di Lorenzo Bernasconi

L’atroce caso Pifferi

La stampa italiana versa fiumi di inchiostro sul caso di Alessia Pifferi, la trentaseienne che ha lasciato sola la figlioletta di 18 mesi per quasi una settimana, provocandone la morte per inedia.

Il caso, va detto, ha in sé tutti gli elementi atti a suscitare l’interesse (e l’orrore) del pubblico: la morte di una bambina piccolissima, archetipo dell’innocente; una sottile vena di erotismo (la madre che abbandona la bimba per stare col nuovo compagno) sempre fonte di facili pettegolezzi; la povertà sociale e culturale di quella periferia che inquieta ma al tempo stesso incuriosisce il borghese; e, naturalmente, la rottura di uno degli ultimi tabù da parte di una donna che sacrifica la vita della figlioletta sull’altare del proprio piacere.

Tra le tante ricostruzioni più o meno attendibili e i diversi tentativi di comprendere le cause di un gesto così estremo, tuttavia sembra emergere una costante, rappresentata da considerazioni più o meno argomentate circa presunti problemi di salute mentale della Pifferi. Il punto su cui – in buona sostanza – tutti i commentatori sembrano concordare è che l’autrice di un gesto simile debba essere necessariamente folle, o momentaneamente fuori di sé, oppure affetta da disturbi dissociativi: in ogni caso, non può trattarsi di un’assassina lucida e calcolatrice.

Il diavolo è anche donna

Tale opinione discende in buona parte da un pregiudizio che, seppur di origine abbastanza recente, è ormai fortemente radicato nei paesi cosiddetti occidentali; pregiudizio secondo il quale la crudeltà, la cattiveria e la conflittualità sarebbero peculiarità intrinsecamente maschili e costituirebbero il nucleo fondante di quella che in area femminista viene denominata mascolinità tossica. Da un simile postulato discende poi il corollario secondo cui, per converso, tutto ciò che risulta meno mascolino (si pensi a buona parte del pittoresco mondo lgbt) automaticamente sarà anche più gentile e, in buona misura, più pacifico e pacifista.

Vicende come quella che vede protagoniste la Pifferi – novella Medea – mettono tuttavia in crisi una simile narrativa, e vengono perciò derubricate ad eccezioni, anomalie figlie di disturbi psichici profondi e non curati. La carnefice, in casi del genere, non avrebbe compiuto un gesto atroce pur essendo donna, ma avrebbe agito in uno stato di incapacità di intendere e di volere che implica una sorta di regressione a una condizione belluina, pre-umana, e pertanto ella in qualche modo non era più, nel momento in cui si è consumato il delitto, “una di noi”: né “di noi donne”, né “di noi essere umani”.

Ma davvero la questione è cosi semplice? Come riporta Amadori nel suo Il diavolo è anche donna, dei 378 casi di infanticidio verificatisi in Italia tra il 1970 e il 2008, il 90% è stato ad opera della madre stessa. Cifre, va detto, piuttosto basse, se confrontate con le statistiche sulle donne uccise da un partner o ex partner (la proporzione è di circa 15 donne uccise da un compagno o amante per ogni singolo caso di infanticidio); e, tuttavia, troppo elevate per non incrinare almeno un po’ quella narrativa secondo cui il femminile sarebbe principio assoluto di ordine e armonia, contrapposto al maschile inteso come origine del male e del conflitto.

Perché i criminali violenti sono soprattutto uomini?

Rimandando al testo sopra citato per un’interessante panoramica sulle caratteristiche e le specificità del crimine muliebre, vorrei invece soffermarmi su di un singolo interrogativo: perché la platea degli autori di crimini violenti – e, di riflesso, la popolazione carceraria – è costituita per la stragrande maggioranza da uomini?

A mio avviso, una parziale risposta può venirci dalla psicologia evoluzionistica. L’homo sapiens, a quanto si sa, è presente sulla terra da almeno duecentomila anni, durante i quali ha perlopiù vissuto, con parziali eccezioni limitate agli ultimi quattro o cinquemila anni, in un ambiente ostile, regolato dalle medesime leggi di natura che ancora oggi dominano la vita degli animali selvaggi. Non stupirà, quindi, se la selezione naturale indotta da un simile ambiente abbia portato la nostra specie, nel corso di molte generazioni, a sviluppare caratteristiche ereditarie (fisiche e psicologiche) funzionali alla sopravvivenza in quello specifico contesto, ma magari inutili o persino dannose nella società moderna.

Certo, la selezione naturale è tuttora all’opera e, nel tempo, tenderà presumibilmente a “premiare” caratteri che risultino funzionali al nuovo e mutato contesto in cui ci troviamo a vivere; tuttavia, la civilizzazione è un fatto relativamente recente, mentre l’uomo ha vissuto in uno stato “selvatico” per migliaia di secoli: non possiamo illuderci che poche centinaia o migliaia d’anni di vita civile abbiano potuto cancellare del tutto le tracce di un processo evolutivo tanto lungo.

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L’uomo che combatte, la donna che accudisce

In epoca preistorica, per il poco che ne sappiamo, i maschi della nostra specie lottavano tra loro per garantirsi la possibilità di accoppiarsi e di trasmettere i propri geni, mentre il compito di prendersi cura dei bimbi ricadeva perlopiù sulle femmine, similmente a quanto accade ancora oggi tra i mammiferi. In quest’ottica, è evidente come la pressione selettiva abbia condotto i maschi a potenziare, di generazione in generazione, tratti caratteriali quali combattività, aggressività e propensione al rischio, giacché il maschio più aggressivo – e maggiormente propenso a battersi, anche a costo di riportare gravi ferite – aveva più possibilità di accoppiarsi e trasmettere il proprio patrimonio genetico alla prole.

Al contrario, le femmine svilupparono col tempo tratti caratteriali differenti, quali dedizione verso i figli, prudenza, avversione al rischio e al confronto fisico: caratteristiche che risultavano per loro premianti sul piano riproduttivo, sia perché alla femmina non occorreva competere con le proprie simili per potersi accoppiare, sia perché, qualora la madre fosse rimasta ferita o uccisa per una qualsiasi ragione, la prole difficilmente sarebbe sopravvissuta.

Violenza non è uguale a cattiveria

Non trovo quindi scorretto affermare che il genere maschile abbia una maggiore propensione intrinseca alla violenza fisica; ritengo però del tutto errato sostenere che tale propensione derivi da una presunta maggiore “cattiveria” maschile, o da una minore capacità dell’uomo di empatizzare col suo prossimo. Più correttamente, la relativa facilità con cui il maschio cerca (o accetta) lo scontro fisico andrebbe ascritta a quella maggiore propensione al rischio che determina, ad esempio, uno stile di guida mediamente più spericolato rispetto alle donne o una gestione delle proprie finanze maggiormente orientata verso investimenti a capitale non garantito.

La mente femminile invece, anche qualora decida di votarsi al crimine, sembra prediligere attività meno rischiose a livello di incolumità fisica, come truffe e raggiri. Qualora poi opti per un crimine violento, tende di norma a minimizzarne i rischi scegliendo vittime deboli, come bimbi e anziani, o coinvolgendo un uomo nell’esecuzione materiale del delitto: si pensi a Erika De Nardo, che sterminò la famiglia con la complicità del fidanzatino Omar, o a Martina Levato che, per sfregiare con l’acido i propri ex, si avvalse dell’aiuto di uno squilibrato violento come Alex Boettcher.

Il male non ha genere

Con questo non intendo naturalmente formulare giudizi sulla tragica vicenda della piccola Diana, ma solo denunciare l’infondatezza dell’assunto (raramente esplicitato, ma presente implicitamente nelle argomentazioni di molti commentatori) secondo cui, nella nostra specie, solo il maschio sarebbe in grado di premeditare e mettere in atto lucidamente un delitto così efferato.

Se osserviamo con attenzione e senza paraocchi ideologici la storia dell’umanità, emerge con una certa chiarezza come la capacità di compiere il bene e il male (due concetti peraltro non facili da definire) non sia caratteristica peculiare dell’uomo o della donna, bensì dell’essere umano in quanto tale; la vera parità dei generi (che, si mettano il cuore in pace gli amici della comunità lgbt, biologicamente sono solamente due) passa anche da un pieno riconoscimento dell’universo femminile nella sua totalità, col suo immenso potenziale creativo ma anche con le sue ombre e la sua capacità di compiere, talvolta, il male in modo lucido e spietato.

Chi tende a minimizzare questo secondo aspetto, o per difendere una sorta di presunta superiorità morale e intellettuale della donna (come alcuni ambienti femministi radicali) o, al contrario, per riproporre l’ormai stantio ritratto della donna sottomessa, eterna bambina e angelo del focolare, non rende un buon servizio né al genere maschile né a quello femminile. E, soprattutto, non aiuta a costruire quella parità reale che non può fondarsi sul mito di un’uguaglianza astratta e posticcia, ma necessita piuttosto di un mutuo riconoscimento fondato su lealtà, empatia, onestà intellettuale.

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.