Coronavirus: un Progetto Manhattan per il vaccino | DE FELICE-TOFFANO


Qualcuno lo aveva previsto. Non solo discutibili filantropi come Bill Gates, ma anche la stessa OMS. Perché ci siamo arrivati impreparati? Perché ora rischiamo il tracollo dell’economia? Non siamo medici né economisti e non sappiamo dare risposte a queste domande, ma possiamo solo osservare che c’è una cosa che preoccupa più delle altre: arrivare subito al vaccino. Qui non vediamo sforzi particolari, non sentiamo parlare di divisione dei compiti o di sinergie di intenti transnazionali, non vediamo tra le spese enormi sostenute per contenere la sciagura quelle destinate alla ricerca del vaccino per il Coronavirus. Possibile che con i progressi nella genetica, nell’informatica, nella biologia e nella farmacologia non si riesca a schiodare quella maledetta previsione che parla di almeno un anno? E mentre le settimane passano – ed i morti aumentano – sempre e solo di un anno si parla.

Da militare, qual è uno dei due scriventi, sui tempi invece pensiamo di poter dire la nostra: il modello produttivo liberista, quello che vuole il progresso sempre e solo figlio della competizione, qui non funziona, anzi rallenta. Ci vogliono pensieri ed azioni ambiziosi, coraggiosi e rischiosi. Ci vuole un progetto “Manhattan” per trovare presto il vaccino. Sarebbero giunti gli Stati Uniti alla bomba atomica se avessero lasciato fare al settore privato? No, impossibile. Saremmo arrivati sulla luna indicendo gare tra imprese aeronautiche? Mai. Qualcuno obietterà che anche questi enormi sforzi erano figli di competizioni: una contro l’Asse, l’altra contro l’Unione Sovietica. Non si trattò però di una concorrenza tra privati, bensì di sforzi bellici tra potenze avversarie.

Se, come si sarà compreso, stiamo invocando una guerra globale al virus ed uno sforzo “militarizzato” congiunto senza precedenti per debellare le epidemie future, è perché troppe volte i tentativi precedenti hanno fallito. Oggi non abbiamo un vaccino né per la SARS e né per l’Ebola. Quando gli sforzi di contenimento della pandemia funzionano, succede che il settore privato perde interesse economico a proseguire le ricerche e le sperimentazioni. I Governi, contenti dello scampato pericolo, cessano di finanziare la ricerca. Oggi, ce lo dicono i virologi, se avessimo i vaccini per MERS e SARS saremmo ben più avanti verso il vaccino per il Covid-19.

Nessun governo democratico destinerebbe miliardi alla ricerca sui vaccini se nelle opinioni pubbliche non ci fosse la consapevolezza del pericolo. Ora, tragicamente, questa consapevolezza esiste. Direi una consapevolezza che dopo secoli si risveglia: una coscienza di specie, di sopravvivenza di popoli. In Italia, nelle prime fasi della crisi, vi sono stati errori e sottovalutazioni. A niente sono valsi i tentativi di sensibilizzare il Governo e l’opinione pubblica. Ma non è questo il momento di fare i conti con chi ha sbagliato o di dare la caccia all’untore. Oggi l’unica cosa che ci dà speranza sono le scarse procedure di contenimento, ma non si parla abbastanza di vaccino se non sperando nel miracolo di San Gennaro. Rimaniamo sospesi nell’attesa della lieta novella che da un giorno all’altro l’industria del farmaco ci annuncerà. C’è un senso di inevitabilità di fronte ai tempi lunghi ipotizzati dai ricercatori, quasi che questi fossero scientificamente necessari e non legati invece ai rispettabili – ma solo in tempo di pace – meccanismi della competizione, del profitto e della burocrazia. Ma oggi siamo in guerra e come in tutte le guerre diventa impellente istituire catene di comando, militarizzare la ricerca, far lavorare assieme i migliori cervelli e le migliori organizzazioni del settore, scardinare quel quadro frammentato dove nuove e vecchie tecnologie lavorano a compartimenti stagni, dove ogni impresa opera per conto suo, dove i Governi o non finanziano o finanziano tutti.

L’Italia, la prima vittima europea di questa guerra, deve spingere la comunità internazionale in tal senso. Poteri straordinari, militarizzazione dello sforzo, suddivisione dei compiti tra i laboratori di ricerca, nessun limite allo sforzo finanziario, tempi certi. Il Progetto Manhattan, programma militare di ricerca e sviluppo che portò alla realizzazione della bomba atomica, vedeva esperti americani, inglesi, canadesi e italiani (alcuni dei “ragazzi di via Panisperna”) con il fisico Robert Oppenheimer a capo dell’attività scientifica e il Generale della US Army Leslie Richard Groves a capo di tutta l’operazione. I tempi furono rapidi, le pressioni sugli scienziati altissime ed il successo arrivò grazie ad un impegno di tipo militare, uniti nel solo intento di sconfiggere il nemico, costi quel che costi.


Nicola De Felice, Ammiraglio di divisione (ris.), è Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Pierluca Toffano, docente di Diritto ed Economia politica, è formatore e consulente di Public speaking.