di Luca Marcolivio

Quantomeno per le Regionali si voterà a settembre. Sembrerebbe essere questa una delle poche certezze nel turbolento scenario politico post-pandemia. Fissate inizialmente per maggio, le elezioni slitteranno, con tutta probabilità, di quattro mesi. Sembra tramontare, dunque l’ipotesi di un irrituale voto a luglio, su cui pure almeno quattro governatori (Zaia, Toti, Emiliano e De Luca) sembravano convergere. Un voto in estate, pur con tutti i disagi del caso, potrebbe tendenzialmente avvantaggiare le amministrazioni uscenti, in particolare quelle di centrosinistra.

L’effetto coronavirus, che ha portato a marzo-aprile a una (vera o presunta) impennata della popolarità di Conte nei sondaggi, sembra però destinato a riassorbirsi presto. I numeri della pandemia si vanno sempre più stemperando, assieme alla presenza mediatica del premier. Il lockdown è ormai alle spalle e la preoccupazione degli italiani inizia a spostarsi dal campo sanitario a quello economico. Se già a maggio, commercianti e ristoratori hanno dovuto fare i conti con i mancati introiti dei due mesi precedenti, con i ritardi nelle casse integrazioni e nei sussidi per le partite IVA, con il distanziamento all’interno dei locali e con la loro costosa sanificazione, il momento più dolente arriverà nel cuore dell’estate, quando sugli albergatori – ma non solo – peserà come un macigno la quasi totale assenza di turisti stranieri. Tutti fattori che, a lungo termine, dovrebbero avvantaggiare elettoralmente l’opposizione.

Guardando nel dettaglio i singoli scenari regionali, il risultato più vicino alla certezza sembrerebbe essere la seconda riconferma di Luca Zaia in Veneto: per il governatore leghista si prospetta un autentico plebiscito, visto anche il clamoroso successo delle politiche anti-Covid che la sua amministrazione ha messo in campo. Molto probabile dovrebbe essere anche la vittoria di Giovanni Toti in Liguria, forte anche della non scontata ricostruzione in meno di due anni del Ponte Morandi. La Regione Toscana ha una sua lunghissima tradizione di amministrazioni rosse: al governatore uscente Enrico Rossi cerca di succedere il presidente del Consiglio Regionale, Eugenio Giani. Uno storico cambiamento potrebbe verificarsi nelle Marche, dove, ormai da qualche anno, i risultati elettorali sorridono al centrodestra: come nella vicina Umbria, le amministrazioni targate PD non sembrano più in grado di fronteggiare le emergenze, mentre lo sviluppo economico arranca, così come la ricostruzione post-terremoto.

In Campania, Vincenzo De Luca è favoritissimo, grazie in particolare alla sua efficace strategia comunicativa. Stile pittoresco e populismo sui generis, il governatore campano ha fatto leva sull’orgoglio sudista ma, pragmaticamente, ha tenuto conto anche delle peculiarità del suo territorio: l’altissima densità abitativa di almeno due province è tale da aver reso il lockdown una necessità fortemente condivisa dalla popolazione, preoccupata peraltro da un sistema sanitario regionale piuttosto fragile. Inoltre la prevalenza dei lavoratori del settore pubblico su quelli del privato ha indotto i campani a preoccuparsi relativamente poco per l’impatto della recessione. L’altra regione del Sud chiamata alle urne è la Puglia, dove, invece, la rielezione di Michele Emiliano è parecchio a rischio: sotto l’amministrazione dell’ex sindaco di Bari, la regione è piombata in un groviglio di crisi e calamità endemiche (dall’Ilva alla Xylella, fino allo scandalo della Popolare di Bari), che sembrano aver vanificato il grande sviluppo, in particolare turistico, dei due decenni precedenti.

Un esito plausibile delle Regionali è quello di una parità (3 a 3) o, più probabilmente, di un 4 a 2, per il centrodestra, che conquisterebbe almeno Marche e Puglia con la conferma delle altre quattro amministrazioni. A livello nazionale, del resto, il tempo sembra giocare a favore dell’opposizione, mentre la maggioranza ha fatto rapidamente riemergere le storiche disfunzionalità delle eterogenee coalizioni di centrosinistra. Con Italia Viva, ormai, il resto del governo è a ferri corti. Negli ultimi otto mesi, Matteo Renzi ha abbaiato più volte ma ha morso molto poco. Tutte le più clamorose sfuriate dell’ex premier si sono quasi sempre risolte in accordicchi e compromessi da Prima Repubblica: la sanatoria per gli immigrati irregolari, tanto cara al Ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, è stata ottenuta in cambio della rinuncia alla sfiducia per il guardasigilli Alfonso Bonafede, ma ora le intercettazioni di Palamara e il degenerare degli scandali nella magistratura, rischiano di provocare ulteriori ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo, così come l’astensione di Italia Viva sul caso Salvini-Open Arms.

Un numero non trascurabile di organi di stampa ha parlato di possibili elezioni anticipate ma, in realtà, l’ipotesi non conviene a nessuno dei partiti di governo. Non conviene in particolare a Renzi, che rischia di essere cancellato dalla scena politica nazionale, e al Movimento 5 Stelle, per il quale il dimezzamento dei parlamentari nella nuova legislatura è un’eventualità concreta. Non conviene, comunque, nemmeno al Partito Democratico che, anche guadagnando voti, avrebbe serie difficoltà nel ridefinire le alleanze. Tutte le componenti della maggioranza, oltretutto, sembrano concordi sulla necessità di resistere almeno fino al 2022, affinché il successore di Mattarella sia nel segno della continuità. Anche l’ipotesi di un governo tecnico, al momento, si allontana, subordinata al risultato delle regionali e all’esito di un accordo con la UE sul recovery fund.

E l’opposizione? Alcuni sondaggi vedono i partiti del centrodestra intorno al 47%. Fratelli d’Italia avanza di circa 8 punti, mentre le quotazioni di Forza Italia, dopo mesi di caduta libera, sembrano nuovamente in rialzo. Il tema immigrazione è improvvisamente sparito dai radar ma, a lungo termine, la quadruplicazione degli sbarchi, unitamente alla succitata sanatoria, potrebbe creare seri problemi di ordine pubblico e integrazione. Rimangono aperti i temi della leadership, del programma e della coalizione, sospesa tra il sovranismo di un Bagnai e l’europeismo di un Tajani.

Luca Marcolivio

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".