di Nicola De Felice

Sabato 3 ottobre si spalancheranno le porte del Tribunale di Catania per il processo all’ex Ministro dell’Interno, On. Matteo Salvini, accusato di “sequestro di persona pluriaggravato” per i fatti del luglio 2019 relativi alla presenza di migranti clandestini a bordo della nave della Guardia Costiera Gregoretti. Ritengo inoppugnabili le tesi difensive dell’On. Salvini, basate sul rispetto dell’art. 52 della Costituzione (“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”), sull’art. 51 del c.p. (dovere di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica), sui Decreti sicurezza, sulle norme internazionali per il soccorso in mare SOLAS e SAR (Convenzione di Amburgo), sulla Convenzione ONU per la Legge del Mare (UNCLOS), sul Codice italiano della Navigazione, sul giudizio della stessa Procura di Catania. Ma ritengo inoltre importante – direi essenziale – non sottovalutare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) su una precedente circostanza, cioè quella del caso “Rackete e altri contro l’Italia” (domanda n. 32969/19).

Per quel caso la CEDU indicò non necessario far sbarcare in Italia i migranti della nave Sea Watch 3. Sappiamo poi come invece finirono le cose, ma ritengo sia bene rammentare come si svolsero i fatti poiché analogo comportamento fu seguito dal Governo italiano per il caso Gregoretti. Ricordo che, ai sensi dell’art. 39 del Regolamento del Tribunale europeo, la Corte può indicare misure provvisorie a qualsiasi Stato firmatario della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le misure provvisorie sono misure urgenti che, secondo la prassi consolidata della Corte, si applicano solo in presenza di un rischio imminente di danno irreparabile. Per la Sea Watch 3 i richiedenti furono il capitano della nave Rackete e una quarantina di clandestini cittadini di Niger, Cameron, Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Guinea. I richiedenti erano a bordo della nave dal 12 giugno 2019, cioè da quando furono “soccorsi” dopo aver pagato gli scafisti in acque internazionali all’interno della SAR libica (regione di ricerca e salvataggio). La Corte Europea si rese ben conto come il Governo italiano fornì tutta l’assistenza necessaria alle persone a bordo di Sea Watch 3 che si trovavano in una situazione vulnerabile a causa della loro età o stato di salute. Il 15 giugno fu permesso di sbarcare a tre famiglie, ai minorenni e alle donne in gravidanza. Un’altra persona fu autorizzata a sbarcare per motivi di salute nella notte tra il 21 e il 22 giugno.

Il 17 giugno la Rackete chiese allora al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, nell’ambito di una “procedura di domanda urgente”, di sospendere l’ordine interministeriale che vietava alla nave di entrare nelle acque territoriali italiane. Il 19 giugno il TAR respinse la richiesta della Rackete ed il Presidente del TAR osservò, tra l’altro, che le persone vulnerabili, i bambini e le donne incinte erano stati sbarcati il 15 giugno e che la Sea Watch 3 non aveva ha indicato altri individui appartenenti a categorie vulnerabili ancora a bordo. Di conseguenza, ritenne che non vi fossero ragioni eccezionalmente serie e urgenti che giustificassero l’applicazione delle misure urgenti.

Basandosi sugli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamento disumano o degradante) della Convenzione, i richiedenti chiesero allora di essere autorizzati a sbarcare per poter richiedere protezione internazionale o per essere portati in un luogo sicuro. La Corte presentò le domande alle parti, chiedendo loro di rispondere entro il lunedì successivo, 24 giugno. Le domande poste al Governo italiano riguardarono il numero delle persone sbarcate, la loro vulnerabilità, le misure previste dal Governo stesso e la situazione attuale a bordo della nave. Le domande poste alla Rackete riguardarono le condizioni fisiche e psicologiche delle persone a bordo della nave e la loro possibile vulnerabilità. Il 25 giugno, dopo aver esaminato le risposte, la Corte decise di non richiedere all’Italia di far sbarcare le persone ancora a bordo. Evidentemente la decisione della Corte non andò giù alla Rackete che, come amaramente ricordiamo, forzò il blocco e speronò una nave da guerra della Guardia di Finanza, mettendo in serio pericolo la vita di cinque nostri militari, con il beneplacito di cinque parlamentari del PD e LeU presenti a godersi lo spettacolo sull’aletta di plancia della Sea Watch 3, come se fossero al Colosseo ai tempi dell’antica Roma.

Nicola De Felice

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.