di Daniele Scalea

Per ragioni anagrafiche, Montanelli rappresenta per me, più che il giornalista anti-comunista gambizzato dalle Brigate Rosse, quello eletto a vate della Sinistra anni ’90 in virtù della senile ossessione negativa verso Silvio Berlusconi. Fatico a considerarlo una figura emblematica della Destra e, pur sapendo contestualizzare storicamente il suo ricorso al madamato con un’adolescente (persino oggi in Eritrea il 13% delle donne si sposa entro i 15 anni, sebbene sia divenuto illegale), sono certo in grado di coglierne tutta la problematicità. Eppure, penso anch’io sia necessario schierarsi a difesa della sua statua. O, meglio, partire da essa per contrattaccare.

Molti, difensivamente, replicano all’iconoclastia dicendo che la storia non si cancella; che si può discuterla, criticarla, revisionarla, ma che non si abbattono i resti del passato sulla base dell’impeto momentaneo della folla. Una posizione ragionevole e di buon senso. Una posizione destinata a sicura sconfitta. Non si risponde alla passione e al furore ideologico con la pacatezza borghese e fredda distanza del pragmatico. Assumiamo tale posizione e finiremo come gli antichi oppositori pagani del Cristianesimo: fra duemila anni, si saprà che siamo esistiti solo grazie alle invettive e critiche dei vincitori.

Come scrissi già nei primi giorni di tumulti negli USA, essi riguardavano ben più che la brutalità poliziesca e si sarebbero diffusi anche all’estero. Oggi, ciò dovrebbe essere evidente a tutti. Ciò che forse ancora qualcuno non ha capito, è che in ballo non ci sono solo le statue di qualche icona conservatrice come Churchill a Londra o Montanelli a Milano. Esse sono solo il primo bersaglio di una crociata ideologica il cui fine ultimo è la distruzione della civiltà occidentale per sostituirla con qualcosa di nuovo (prospettiva progressista) o di esotico (prospettiva multiculturale). L’iconoclastia di questi giorni va letta in relazione con la cancellazione del Rinascimento o dei filosofi europei dai curricula universitari, gli spazi negati ai bianchi in luoghi pubblici, le invettive razziste anti-bianchi di professori e riviste accademiche, e tutti gli altri molteplici segnali di pregiudizio e ostilità anti-occidentali offertici dal politicamente corretto. Non a caso Cristoforo Colombo è tra le vittime più gettonate dai teppisti.

Che Montanelli e la sua giovanissima sposa eritrea siano solo un pretesto, lo evidenzia il doppio standard applicato dai vandali. Pronti a scansionare ai raggi X il comportamento dell’italiano, nemmeno si accorgono che ci sarebbe molto da dire pure su una società africana dove si sposavano le ragazze appena puberi (pratica in disuso già da secoli in Europa, sebbene per ragioni economiche più che morali) e praticava l’infibulazione (eh sì, nel racconto di Montanelli c’è pure questo dettaglio): ciò che non si accorda alla narrativa della violenza coloniale europea sulla pura e innocente Africa viene ignorato. Nessuno dei censori del passato andrà a gettare vernice rossa sulle targhe delle vie dedicate in Italia a Lenin (una è a Roma) o a Tito, che pure hanno nelle loro biografie ben più efferatezze di Montanelli. Né i progressisti proporranno di bandire il Corano perché il profeta Maometto consumò il matrimonio con una ragazzina di 9-10 anni e tenne e commerciò schiavi. In tutti questi casi praticheranno quella “contestualizzazione” che è negata a Churchill, Montanelli, Colombo e bersagli vari. Un’incoerenza dettata dalla lente ideologica: l’ideologia che considera l’Occidente il Male, civiltà irreformabile di cui fare tabula rasa per edificarne una nuova prodotto d’ingegneria sociale.

All’attacco, dunque. Non ci sarà contro di loro ragionevole difesa che terrà. La risposta è riscoprire con orgoglio la nostra storia e abbracciare con forza la nostra identità. Non possiamo più tollerare che scuole, università, tv, partecipino tutte a una costante denigrazione e demonizzazione del passato. Il colonialismo è stato orrendo, ma non rivela una maggiore malvagità europea: oserà qualcuno sostenere che se gli Aztechi, appassionati praticanti di sacrifici umani, anziché cadere vittime dei Conquistadores avessero inventato quadrante e astrolabio, caravelle e fregate, moschetti e cannoni, la storia del mondo sarebbe stata più felice? Lo schiavismo era forse praticato solo dagli Europei o era al contrario molto più diffuso in Africa? Non erano proprio gli Africani a catturare, asservire e vendere gli schiavi destinati alle piantagioni americane? La storia umana non è un Eden dannato solo dal serpente bianco. Fortunatamente oggi vi sono ampi spazi per la pacifica convivenza, ma in epoche passate la triste realtà è che spesso chi non era carnefice si trovava nel ruolo di vittima.

Basta dunque vivere sotto la cappa di una colpa atavica, espiarla attraverso l’autoannullamento e la negazione di sé. A chi propone il senso di colpa, opponiamo l’orgoglio per la propria storia. A chi vuole si rinneghino gli antenati, rispondiamo celebrandoli. A chi distrugge ciò che ci hanno lasciato, replichiamo costruendo ancora più in alto, per emulare la grandezza del passato. Agli anti-nazionali, agli anti-occidentali, mostriamoci fieri d’essere italiani ed europei, fieri d’essere i figli dei nostri padri. Alla narrazione nichilista della Sinistra rispondiamo, finalmente, con una contro-narrazione positiva e, come direbbero gli anglofoni, unapologetic, “impudente”.

Solo così potremo sperare di vincere.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi.