di Alessandro Previdi

La tragedia consumatasi a Colleferro, che ha visto restare a terra un ragazzo di 21 anni – bravo ragazzo, lavoratore e coraggioso – ammazzato da quattro, forse cinque, coetanei, è una sconfitta a livello sociale; come lo sono sempre e comunque i casi di questo tenore, nei quali si arriva a registrare un necrologio per motivi meno che futili.

Il caso ha però assunto rapidamente connotati ideologici: Massimo Giannini parla su Twitter di bandire “certe discipline “marziali””, “La Stampa” rincara la dose (stra)parlando del corpo come arma, esaltazione di un mito fascistoide, Berizzi non perde occasione per autocitarsi. La lista potrebbe andare avanti all’infinito, fra accenni a “mascolinità tossica” e addirittura il like alla pagina Facebook di Matteo Salvini. Il denominatore è molto chiaro: la colpa della morte violenta di Willy Monteiro Duarte è da imputare all’asse etero-fascio-patriarcale, e non viene più suggerito, ma è scritto chiaramente, nero su bianco. La carta stampata ad uso e consumo del lettore medio ha ormai preso il vocabolario in prestito da teorie filosofico-politiche che solo pochi anni fa sembravano lontanissime. E già su questa trasformazione dei quotidiani medioborghesi in tazebao radicali – almeno in materia sociale – molto si potrebbe dire; ma non è questa la sede adatta.

Quello che preme sottolineare qui è la distanza siderale dei fratelli Bianchi, dei loro compari, e di tutti i loro cloni sparsi in giro per lo Stivale dalle idee a cui qualcuno vorrebbe appiccicarli. Dispiace dedicare spazio e tempo a individui così ripugnanti; e dispiace non scrivere che poche righe per parlare del magnifico coraggio dimostrato da un ragazzo che è intervenuto a difendere un amico e che ha pagato il prezzo più alto. Ma in mezzo alle viscide analisi di gran parte dei media mainstream, serve farsi largo.

Quale fascismo, quale patriarcato?
Gli assassini di Colleferro sono il prodotto perfetto del sistema liberale e dei suoi flirt proibiti; del suo permettere tutto, del suo tributare gloria ai cattivi, del suo esaltare l’illegalità purché sia “chic”. Basta guardare le loro foto su Instagram: le stesse pose, gli stessi oggetti, la stessa estetica di una sottocultura che si è fatta strada attraverso film, musica, video, social network. La piscina, la moto, il cappellino Gucci, le collane, i tatuaggi, lo champagne.
E poi i precedenti, per spaccio e lesioni personali. Chi tocca uno della gang, della famiglia, fa una brutta fine; e la droga diventa il mezzo più veloce per alzare i soldi con cui pagarsi i vizi e alimentare l’estetica della quale si nutre chi vive queste realtà. Perfettamente omologati alla moda del momento, i fratelli Bianchi non si distinguono in nulla dall’ultimo trapper in procinto di far uscire il suo nuovo singolo.

A proposito di “Gomorra”, sembra ci sia paura di citare la creatura di Saviano quando si parla di questi casi; eppure il successo dell’opera sui camorristi di Secondigliano è ben altra cosa rispetto ad opere omologhe e ha travalicato i confini nazionali, diventando fonte di ispirazione – addirittura – per rap e trap francese, musica che pure già avrebbe nei suoi luoghi d’origine (le banlieue) un discreto corollario di esempi di malavita.

Viene poi da chiedersi cosa ci si dovrebbe aspettare da individui le cui tendenze violente non sono mai state corrette da chi avrebbe dovuto averne cura almeno fino alla maggiore età (che per la maggior parte di loro non è cosa troppo lontana). Difficile trovare un teppista di quartiere su un campo da golf, e non perché l’MMA sia in qualche modo da condannare come disciplina; ma perché, se si lascia la possibilità a qualcuno di credere che la violenza sia un metodo lecito per imporsi a livello personale e sociale, allora è chiaro che costui cercherà il modo di migliorare la propria capacità di fare male. Gabriele e Michele Bianchi sarebbero diventati due carogne manesche anche senza conoscere arti marziali; non lo sarebbero diventati, forse, se qualcuno li avesse raddrizzati per tempo debito. Società, scuola e famiglia sono parte di un fallimento che parte dall’intimo degli individui ma che non ha trovato correzione all’esterno; le arti marziali miste sono innocenti, mentre invece ha fallito miseramente chi li allenava a picchiare, nonostante fosse nota la passione dei fratelli Bianchi per un bullismo caotico, confusionario ma non per questo meno pericoloso.

Ed è facile anche spiegare il like a Matteo Salvini. È probabile che, nella distorta perversione ideologica nella quale vivono questi personaggi, l’ex Ministro venga idealizzato come una loro versione sotto steroidi, un bullo di quartiere prestato alla politica. Come il teppista si sente al contempo padrone e protettore del suo quartiere, così è verosimile che veda l’ex Ministro, accusato di usare una forza illegittima per difendere i confini. Per questa percezione distorta serve riservare una stoccata particolare e ringraziare gli Scanzi, i Saviano – di nuovo – e tutta quella variopinta schiera di personaggi che, parte di una colossale hivemind di sinistra, ripete a macchinetta le stesse identiche cose; Tosa, Delprete, Tommasi, la folta schiera dei bot progressisti. La demonizzazione assoluta di Matteo Salvini ha fatto breccia nei cuori dei cattivi di strada, che nulla sanno di politica e verosimilmente nemmeno votano.

I fratelli Bianchi razzisti? Forse, al più, xenofobi in quanto territoriali, animaleschi; ma di certo non era un caposaldo del loro “pensare”, non ostentavano saluti romani o tatuaggi politicizzati. Willy Monteiro Duarte, del resto, non era nemmeno il loro primo obiettivo ma lo è diventato quando si è messo in mezzo fra loro e il ragazzo che stavano malmenando.

Rimane un grande dolore e una grave, profonda costernazione che però non può renderci succubi di letture dei fatti che vorrebbero incolpare la Destra di una morte assurda, vergognosa, della quale i modelli sbagliati cresciuti sotto l’ala protettiva del sistema hanno molta più colpa di un fantomatico “fascismo”.

 

Alessandro Previdi

Giurista schmittiano e studioso di geopolitica