Per un addetto ai lavori è scomodo, persino imbarazzante dover elaborare analisi, descrittive come predittive, basandosi su di una materia prima, i dati, che con tutta evidenza non rappresenta fedelmente la realtà che si pretende di interpretare. Vero è però che l’analisi stessa può far emergere “distorsioni” cha aiutano a capire, possiamo dire a smascherare la “verità ufficiale”, proposta da chi è incaricato istituzionalmente di fornire i numeri.
La vicenda della pandemia nella quale siamo immersi è, da questo punto di vista, esemplare e possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che le cifre diffuse quotidianamente dalla Protezione Civile non solo sono da prendere con molta circospezione, ma persino che la strategia di comunicazione (la successione e l’enfasi con cui si annunciano i dati “positivi” e quelli “negativi”) è un esempio di sottile manipolazione, vogliamo pensare con finalità positive (indurre fiducia, ottimismo…), ma pur sempre una alterazione della verità.

Ma veniamo ai fatti. In queste sei settimane di diffusione del contagio (contiamo dal primo decesso, che ha innescato una escalation anche nella dimensione mediatica del fenomeno), abbiamo monitorato prevalentemente tre variabili: il numero di soggetti rilevati positivi, quello di coloro che finiscono in terapia intensiva, infine la consistenza dei decessi.
La prima variabile descrive la progressione della pandemia, ed è certamente la più debole, in termini di attendibilità, in ragione dell’ormai arcinota questione della politica con la quale vengono eseguiti i campioni, diversa da regione a regione e più volte rivista nel tempo. Certamente i dati ufficiali sottostimano, forse di “n” volte, quelli reali. E se al 1° di maggio la Protezione Civile parlava di un totale di 10.574 soggetti complessivamente rilevati come positivi, altre stime, che vengono dall’osservazione diretta sul territorio, raccontano di una diffusione del contagio pari anche a 500-600.000 individui, sull’intero territorio nazionale. Ciò proprio in virtù del fatto che la rilevazione (il tampone) si fa ad un sottoinsieme molto ristretto della popolazione (sintomatici in una situazione di serio aggravamento delle condizioni generali di salute), e a volte neppure a quello.

Statisticamente, il profilo della curva è quello di una distribuzione “normale”, con una coda sinistra estremamente aderente al modello teorico e un’area di picco che si colloca temporalmente proprio in questa settimana, preludio ad una fase di decrescita (coda destra), che i nostri modelli suggeriscono più lunga rispetto a quella di crescita, e che proietterebbe una sostanziale remissione della pandemia nella prima metà di maggio. Tutto ciò senza considerare elementi nuovi, quali ad esempio una ripartenza dei contagi in ragione di un abbassamento della guardia nelle politiche di distanziamento sociale. Questo scenario ci fornisce, stando ovviamente ai dati ufficiali, una stima di 200-250.000 contagiati su scala nazionale.

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La variabile di coloro che devono ricorrere alla terapia intensiva rappresenta il vero dato emergenziale, non da subito percepito, soprattutto dai tanti che derubricavano il coronavirus come una influenza appena un po’ più aggressiva, senza immaginare lo stress che un contagio così virulento avrebbe causato alle strutture sanitarie. Qui i dati hanno maggior qualità statistica e ci forniscono una realtà discretamente confortante, risultando in forte calo i nuovi casi ed essendo il livello di “plateau” poco sopra i 4.000 pazienti, alquanto al di sotto quindi della capacità complessiva del sistema sanitario nazionale, ma ahimé talmente concentrati, soprattutto nelle regioni Lombardia ed Emilia Romagna, da aver messo in totale allerta le strutture ospedaliere di almeno una ventina di province. È verosimile che il peggio sia alle spalle e presto si possano vedere persino numeri decrescenti fra i ricoverati.

È certamente la variabile relativa ai decessi quella che induce i maggiori punti di domanda e dubbi che nessuna autorità ha avuto il coraggio, né la capacità di fugare. Ad oggi, l’indice di letalità (rapporto fra decessi e numero totale di contagiati) in Italia è pari al 12%, nettamente superiore a quello di altri paesi, anche con analoga struttura demografica (non ha alcuna validità scientifica l’argomentazione secondo la quale soffriamo più decessi per avere una maggior quota di popolazione anziana, in quanto non vi sono differenze sostanziali fra la nostra “piramide dell’età” e quella degli altri Paesi occidentali…). In Cina, la mortalità si è fermata al 4%, negli USA è ad oggi pari al 2,2% (anche se in forte crescita), in Corea all’1,7%, in Germania (dato in verità sospetto) è allo 0,9%, in Francia al 6,8%, in Spagna all’8,8%. Su base mondiale, siamo al 4,9%.

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Entrando ancora più nei dati, è facile intuire come l’abnorme mortalità italiana coi giorni non potrà che crescere, anche drasticamente. Al primo aprile, si rilevano 30.002 individui non più positivi al virus, di questi 16.847 sono guariti, 13.155 sono morti. La prima considerazione da fare sulla base dei numeri è che, dal coronavirus, nel 43,8% dei casi si esce in una bara ed è un dato che fa rabbrividire; la seconda è che degli 80.572 positivi ancora in vita, certamente la maggior parte guarirà, ma molti moriranno. E, pertanto, l’indice di letalità non potrà che crescere, decisamente oltre il 12% attuale. E allora, cosa spiega questa “ipermortalità italiana”?

L’unica interpretazione credibile è quella di un sistema sanitario che, fortemente stressato e in molti casi al limite del collasso, non riesce a garantire un’assistenza adeguata a tutti e dove, inevitabilmente, in molti casi si deve arrivare a “fare delle scelte”, basate sul criterio di “chi ha maggiori possibilità di farcela”. Insomma, una forma emergenziale di eutanasia di Stato. Un tema di cui non possiamo andare fieri, essendo l’Italia ancora oggi fra le prime dieci potenze economiche del pianeta ed il Paese che, indiscutibilmente, ha espresso nei secoli i più alti livelli di cultura e di umanesimo, con l’apice di un Rinascimento che è ancora oggi universalmente ritenuto un modello assoluto di Civiltà.

L’elemento più sconcertante, però, è che nessuna istituzione abbia neppure provato a dare risposte su questo tema: non il Governo, fin dall’inizio totalmente in balia degli eventi, non la Protezione Civile, non le amministrazioni locali, non gli istituti di ricerca ufficiali (e in Italia non mancano le eccellenze in tal senso). È una realtà certamente troppo scomoda da accettare, ma il silenzio è persino più grave della realtà stessa.


Fernando Paganelli, esperto d’internazionalizzazione d’impresa, è amministratore di “IT Canarias 2030 SL”.