di Alessandro Previdi

Puntuale come tutte le mode made in USA, è tornato in auge anche in Italia l’argomento della presenza ingombrante di certe statue, certi monumenti; argomento che aveva già occupato la discussione pubblica pochi anni fa. Prima era toccato all’Obelisco Mussolini a Roma, più tardi alla statua di Indro Montanelli a Milano. Due sorti molto diverse però; la proposta di Laura Boldrini di rimuovere la scritta DUX dall’obelisco (“C’è chi se ne sente offeso”) era stata quasi unanimemente cassata come antistorica e deturpante; la scritta e l’obelisco rimangono lì, salvi – almeno per il momento – da rimaneggiamenti.

Per quanto riguarda la statua di Montanelli invece il discorso è più complesso e molto più attuale: al centro della polemica è, come ormai noto, un episodio della vita del giornalista “fiorentino di Fucecchio” che lo vide prendere in moglie una dodicenne – o quattordicenne secondo altre fonti – etiope durante la permanenza in Africa nel 1935 e 1936.

Le parole usate non lasciano indifferenti: “bell’animalino docile” è un termine che ha il retrogusto di una deumanizzazione soft e il racconto delle difficoltà del primo rapporto carnale – Destà, questo il nome, era stata infibulata – risulta difficile da tollerare. Cionondimeno, per quanto eticamente e moralmente riprovevole, Montanelli non si era comportato così in spregio ad alcuna legge; l’istituto del madamato, con fondamento giuridico nelle tradizioni locali del dämòz, era incentivato e regolamentato.

Sia chiaro che né questo, né il fatto che Montanelli, durante un viaggio in quelle zone nel dopoguerra, sia stato accolto con affetto da una Destà ormai donna con un nuovo marito e tre figli (di cui il primo chiamato Indro) possono cancellare il racconto turpe di una bambina venduta e comprata con la quale un uomo adulto si sentì autorizzato a dividere il letto. Il fatto che presso le tribù etiopi questo fosse considerato normale deve semmai farci guardare con sfavore al Governatorato italiano che non ebbe la forza di evitare che almeno presso i propri soldati si diffondesse un’usanza aberrante.

Questi i fatti, noti a tutti da decenni. “La Repubblica”, in un articolo postumo del 2001 scriveva così: “Se ne procurò tanti, di guai, quel grande reporter. In Spagna, dove andò per Il Messaggero (dopo due anni trascorsi in Eritrea come sottotenente nel Corpo Truppe Coloniali: qui aveva transitoriamente impalmato una quattordicenne. A quelle temperature si può) […]”. Niente ha impedito che Montanelli diventasse una delle colonne della carta stampata italiana, ruolo riconosciutogli unanimemente da destra a sinistra. Ruolo riconosciutogli, a modo loro, anche da quelle BR che lo gambizzarono. E nella sua vecchiaia fu il centrosinistra che cercò di farlo entrare nel proprio pantheon in virtù degli strali ferocemente antiberlusconiani che avevano caratterizzato gli ultimi anni di vita del giornalista toscano.

E la statua? Posta nel 2006 nei fu Giardini di Porta Venezia, ora Giardini Montanelli, fino a poco tempo fa aveva ricevuto critiche solo da chi, come Elio Fiorucci e Oliviero Toscani, credeva che fosse un tradimento alla memoria, una celebrazione pomposa e inadatta; “non è neppure una statuta di Montanelli, ma di un montanelloide in bronzo color oro […] Montanelli era il corpo piu “instatuabile” del mondo […]”. Nessun riferimento ai trascorsi ludi africani dell’Indro, né all’epoca della posa né più tardi; almeno fino al 2019, quando a prenderla di mira con secchiate di vernice rosa fu lo spezzone di “Non una di meno” del corteo per l’8 marzo. Il gesto, almeno materialmente, non fece danni e non lasciò tracce; divenne però un caso emblematico di contestazione ad un monumento su modello di ciò che stava avvenendo da alcuni anni oltreoceano. Ancor più clamoroso se si pensa che non si tratta di qualcosa di legato al Ventennio; critiche e vandalismi simili si erano già visti, ad esempio, per il mausoleo di Rodolfo Graziani. Nel caso di Montanelli il fascismo c’entra sì ma in maniera poco più che indicentale: le parole con le quali si identifica la colpa del defunto sono razzismo e sessimo (come hanno scritto anche gli ultimi, più recenti vandali).

Si tratta di qualcosa di nuovo per il panorama italiano, almeno considerate le dimensioni che aveva assunto e che sta assumendo di nuovo la questione. Arrivano dagli USA e dal Regno Unito immagini di statue decapitate, abbattute o talvolta rimosse dalle autorità cittadine compiacenti: si tratta di generali confederati, commercianti, governatori, esploratori. La colpa è generalmente la stessa, legata a questioni razziali pur con sfumature diverse: aver dato il via all’oppressione dei nativi, essersi arricchiti con il commercio di schiavi o aver combattuto per chi supportava la schiavitù. Anche quando l’operazione è effettuata dalle autorità locali non si tratta mai di esercizi di democrazia ma di pura e semplice mob rule che agisce impunita con la violenza che le deriva dai numeri e dall’unione compatta e acritica sotto l’egida della lotta al razzismo. Andrebbe altresì notato en passant che questa malattia sembra affliggere solo i sensibilissimi occidentali proprio mentre perdono poco a poco il loro primato nel mondo, ma sono scenari da crepuscolo a cui – purtroppo, forse – stiamo facendo il callo. Accecati dalla brama di sentirsi in pace con valori morali fittizi, gli occidentali che oggi applaudono gioiosi a queste manifestazioni stanno in realtà prendendo parte a quella che non è solo riscrittura del passato ma annientamento del sé. Eravamo malvagi, eravamo mostruosi, eravamo razzisti e solo noi al mondo lo eravamo; ora però siamo stati curati e abbiamo polverizzato quello che era offensivo.

Negli Stati Uniti si getta a terra Cristoforo Colombo, in Italia si vorrebbe ribaltare Indro Montanelli. E poi?
La lista potrebbe andare avanti all’infinito: a Parma la statua di Vittorio Bottego, a Siracusa il monumento al Soldato d’Africa, a Livorno quella di Ferdinando I e i quattro mori (rappresentazione, come sul vessillo regionale sardo, dei feroci pirati barbareschi, non certo di vittime dell’oppressione bianca). In ogni città, in ogni borgo c’è qualcosa che ricorda un passato “spiacevole”, “politicamente scorretto”. Non servirebbe nemmeno aprire la parentesi del fascismo visto che ad iniziare la politica coloniale italiana non fu il Duce ma Francesco Crispi. E nemmeno serve chiedersi quanti celebri insospettabili di ogni risma possano aver detto o fatto qualcosa di inviso all’antirazzismo o antisessimo contemporaneo. Il padre interpretato da Mario Brega in Borotalco che, furibondo per il tradimento del genero, urla improperi razziali è da censurare? L’attore avrebbe dovuto rifiutare di usare termini oggi considerati – anche correttamente – denigratori? E il Tognazzi che interpreta lo stereotipo dell’africano nello sketch “Angeli negri”?

Qui non si tratta prima di tutto di difendere l’uso di termini denigratori né meno che meno di difendere la schiavitù, la sottomissione violenta o l’abuso di qualsiasi tipo. E nemmeno si tratta di difendere pezzi di bronzo o di marmo, o di salvaguardare per tardo retro-conservatorismo le intitolazioni nobili di vie, piazze, licei. Si tratta di difendere una semplice realtà dei fatti che queste masse esagitate vorrebbero annientare: che anche i più spiacevoli avventimenti del passato possono e devono essere analizzati, spiegati e compresi per evitarne – per quanto possibile – la ripetizione. Ma che nulla della storia può essere giudicato con gli occhi di oggi, estirpandolo dal proprio momento e luogo con la supponenza tipica del moderno che crede di avere in mano la chiave della comprensione.

Scrutare negli abissi del mattatoio che è stata la storia umana volendo imporvi le sensibilità dell’oggi attraverso la distruzione, la rimozione, la damnatio memoriae – quale ironia per gli autoproclamati Puri in questo! – significa fare una cieca tabula rasa del passato in nome di un presente assolutamente temporaneo. Se è vero, ed è sempre stato vero, che la rivoluzione divora i suoi figli, che arriva sempre “uno più puro che ti epura”, quanto manca al momento in cui anche gli idoli del progressismo attuale diventeranno desueti e saranno visti come vestigia di un passato da aborrire alla luce di nuove visioni del mondo?

Accettare oggi che il politicamente correttissimo faccia a pezzi il nostro passato è accettare di essere colpevolizzati da una narrativa che diventa più e più mainstream e che invece va ostacolata, una narrativa che vuole l’uomo bianco europeo cristiano come l’unico portatore del male nel mondo, l’unico perpetratore di una violenza che parrebbe, secondo costoro, sconosciuta ai nativi del Nuovo Mondo, all’Africa subsahariana prima della colonizzazione ecc ecc. Lo scopo finale è quello di instillare nel suo omologo odierno il senso di colpa eterno da scontare con la genuflessione a qualsiasi richiesta.

Serve subito, ora e non più tardi, costruire intorno alla statua di Montanelli una trincea che raccolga chiunque si opponga al moralismo distruttore degli antitutto. Non per il giornalista Montanelli, non per l’uomo Montanelli e nemmeno per difendere una statua ma solo per amore della verità. La verità che “the past is a foreign country; they do things differently there” e che nessuno di noi ha il diritto di cancellare alcunchè. Cedere anche soltanto di un passo, accettare che quella precisa statua venga rimossa sarebbe, anche per il nostro Paese, il primo passo di un cedimento culturale che rischia di essere senza pari. Magari “turandosi il naso” ma fare quadrato intorno a quel bronzo in un parco di Milano è un dovere di italiani e cittadini.

Alessandro Previdi

Giurista schmittiano e studioso di geopolitica