questo orizzonte nichilistico, il postmodernismo indica le redini per imbrigliare l’ospite inquietante. È la prospettiva dionisiaca della società, l’Occidente in attesa del dio veniente di Nietzsche e Hölderlin, dove la percezione è tutto e il cui patrono, quel Dioniso che ancora vaga per il mondo dopo il ritiro degli Dei, non a caso è spesso simboleggiato da una maschera. Nella formazione di quei poeti forti, che non a caso per Rorty non sono assolutamente distinti dalle figure dei riformatori e dei politici, si inoltra la via che conduce all’uscita dall’impasse filosofica nella quale si trovano inzaccherati i conservatori. Ne consegue però, che in una prospettiva nichilistica di questo genere, la rinunzia ad una mentalità ereditarista, per cui le proprie idee si difendono poiché le si è ricevute, comporterebbe al medesimo tempo l’assunzione in carico di una prospettiva titanica e faustiana per cui esse vanno difese affinché si tramandino. È la prospettiva dell’eterno ritorno dell’eguale, palestra della volontà di potenza che è unica misura di tutte le cose, come ben annotato da Nietzsche nel celebre Frammento di Lenzerheide.

La prospettiva nichilistica della volontà di potenza fa sì che l’approccio dei conservatori non sia più conservativo, ma affermativo. In tal modo i conservatori diventano affermatori, e le tradizioni e gli ordini sociali si perpetuano come atto deliberato di volontà di potenza piuttosto che come reliquia incartapecorita giunta a noi da un sarcofago del passato. Orecchie sgomberate dalla logica calcolante, dal rumore della “ruota che gira” (F. SCHILLER, L’educazione estetica dell’uomo, p.66, Bompiani, Milano 2011), non potranno che essere più ricettive ai sussurri di un Dio.

Marco Malaguti

Si occupa di politica e articolistica culturale e d'opinione da oltre dieci anni. Co-fondatore e animatore del portale di informazione ed approfondimento Progetto Prometeo. Studente di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.