di Lorenzo Bernasconi

Via le restrizioni, ma non abbassare la guardia

Il conflitto in Ucraina, unito all’allentamento (ancorché limitato e tardivo) delle restrizioni e del ricorso a uno strumento illiberale quale il covid pass all’italiana, ha indotto l’opinione pubblica nel nostro Paese a interessarsi sempre meno delle scelte del governo in materia di politiche sanitarie, nonché delle conseguenze che da tali scelte derivino.

Seppur comprensibile su di un piano psicologico, tale mancanza di attenzione rappresenta però una pericolosa delega in bianco che consentirebbe al governo di stringere nuovamente il cappio imponendo, a proprio piacimento, nuove dosi obbligatorie (de iure o de facto) nonché un nuovo pacchetto di restrizioni, magari sul finire dell’estate e della stagione turistica.

Pertanto sul COVID-19, ma anche sulla campagna vaccinale e sui suoi effetti, è più che mai opportuno ragionare in questo momento, onde prevenire spiacevolissime (seppur prevedibili) sorprese il prossimo autunno.

Lo studio su “Scientific Reports”

In quest’ottica, appare estremamente interessante uno studio pubblicato da “Scientific Reports” e condotto da un team di ricercatori dello statunitense Massachusetts Institute of Technology e dell’israeliana Ben Gurion University.

Si tratta di un’indagine volta a individuare possibili correlazioni statistiche tra infezioni da COVID-19, vaccinazioni contro il covid e incremento di arresti cardiaci e sindromi coronariche acute nella fascia d’età compresa tra 16 e 39 anni.

I ricercatori hanno esaminato i dati settimanali circa le chiamate al servizio di emergenza medica (il nostro 118, per intenderci) per casi accertati di arresto cardiaco o sindrome coronarica acuta su tutto il territorio di Israele nel periodo compreso tra il primo gennaio 2019 e il 20 giugno 2021, esclusi i casi dovuti a traumi di tipo meccanico (incidenti d’auto, risse ecc.) ed escluse altresì situazioni legate ad abuso di sostanze. Da questa enorme mole di informazioni, hanno selezionato i casi in cui il paziente ricadeva nella fascia di età target dello studio (16-39 anni).

Incrociando poi i dati ottenuti con la curva dei contagi da COVID-19 in Israele e col numero di vaccinazioni somministrate settimanalmente, hanno cercato di individuare possibili correlazioni statistiche, e i risultati sono decisamente interessanti.

La correlazione tra vaccinazione ed emergenze cardiovascolari

L’arrivo del covid nel 2020 non ha portato a un aumento statistico dei casi di arresto cardiaco nella popolazione in esame; anzi, vi è stata una leggera diminuzione del numero dei casi. Al contrario, nei primi 5 mesi del 2021 – quando cioè era attiva, in Israele, un’intensa campagna vaccinale (il tasso di vaccinazione in Israele è tra i più alti al mondo) rivolta alla fascia d’età in questione – gli arresti cardiaci nei giovani tra i 16 e i 39 anni sono aumentati del 25,7%.

Non va meglio con le sindromi coronariche acute: esse hanno sì visto un incremento nel 2020, rispetto all’era pre-covid, del 15,8%; tuttavia nel 2021, durante la campagna vaccinale, si è assistito a un ulteriore incremento del 26%; incremento, si badi bene, calcolato rispetto ai dati del 2020, quindi già al netto dell’aumento legato alla pandemia in sé, ed equivalente a ben oltre il 40% di casi in più rispetto al 2019.

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È però osservando i grafici – che sovrappongono curva dei contagi, curva delle somministrazioni del vaccino e curve delle chiamate al servizio d’emergenza per infarti e problemi cardiaci acuti – che emerge con grande chiarezza come i picchi dei casi di arresto cardiaco e di sindrome coronarica acuta si vadano a sovrapporre quasi perfettamente coi picchi di dosi somministrate, mentre l’andamento della curva dei contagi appare completamente autonomo e, anzi, nei momenti di picco dei casi accertati di COVID-19 si assiste a una leggera flessione nel numero dei casi di problematiche cardiache acute.

Un solido argomento contro il ritorno alle vaccinazioni coatte

Gli studiosi non mancano altresì di evidenziare la necessità di ampliare, anche con riferimento ad altre aree geografiche, il ricorso ad analisi statistiche di questo genere, coinvolgendo i servizi di pronto soccorso e il sistema sanitario. Poiché, sottolineano, il monitoraggio passivo – totalmente affidato alla volontà e alla capacità del singolo paziente che si trova a subire un evento avverso di coglierne il nesso causale con l’assunzione di un dato farmaco o vaccino e di segnalarlo correttamente alle autorità competenti – comporta inevitabilmente una sottostima degli effetti collaterali.

I risultati di questo studio meriterebbero quantomeno di essere portati all’attenzione del grande pubblico; tuttavia, ben difficilmente vedremo Bassetti e Pregliasco, in uno dei tanti talk show italiani dove ormai sono di casa, analizzare e discutere il lavoro di questi ricercatori.

In parte ciò accade perché l’analisi in generale trova ben poco spazio sui media italiani, ma in parte perché è ormai chiarissimo che Draghi e Speranza hanno deciso di puntare tutto su una vaccinazione di massa, anche a costo di andare contro a ogni valutazione scientifica e razionale.

Solo una presa di coscienza da parte dei cittadini e una forte resistenza civile e culturale potranno evitare un ritorno del lasciapassare verde e una nuova ondata di vaccinazioni coatte. Ricordiamoci che, nonostante la parziale dismissione del pass vaccinale, siamo ancora governanti dal Signor “Sono nervoso al pensiero di qualsiasi aggregazione di più di due persone”, al secolo Roberto Speranza, e da Mr. “Non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, al secolo Mario Draghi.

Non è il caso di abbassare la guardia.

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.