Mentre risulta evidente a tutti il cataclisma sociale causato dal virus, poco si ragiona – in termini strettamente economici – della necessità di avere subito un vaccino. Sembra lapalissiano, ma una piena ripresa non potrà mai arrivare se il virus non sarà completamente eradicato e forse nemmeno ciò basterà qualora ci trovassimo nuovamente impreparati alle future mutazioni. La storia ci insegna che le pandemie possono avvenire ad ondate, come in un grande incendio in apparenza spento che riprende da focolai trascurati. Dalle ceneri può rinascere una scintilla come fu per l’influenza spagnola del 1918.

Le previsioni economiche indicano per l’Italia un -15% di PIL nel 2020 ed una ripresa nel 2021, ma la ripresa non andrà trattata come un rientro da un normale ciclo negativo in quanto essa sarà legata alla soluzione di una crisi della quale ancora sappiamo troppo poco. L’Istat ci fornisce dati dai quali ricaviamo una letalità sommersa che si compie ogni giorno nel silenzio delle nostre case, ai morti non vengono praticati tamponi e degli asintomatici ancora non sappiamo quanto siano contagiosi. E poi il virus può mutare. Discutiamo di una normale crisi ciclica? L’unica speranza per tornare a dove ci siamo lasciati prima di rintanarci è il vaccino.

Molti istituti hanno ripreso con vigore la ricerca sul virus H1N1 interrotta dopo gli “scampati pericoli” MERS e SARS, ricevendo finanziamenti governativi e privati di entità mai vista prima. Ogni giorno si alternano notizie confortanti a previsioni più pessimistiche, le previsioni per lo sviluppo del vaccino indicano un anno, due anni e oltre. La ripresa nel “dopoguerra” va preparata con le decisioni che la politica prende oggi, non sarebbe ammissibile dover gestire una “emergenza ripresa”, gli strumenti dovranno essere già pronti. Per assicurare un “day after” che abbia uno slancio per le economie occorrerà gestire due emergenze prioritarie: quella economica e quella sanitaria.

La gravissima crisi economica potrà essere gestita con strumenti simili a quelli in uso per le guerre come i titoli patriottici (war bonds) con rendimenti alti e scadenze lunghe. I rendimenti alti per assicurare ai titoli un mercato ed evitare rischi d’inflazione, la scadenza lunga per dare tempo alla ripresa che dipenderà dalle soluzioni date all’emergenza sanitaria. Servirà una politica economica capace di combattere gli effetti di una probabile depressione attraverso poderosi provvedimenti keynesiani supportati da una forte spesa pubblica che stimoli l’economia e riduca la disoccupazione.

Un’ulteriore particolarità dell’azione “post virus” potrebbe essere l’introduzione di strumenti di pagamento quali le cambiali garantite dallo Stato, emesse dalle aziende a fronte di lavoro compiuto (ad esempio per pagare i propri fornitori o come strumento di pagamento interindustriale). Si tratta di una moneta “certificato di lavoro compiuto” parallela all’euro, da utilizzare come veicolo per mobilitare i capitali rimasti improduttivi durante la pandemia, da scontare presso la BCE tramite la Banca d’Italia stessa in qualsiasi momento in cambio dell’euro. Come per i depositi, il passaggio simultaneo all’incasso da parte tutti i suoi detentori dovrà essere evitato per non permettere una rovinosa spirale inflattiva. Conformemente ad una situazione economica di equilibrio, sarà fondamentale che il mancato passaggio contemporaneo allo sconto sia garantito da un clima di tendenziale fiducia, attuabile con la presenza certa del vaccino.

Di pari passo, occorrerà programmare un esteso progetto di sviluppo delle infrastrutture che combini incentivi indiretti, riduzioni delle tasse, investimenti diretti nelle linee viarie di terra e di mare, favorendo nel contempo una grande espansione del settore edilizio, l’espansione del mercato automobilistico e dei trasporti in generale. I prezzi mondiali delle materie prime – la maggioranza delle importazioni italiane – potrebbero aumentare esponenzialmente e, al contrario si potrebbe assistere al crollo dei prezzi dei prodotti finiti che dominano le nostre esportazioni. Ciò potrebbe provocare uno squilibrio nella nostra bilancia dei pagamenti aumentando il rischio di deficit, prospettiva da considerarsi inaccettabile.

Si dovrà riflettere se non sarà il caso di prendere le distanze dal libero commercio, favorendo un sistema incentrato sull’autosufficienza economica, comunque impossibile da raggiungere completamente a causa della mancanza di materie prime sul territorio nazionale. L’azione politica del Governo dovrà perciò limitare il numero dei propri partner commerciali, privilegiando le nazioni amiche ed ampliando la sfera d’influenza economica e politica italiana a tutela degli interessi nazionali. Gli accordi commerciali dovranno essere realizzati uscendo dal sistema di scambi finanziari internazionali, ma dando luogo ad un nuovo sistema basato sullo scambio paritario tra prodotti lavorati finiti (da parte dell’Italia) e materie prime (da parte delle controparti). Si potrebbe pensare di obbligare alcune Nazioni di commerciare con l’Italia attraverso banche speciali nelle quali depositare la valuta estera acquisita grazie agli acquisti fatti in Italia e tramite le quali si pagherebbero i beni delle controparti (in primis materie prime) con prodotti lavorati e finiti italiani o con i cosiddetti script, cioè note riscattabili in cambio di prodotti italiani, da far utilizzare soprattutto ai turisti. Così l’Italia avrebbe la possibilità di accumulare riserve di valuta estera da utilizzare in caso di successive emergenze.

Riteniamo che gli Eurobond non siano lo strumento adatto per gestire l’emergenza economica, in quanto non sono governati da un organo indipendente quale dovrebbe essere la BCE, ma attraverso la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) che peraltro amministra una relativamente misera cassa, fuori dal bilancio UE. Si tratta sì di una condivisione del debito, ma gravata dalle inevitabili discussioni tra Nord e Sud Europa e da sicure politiche di austerity per assicurare un controllo comune sui rientri dai singoli debiti nazionali che si creeranno.

Perché invece non emettere Eurobond per la ricerca e la produzione di vaccini? Si tratterebbe di un indiscutibile interesse comune con echi positive anche sull’opinione pubblica e sull’immagine della stessa Unione. Un investimento cospicuo per coordinare le ricerche, dividere i compiti, razionalizzare gli sforzi, industrializzare le scoperte. Un’agenzia europea per i vaccini che emetta essa stessa gli Eurobond e che sia l’unica a poterlo fare. Allora sì che si potrebbe usare l’espressione Coronabond. Ci si potrebbe ispirare al CERN che fu costituito per la ricerca sull’atomo con lo scopo di ottenere energia nucleare pulita riducendo la dipendenza europea dal petrolio. Non quindi una agenzia ad hoc che cesserebbe la propria attività a crisi contenuta, ma un investimento permanente per la protezione da questa e da future pandemie. Un Centro per la Ricerca dei Vaccini (CERV) in grado di reclutare ricercatori ed istituti, dotata di catene di comando collaudate ed in grado di creare le economie di scala necessarie per una disponibilità veloce ed efficiente del vaccino stesso.


Nicola De Felice, Ammiraglio di divisione (ris.), è Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Pierluca Toffano, docente di Diritto ed Economia politica, formatore e consulente di Public speaking.

Nicola De Felice

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.