di Silvio Pittori

Due giorni fa mi sono casualmente imbattuto in una lettera che un ordine dei medici ha inoltrato ai propri iscritti. All’interno il seguente ragionamento: siamo in attesa,

come Ordini, che le Regioni incrocino i dati fra i sanitari vaccinati e quelli iscritti agli albi, inviati alle Regioni nel termine di legge previsto (5 giorni), al fine di individuare, stante l’obbligo vaccinale per la categoria dei sanitari, i colleghi medici che, senza valide motivazioni, si siano sottratti a tale dovere etico e deontologico in una emergenza così drammatica. Inoltre, così facendo, tali colleghi si sono messi al sicuro utilizzando la raggiungenda “immunità di gregge”, senza neppure correre il minimo rischio che la somministrazione di un vaccino (in maniera analoga ad un farmaco) avrebbe potuto provocare reazioni avverse o secondarie. In questo frattempo hanno anche tentato di impartirci lezioni di virologia e di malattie infettive, attraverso i social, talora in maniera grossolana e sommaria.

Mi ha colpito da un lato l’idea di individuare i medici sottrattisi al vaccino, quasi nell’ottica di una redigenda lista di proscrizione, e, ancor più, l’uso dell’avverbio “talora” in relazione a lezioni di virologia impartite dai medici non vaccinati. “Talora” ha infatti un significato ben preciso: “Determinazione temporale … per denotare frequenza limitata”. Ciò significa, per averlo messo nero su bianco, che lo stesso ordine dei medici ritiene che, quantomeno “talora”, i medici semplicemente dubbiosi sui vaccini abbiano espresso le loro tesi in maniera tutt’altro che “grossolana e sommaria”. Se ne deduce, senza alcun sforzo, che “talvolta”, per cambiare avverbio, i medici che hanno espresso qualche perplessità sull’uso indiscriminato dei vaccini possano averlo fatto ricorrendo a tesi scientificamente fondate. Ed allora perché minacciare liste di proscrizione in forza di asserito obbligo vaccinale che tuttora non ha trovato definitivo riconoscimento giuridico o giudiziale?

Non sarebbe stato dovere anche deontologico degli ordini dei medici, a tutela della salute dei cittadini, quello di contestare da tempo il protocollo ministeriale della vigile attesa, avendo oramai chiunque contezza che quella vigile attesa “talora” diventa l’anticamera della morte, prevenibile quest’ultima con apposite cure domiciliari, anziché quello di predisporre liste di reietti? Si preferisce invece cantare il peana del vaccino, quale nuova divinità, da inoculare senza se e senza ma, stimolando fortemente anche i giovani a vaccinarsi richiamando persino l’orgoglio nazionale, pseudo-orgoglio che altro non è che appiattimento al pensiero dominante proveniente da chi, in maniera acritica, individua soltanto nel vaccino l’antidoto ad una morte certa. Nel contempo, chiunque soltanto immagini di discutere serenamente del vaccino, dei suoi possibili effetti, anche futuri, è tacciato di negazionismo, con la conseguenza che l’unica voce che oramai circola è quella dei sostenitori del vaccino. Così facendo, sull’altare della libera circolazione, garantita da una sorta di redigendo certificato di robusta e sana corporazione cui tutti anelano, si immola il diritto di ciascuno al libero pensiero, al libero confronto, che da sempre è il motore stesso dell’evoluzione umana e delle società.

Una collega, pochi giorni fa, parlando del vaccino, mi confidava come sia felice che la figlia sedicenne sia al più presto vaccinata. Davanti alla mia domanda se avesse approfondito il tema delle eventuali conseguenze del vaccino sui giovani e sui giovanissimi, mi rispondeva tranquillamente di no, ma l’importante sarebbe stato tornare a vivere, sottolineando altresì che un vaccinato dovrà comunque avere maggiori diritti di un non vaccinato all’interno della società. I non vaccinati come una sorta di reietti, nonostante l’immunità di gregge.

Ieri, 2 giugno, era la festa della nostra Repubblica. Ida Magli nel lontano 2005 evidenziava una caratteristica propria del popolo italiano: la sua capacità di reagire ad ogni oppressione con le armi della pura intelligenza “attraverso l’ininterrotta produzione del pensiero in tutti i campi” (Ida Magli, Omaggio agli Italiani, Bur Rizzoli, 2005). In forza dell’amor patrio che la festa di ieri rivendica, torniamo a fare brillare il nostro pensiero italico contro il pensiero unico della nuova religione sanitaria: ciò non significa negazionismo, ma libero confronto e libera circolazione di idee.

Avvocato cassazionista con sede a Firenze, esperto in diritto civile societario e in diritto penale di impresa e contrattualistica. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Firenze.