di Daniele Scalea
Sinistra scientista e lysenkismo dei giorni nostri

Tra gli espedienti attualmente più popolari, a sinistra, per “vincere” in un confronto verbale c’è quello d’accusare l’interlocutore di “negare la scienza” o “non credere alla scienza”. Non pendi dalle labbra di Greta Thunberg? Sei un “negazionista della scienza del cambiamento climatico”. Non provi goduria fisica (come invece fa Tommaso Labate) nell’esibire il tuo bel passaporto vaccinale per andare a lavoro? Sei uno che “non crede alla scienza virologica” (che in un momento non ben precisato, a quanto pare, ha incorporato il diritto costituzionale come propria branca subordinata).

Poco importa che tale espediente, studiato appositamente per evitare un confronto argomentato, sia la negazione stessa del metodo scientifico fatto di ipotesi, esperimenti, dimostrazioni, falsificazionismo e via dicendo. Poco importa che quella che loro chiamano “scienza” sia in realtà “scientismo“. Poco importa che il loro approccio alla scienza sia totalmente dogmatico e, dunque, per la seconda volta anti-scientifico. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole.

La Sinistra marxista ha sempre preteso di essere “scientifica”: di avere in tasca una verità oggettiva, inoppugnabile, negata solo per ignoranza o malafede dagli avversari. In nome del suo “materialismo scientifico”, ca va sans dire, ne ha prese parecchie di cantonate: come quando l’agronomo Lysenko riportò in auge il lamarckismo in Unione Sovietica, grazie alle persuasive argomentazioni del NKVD che mandò a morte o in carcere gli studiosi che si ostinavano a praticare la genetica, “scienza borghese”.

La cultura sta vivendo una seconda stagione “lysenkista”, sfortunatamente non più confinata a un solo Stato ma che avvelena il mondo intero. Al suo centro c’è la pseudo-scienza della “teoria gender”, un coacervo di sciocchezze elevate a dogmi e difese con la repressione da ogni tentativo, realmente scientifico, di confutarle.

Chi è Debra Soh

debra soh

L’autrice del libro Debra Soh

Un tentativo recente (agosto 2020) e pregevole di confutare la pseudo-scienza gender è il libro The end of gender. Debunking the myths about sex and identity in our society da parte di Debra Soh.

Sessuologa e neuro-scienziata con dottorato di ricerca all’Università di Toronto, ha un’esperienza ultradecennale come ricercatrice accademica; scrive inoltre come giornalista scientifica trovando spazio su numerose pubblicazioni importanti (“Globe and Mail”, “Wall Street Journal”, “Los Angeles Times”, “Playboy” ecc.). Nel libro non mancano spunti autobiografici, in cui la Soh narra del clima di terrore creatosi all’interno della comunità dei sessuologi, dove pochissimi hanno il coraggio di parlare contro la teoria gender per paura d’essere linciati mediaticamente e di perdere il posto di lavoro. La stessa Soh, quando nel 2016 pubblicò un editoriale contro la prassi del cambio di sesso nei giovanissimi, fu fatta oggetto d’una campagna d’odio. La viltà e opportunismo (alcuni scienziati abbracciano l’ideologia gender appositamente per facilitarsi la carriera) dell’accademia l’hanno spinta ad abbandonarla per dedicarsi unicamente al giornalismo.

Cominciamo col precisare che Debra Soh, oltre ad avere solide credenziali scientifiche, è difficilmente sospettabile di simpatie per l’estrema destra. Canadese di nascita ma malesiana e cinese per origini, ha espresso nei suoi vari articoli – e lo fa anche in questo libro – opinioni ben poco “conservatrici” su temi come la sessualità e i matrimoni gay. Il suo profilo è quello della persona tendenzialmente “progressista” che, a un certo punto, s’accorge che talune avanguardie del “progresso” cozzano col buonsenso e con la realtà dei fatti.

Il suo libro è un saggio sobrio, vivacizzato da vari aneddoti d’esperienza diretta ma privo della smania di umiliare l’avversario o di scandalizzare il lettore. The end of gender vuole essenzialmente dimostrare che i capisaldi della teoria gender sono falsi ricorrendo alla letteratura genuinamente scientifica.

Sesso e genere sono definiti dalla biologia

Come sottolinea all’inizio del libro la dott.ssa Soh, gli “studi di genere” non vanno in alcun modo confusi con la sessuologia: i primi usano metodi qualitativi, la seconda quantitativi. Per tale ragione solo la sessuologia può essere considerata una scienza. Questa scienza ci insegna che il sesso biologico è definito dai gameti (cellule sessuali) e che essi possono essere di soli due tipi: sperma o uova. Il sesso è dunque binario.

Chiarire che esiste un “sesso biologico”, di questi tempi, è già eretico per il pensiero unico. Ma chi fosse rimasto un passo indietro nella corsa all’assurdo dell’ideologia gender, già concederà che il sesso sia biologico e oggettivo, affermando che sia invece il genere ad essere artificiale, costruito dalla società. Debra Soh spegne subito anche questo sussulto di vetero-genderismo: pure il genere è biologico, poiché la biologia definisce l’identità di genere e l’orientamento sessuale. A partire da 7 settimane dopo il concepimento il bambino è esposto, nel grembo materno, ad ormoni differenti a seconda del suo sesso. Tale “cura” ormonale è lungi dall’essere insignificante: essa modifica l’evoluzione del cervello, facendo così corrispondere, a livello biologico, genere e sesso.

Qualcuno obietterà tirando in ballo l’esistenza dell’ermafroditismo. A giudizio della Soh questo non smentisce la binarietà sessuale dell’essere umano: sia perché gli ermafroditi continuano a produrre un solo tipo di gameti, sia perché tale condizione è estremamente rara. Esistono persone che nascono con più o meno di dieci dita, ma ciò non spinge nessuno a negare che l’essere umano di dita ne abbia proprio 10.

Il ruolo della biologia nell’espressione del genere

the end of genderSe il genere coincide col sesso ed entrambi dipendono dalla biologia, è vero che c’è un momento in cui a incidere è la società. Tale momento è quello dell’espressione del genere. L’essere femmina o maschio non sfocia nei medesimi comportamenti in ogni luogo e in ogni tempo, ma questa non è una concessione alla teoria costruttivista. Essendo il genere naturale, la biologia continua a metterci mano anche nel modo in cui esso si esprime. Gli ormoni cominciano ad agire, come ricordato sopra, a poche settimane dal concepimento, lasciando tracce indelebili nell’individuo. Più testosterone conferisce maggiori abilità visuo-spaziali e strumentali, meno testosterone produce capacità sociali ed empatia più sviluppate.

Il fatto che non tutti i maschi siano uguali tra loro e non tutte le femmine fatte con lo stampino discende dalla variabilità del livello di testosterone nell’utero. Ad esempio la giovane età della madre, il suo aumento di peso, particolari trattamenti ormonali, la genetica stessa o variazioni casuali possono tradursi in più alti livelli di testosterone anche per i feti femminili; da cui discenderà un individuo di sesso e genere femminili ma con più spiccati caratteri maschili.

Studi dimostrano che le variazioni nei livelli ormonali in utero sono associate tanto al “non conformismo di genere” (ossia a uomini effemminati e donne mascoline) quanto all’omosessualità e alla disforia di genere.

Biologia e omosessualità

Una teoria scientifica, quella dell’ordine di nascita fraterno, statuisce che l’ultimo di vari fratelli abbia più probabilità d’essere omosessuale. Questo perché la madre ha una reazione immunitaria agli antigeni del cromosoma Y prodotti dal feto maschile. A ciascun successivo figlio maschio questa reazione immunitaria è sempre più forte, determinando una riduzione del processo di mascolinizzazione. Le ricerche hanno osservato che l’ipotalamo dei maschi gay risulta più simile a quello delle donne che a quello dei maschi eterosessuali. L’ipotalamo è una parte del cervello che regola nutrizione, combattimento, fuga e, non a caso, accoppiamento.

L’orientamento sessuale sarebbe cioè innato e immodificabile. Per tale ragione Debra Soh è assolutamente contraria alle “terapie di conversione”, che cercano (cercavano, essendo ormai in disuso quando non illegali) di rendere eterosessuale un gay.

Esiste tuttavia una condizione, spesso inclusa nell’omosessualità, in cui i maschi che ne sono interessati non mostrano differenze nelle parti del cervello dimorfiche (ossia differenti tra i due sessi): è quella dell’autoginefilia. In questi casi l’uomo non è attratto dal corpo maschile, come succede per gli omosessuali, ma prova eccitazione nell’immaginarsi donna. L’autoginefilia è all’origine del travestitismo e può portare a pratiche omosessuali, ma in occasione delle quali la fonte d’eccitazione non è il corpo del partner bensì il comportarsi come una donna. L’autoginefilia è citata dalla Soh perché, a suo avviso, oggi molti autoginefili si diagnosticano da soli una disforia di genere che non hanno, avviandosi a una transizione non necessaria.

La “fludità di genere” è solo una moda

La sessuologa canadese riconosce l’esistenza della disforia di genere, ma rifiuta il concetto di “fluidità”. Anche la disforia è binaria, poiché va sempre ricondotta ai due generi naturali, sebbene in presenza di una non corrispondenza tra corpo e cervello. Il vero transgender è colui che, soffrendo di disforia, compie passi sociali o medici verso l’altro genere. Quella dei “fluidi” e dei “non binari” è, a giudizio della scienziata, una mera moda motivata dal desiderio di distinguersi ed essere ammessi in una comunità che, per giunta, conferisce sostegno e prestigio sociali. Ma sostenere che il genere e l’orientamento sessuale siano una scelta (o che siano continuamente mutevoli) implicitamente significa che si potrebbe anche scegliere di non essere gay e, dunque, legittimerebbe le terapie di conversione.

Molti sedicenti “non binari”, a giudizio dell’Autrice, sono solo dei giovani che si sentono a disagio col loro sesso o genere. In omaggio all’ideologia imperante, però, nessuno dice più loro che possono essere semplicemente un tipo di uomo o di donna differente dallo standard. Quello che molti oggigiorno chiamano “genere” è semplicemente la personalità di un individuo.

La disforia di genere dovrebbe continuare ad essere considerata un disordine mentale, al fine di garantire cure psicologiche a chi ne soffre. Le statistiche riportate nel libro raccontano che nel 50% dei casi la disforia dipende da altri disordini psichiatrici.

I bambini vittime dell’ideologia gender

Purtroppo, sottolinea Debra Soh, gli “esperti” chiamati a sovrintendere alla cura della disforia di genere sono sempre più accecati dall’ideologia. L’approccio terapeutico – quello scientificamente più valido e che prevede di capire cosa induca la disforia nel paziente – è ormai condannato dagli “esperti” come “transfobico”. A loro avviso non bisogna porsi nessuna domanda che possa mettere in dubbio la reale volontà del paziente di cambiare sesso, nemmeno se tale paziente è un bambino, ma bisogna cominciare il prima possibile la transizione.

Le analisi psicologiche e psichiatriche sono perciò saltate a pie’ pari: in molti casi già alla prima o seconda visita vengono prescritte terapie ormonali a pazienti giovanissimi per bloccarne la pubertà ed avviarli al percorso di “riassegnazione” (prima “di genere” e poi anche di sesso). Ciò malgrado le statistiche dicano che tra il 60% e il 90% dei bambini disforici cessino di esserlo nel corso della pubertà. È il fenomeno della cosiddetta desistenza, che dipende dal fatto che l’identità di genere si stabilizza col tempo.

I fautori della transizione prematura cercano di sostenere le proprie ragioni con alcuni studi, attualmente in corso, che la Soh giudica però del tutto fallaci metodologicamente: non viene infatti previsto un gruppo di controllo perché è giudicato non etico negare a un bambino disforico la transizione. Spesso, per vincere le resistenze dei genitori, sono usate anche statistiche non corrette sul tasso di suicidi tra bambini transgender.

Eppure non si conoscono gli effetti a lungo termine degli inibitori della pubertà (che furono inventati per bloccare quella precoce, non per interromperla del tutto). Certe funzioni fisiche potrebbero non essere mai recuperabili, eppure gli inibitori sono popolari (e approvati anche in Italia dall’AIFA) perché diminuiscono la desistenza, fenomeno incompatibile con l’ideologia dei “medici curanti”. Bloccando la pubertà si blocca il processo che, il più delle volte, risolve la disforia senza bisogno di transizioni. Si preferisce invece un percorso che sfocia nella chirurgia, l’invasività ed indelebilità dei cui effetti è evidente a tutti.

L’educazione “gender neutral” è una boiata

Debra Soh non lo dice proprio in questi termini, ma la sostanza è quella: l’educazione “gender neutral”, oggi tanto in voga tra i genitori “progressisti”, è una boiata. Il genere dipende dalla biologia, non è qualcosa che si possa apprendere: un bambino non cambierà genere perché la mamma lo veste di rosa e gli regala solo bambole. I ricercatori hanno riscontrato preferenze legate al sesso perfino nei neonati. Quando hanno provato a dare giocattoli infantili alle scimmie – di sicuro non influenzate dalla società – hanno osservato i maschi preferire i ninnoli per bambini e le femmine scegliere i balocchi per bambine. Come già riferito, i cervelli maschile e femminile sono differenti: l’uno più sistematico, l’altro più empatico. Nessuna educazione può modificare caratteri strutturali. Fino ai sette anni circa, i piccoli non riescono nemmeno a ben distinguere tra aspetto ed essenza: per loro un bambino che va in giro con un vestitino rosa è semplicemente una bambina, non un maschietto vestito differentemente.

Purtroppo, l’ideologia acceca certi genitori. Essi capiscono benissimo il ruolo della biologia quando, di fronte a un maschietto effemminato o una femmina mascolina, dicono che “quella è la sua natura e non si può modificare”. Ma davanti a un maschietto o femminuccia che si comporta come tale, decidono che dev’essere per forza “colpa” della società. In realtà ciò che vogliono sono figli di genere “non conforme”. Se non sono tali, cercano di farceli diventare con la violenza psicologica (questa definizione è del recensore, non dell’Autrice, ma ritengo sia la sola inferibile dall’angosciante lettura delle sue pagine).

La particolare vulnerabilità delle adolescenti

Negli ultimi anni si è osservato un fenomeno inedito, definito dagli scienziati (prima d’essere “scomunicati”) come rapid-onset gender dysphoria. Fino a un decennio fa la disforia emergeva sempre prima della pubertà: i soli casi rilevanti in cui lo faceva durante la pubertà erano quelli di adolescenti maschi interessati da autoginefilia. Nell’ultimo decennio, tuttavia, si è assistito a un’esplosione del numero di adolescenti femmine che, senza aver mai mostrato prima segnali di disforia, desiderano diventare maschi.

Gli studiosi stanno indagando questo fenomeno e per ora hanno scoperto che il 60% di queste adolescenti “transgender” ha almeno un altro disordine mentale: quelle con autismo sono le più vulnerabili, poiché inclini a fissarsi maniacalmente sull’idea. Il 40% di loro ha inoltre almeno un amico transgender. Il desiderio di transizione emerge di norma dopo la fruizione di contenuti e messaggi che la fanno apparire glamour. Lo status di transgender è così desiderabile perché conferisce approvazione sociale e maggiore protezione dal bullismo. È inoltre relativamente frequente il caso di ragazze che, dopo aver subito molestie sessuali, desiderano diventare maschi, come per difendersi da tale tipo d’abusi.

Di solito l’evento scatenante è un’amicizia o un qualche evento scolastico. La transizione sociale – ossia farsi chiamare con nome e pronomi dell’altro sesso – comincia proprio a scuola, per iniziativa degli insegnanti e senza consultare i genitori. Quando questi lo scoprono il percorso è già avanzato: gli viene prospettato un alto rischio di suicidio se non lo assecondano. Alcuni, secondo la dott.ssa Soh, lo accettano per inconscia “omofobia”: meglio un figlio che diventa dell’altro sesso, ma etero, che averne uno gay.

Eppure, molti transgender si pentono, dopo aver effettuato la transizione, e decidono di tornare indietro (come Keira Bell): è la cosiddetta “detransizione”. La maggioranza delle detransizioni riguarda soggetti femminili. Secondo la Soh il loro numero è pure sottostimato, perché di solito avviene in forma privata e i ricercatori non sono troppo incoraggiati a studiare il fenomeno per non subire ripercussioni sulla carriera. I medici che, per paura o ideologia, seguono le direttive dei militanti, non aiutano i pazienti durante la detransizione: non esiste nemmeno un protocollo in merito.

Le donne come vittime dell’ideologia gender

Le donne pagano lo scotto dell’ideologia gender non solo in termini di rapid-onset gender dysphoria. In Paesi come la Gran Bretagna i carcerati maschi che si dichiarano donne sono trattati come tali: già oggi il 2% si dichiara “transgenere”. Le recluse donne debbono così dividere i propri spazi con carcerati uomini.

A livello sportivo il CIO ha deciso che atleti biologicamente maschi possono partecipare alle competizioni femminili anche se il loro livello di testosterone è sei volte quello di una donna media. E in ogni caso sopprimere il testosterone non riduce la forza muscolare e gli altri effetti “organizzativi” che gli ormoni hanno avuto in passato (quello che volgarmente chiamiamo “sviluppo”, durante il quale i maschi superano le femmine per prestanza fisica).

Molte lesbiche che si rifiutano di andare con soggetti trans (ossia uomini che si auto-identificano come femmine lesbiche ma rimangono anatomicamente maschi) sono per ciò tacciate di “transfobia”: si pretende che l’orientamento sessuale sia in realtà di genere (“se ti piacciono le donne, devono piacerti anche quelle che hanno corpi maschili”).

La bellezza è oggettiva

I teorici del gender appartengono alla più ampia famiglia “costruttivista”: per loro non esistono realtà naturali ed oggettive ma tutto è costruzione sociale. Ecco perché pretendono che una donna o un uomo debbano essere attratti da un’altra persona basandosi sul modo in cui quest’ultima si auto-identifica e non su ciò che appare a loro. Un maschio etero che rifiuta a prescindere di andare con una “donna transgender” (vale a dire un uomo che dice di essere una donna) è “transfobico”. Il che si riconnette al più ampio filone sul presunto carattere “artificiale” della bellezza, per cui sarebbe sbagliato considerare oggettivamente più bello un corpo atletico e ben formato rispetto a uno flaccido e deforme.

Come spiega Debra Soh nel suo libro, i sistemi sessuali originano dall’evoluzione e differiscono tra maschi e femmine. Per intenderci, siccome il sesso è un investimento molto maggiore per la donna (che potrebbe rimanere incinta) che per l’uomo, la prima ha comportamenti più selettivi e il secondo più competitivi. Gli studi dimostrano pure che tale selezione si fa più stringente durante il periodo di fertilità del ciclo femminile, quando le donne mostrano più inibizioni. Tali comportamenti sono naturali, non dettati dal perfido “patriarcato” che le femministe intravvedono in ogni dove.

L’ormai fantomatico “patriarcato” non è responsabile nemmeno degli standard di bellezza femminile. Essi non sono una costruzione sociale ma un prodotto dell’evoluzione: gli uomini cercano nella partner segni esteriori di salute e capacità riproduttiva. Ad esempio, nella vita più stretta rispetto ai fianchi e al seno, un tratto comunemente apprezzato dai maschi nell’estetica femminile, essi intravedono indizi che la donna non sia incinta né abbia già avuto molti figli.

La cupa notte della scienza

Purtroppo, come si diceva all’inizio, siamo entrati in una nuova fase “lysenkista” che interessa l’intera cultura occidentale: l’ideologia “progressista” ha preso il sopravvento sulla scienza. Oggi spopolano settori di studio o pseudo-scienze che fin nel nome demarcano la propria natura “militante” e ideologica: “femminista”, “queer” ecc. sono definizioni che riscontriamo frequentemente. Ma come ammonisce la dott.ssa Soh, “la scienza attivista, non importa quanto appassionata o ben intenzionata, non è scienza”.

Gli scienziati autentici, tuttavia, si stanno auto-censurando per paura di incappare in linciaggi mediatici che gli costino la carriera. I più spregiudicati abbracciano persino gli slogan anti-scientifici dei militanti pur di godere di buona stampa e buone spintarelle. I bambini sono sottoposti a un’incessante propaganda nelle aule di scuola; ai genitori la stessa viene propinata nelle librerie con testi pseudo-scientifici. Non andrebbe mai dimenticata l’influenza della televisione.

La buona scienza si vede sempre meno in giro: si moltiplicano i casi di studi scientifici censurati, ritirati o ritrattati perché invisi agli attivisti LGBT (o a quelli anti-razzisti, come abbiamo raccontato qui). Intere aree di indagine sono evitate pur di non correre rischi. L’ultimo capitolo di The End of Gender si intitola, cupamente, “La fine della libertà accademica”.

Qui chiudo col racconto del pensiero di Debra Soh e aggiungo la mia brevissima chiosa finale.

Il nemico ha espugnato quasi tutti i fortini del sapere. Tocca a noi difendere quelli che ancora resistono e riconquistare gli altri con ogni mezzo: dobbiamo farlo, se vogliamo lasciare ai nostri figli un barlume di civiltà e non un distopico esperimento d’ingegneria sociale condotto da svitati e depravati.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.