di Marco Malaguti

Che la Germania sia l’epicentro delle leggi liberticide per quanto riguarda la libertà d’espressione nei confronti dei dogmi del politicamente corretto è cosa nota. Meno noto invece è come queste leggi si ripercuotano sulla vita di tutti i giorni dei cittadini tedeschi che, spesso senza rendersene conto, violano le norme, spesso di recente o recentissimo conio, incaricate di proteggere le “minoranze” dai cosiddetti crimini di odio. Casi di veri e propri cortocircuiti si verificano in particolare negli incresciosi casi che vedono protagoniste le donne le quali sono, sovente, le prime vittime dell’immigrazione incontrollata.

Da paradiso della sicurezza a banlieue diffusa

Dal 2016, al seguito della politica di “porte aperte” inaugurata da Angela Merkel nei confronti dei rifugiati siriani (e non solo) in arrivo dalla rotta balcanica, la situazione nelle città tedesche, in particolare quelle dell’ovest del paese, per quanto riguarda la sicurezza si è progressivamente deteriorata. Il fenomeno delle gang etniche, prima poco diffuso e limitato a pochissimi areali difficili di Berlino (come i quartieri turchi di Kreuzberg e Neukölln), si è diffuso a macchia d’olio nelle principali città del Paese, arrivando ad affliggere anche realtà un tempo considerate “provinciali” come Norimberga, Friburgo in Brisgovia e Mannheim, e contribuendo non poco all’aumento, documentato da tutti i sondaggi, dell’insoddisfazione verso i governi federali e dei singoli Länder, questi ultimi responsabili della gestione delle forze di polizia. Queste gang, spesso estemporanee e composte da decine di maschi adulti, minacciano primariamente le donne e le altre minoranze etniche a loro sgradite (curdi, armeni ed ebrei in primis) con atti che vanno dai semplici insulti fino all’aggressione fisica e agli stupri di gruppo.

La violenza di Amburgo

Proprio uno stupro di gruppo ha fatto da spoletta ad una recente polemica, per la verità silenziata abbastanza presto in Germania e nemmeno avvertita nel resto dell’Unione Europea, nei riguardi di uno dei già menzionati cortocircuiti. La vicenda, riportata solo dal quotidiano locale Hamburger Tagblatt e dal tabloid nazionale Bild Zeitung, ha visto protagoniste due donne di Amburgo, città-stato nel nord del Paese: la prima, indubbiamente la più sfortunata, minorenne di quindici anni di cui non sono state diffuse le generalità, ha subito uno stupro da parte di una gang di nove uomini, otto dei quali “con background migratorio” (eufemismo utilizzato dai media tedeschi per definire gli stranieri o i cittadini tedeschi naturalizzati), la seconda, ventenne, per aver insultato online uno dei partecipanti allo stupro, definendolo “vergognoso stupratore maiale” e un “mostro disgustoso”, aggiungendo ulteriori insulti via whatsapp, dopo che il numero di telefono dell’imputato sarebbe stato misteriosamente diffuso online.

Se gli insulti pesano più dello stupro di una minorenne

Mal gliene incolse, dal momento che la giovane donna tedesca non aveva fatto i conti con il clima culturale e mediatico che regna nel paese teutonico. Debitamente segnalata alle autorità dall’imputato stesso è stata infatti condannata pochi giorni fa ad una corta pena detentiva (circa una settimana, ma da scontare obbligatoriamente) che però fa discutere per un particolare non da poco: la donna starà in carcere più tempo di tutti gli stupratori della quindicenne. Nessuno degli otto condannati per lo stupro di Amburgo, infatti, ha scontato un solo giorno di carcere: otto dei nove imputati erano infatti minorenni all’epoca del fatto e sono stati affidati, per un breve periodo e con i benefici della condizionale, a una struttura di riabilitazione per minori mentre solo l’imputato maggiorenne, un cittadino iraniano di diciannove anni, è stato condannato a due anni di carcere, ma solo per aver rimarcato, di fronte al giudice che qualunque uomo, al posto suo, avrebbe agito allo stesso modo, nei fatti commettendo apologia di reato in un gesto di aperta sfida alla corte.

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Il caso, già messo sotto silenzio da tutti i media generalisti tedeschi, ha smascherato una volta di più l’attitudine, tipica della Germania ma non solo, di punire più severamente i contestatori dei crimini, specie se gli autori di questi sono stranieri, rispetto ai criminali stessi.

Il triangolo della repressione

Con un copione già visto anche altrove in Europa, Italia compresa, anche la Germania ha visto concretizzarsi, nel corso degli ultimi anni, una triangolazione politicamente corretta tra politici (federali e locali), magistratura e mass media. Lo schema è noto: le tre centrali di potere egemonizzate o quasi dagli ambienti progressisti, che in Germania comprendono anche una vasta fetta della CDU, innestano una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta, da un lato incentivando l’immigrazione anche illegale di vaste fasce di popolazioni mediorientali, nordafricane e subsahariane e dall’altro punendo, tramite il maglio di leggi e tribunali, qualsiasi voce di dissenso. Ad attivare i meccanismi di autocensura, invece, provvedono i mass media, egemonizzati in gran parte da simpatizzanti di partiti quali i Verdi e Die Linke i quali, promuovendo narrazioni che definire “a senso unico” sarebbe un eufemismo, azzerano o quasi le possibilità di molti tedeschi, probabilmente la maggioranza, di esprimersi in merito a temi scottanti quale l’immigrazione.

Fatti come questo contribuiscono a costruire giorno per giorno un clima di sempre maggior sospetto, auto-censura e repressione ma, come le ultime elezioni europee hanno dimostrato, i benefici, anche per lo stesso governo che così alacremente contribuisce a tutto ciò, sembrano assai limitati.

Marco Malaguti

Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Studioso di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.