di Lorenzo Bernasconi

Il mese dello “orgoglio”

Non è una novità che, tra giugno e luglio, il centro delle principali città italiane venga invaso dal variegato e variopinto corteo di quello che una volta era noto come “Gay Pride” ma che, negli ultimi anni, viene pubblicizzato come “Pride” tout court.

Nuova, semmai, è la rilevanza mediatica di queste parate che, a tratti, riescono a far passare in secondo piano persino il conflitto in Ucraina e l’ormai “classica” (e per ciò stesso forse un po’ usurata) emergenza covid. D’altronde, da 15 anni a questa parte, l’attenzione dei media  – e, di riflesso, quella del pubblico – verso le istanze della comunità LGBT è cresciuta in modo quasi esponenziale; ciò, naturalmente, ha costretto anche la politica italiana a fare i conti con un fenomeno in precedenza considerato marginale.

La politica e i movimenti LGBT

Il Centrosinistra, orfano di consensi tra le classi più umili (anche e soprattutto in ragione dello slittamento dei partiti di quell’area politica verso posizioni ultraliberiste in campo economico ed elitiste in ambito sociale) ha perlopiù sposato e incoraggiato qualsivoglia iniziativa nata in seno ai vari movimenti LGBT, nel malcelato tentativo di rimpolpare il proprio elettorato nonché di seppellire, nel clamore della battaglia per i diritti civili, l’imbarazzante rottamazione dei diritti sociali avallata dalla Sinistra prima con la riforma Fornero e poi con l’abrogazione de facto dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori voluta dal governo Renzi.

A destra invece, eccezion fatta per alcune frange di matrice cattolica e per singoli esponenti dalle idee particolarmente tradizionaliste, ben pochi hanno colto quanto stesse accadendo nel mondo LGBT. Tuttavia, il fenomeno ha ormai raggiunto anche in Italia una dimensione tale da non poter più essere trascurato, al punto che diversi esponenti politici di centrodestra stanno tentando maldestramente di saltare (talora in senso metaforico, talaltra letteralmente) sul carro del Pride per sottrarsi agli strali dei media mainstream, largamente schierati a favore del movimento LGBT, e magari sperando segretamente di accaparrarsi qualche voto in più.

Obiettivo intolleranza

Sembra però che molti non comprendano quale sia il reale obiettivo del movimento LGBT così come esso si è configurato negli ultimi anni, sebbene né gli opinion leader d’area, né la saggistica pro-gender, né le associazioni gay facciano alcuno sforzo per occultarlo.

Tale obiettivo non è più rappresentato, come poteva essere negli anni ’70, dalla promozione della tolleranza e dalla capacità di accettare l’altro, il diverso. Il nucleo profondo di queste virtù, di cui i fanatici di qualsiasi genere sono privi (ed è proprio questa mancanza a renderli pericolosi) si può riassumere in quello sguardo prospettico e in quella capacità di mettersi in discussione che in genere trattiene le persone ragionevoli dall’esclamare “fiat veritas (mea), et pereat mundus”.

La tolleranza è un atto di riconciliazione con la realtà, è la presa di coscienza che il mondo è più vasto e più complesso degli schemi e delle logiche secondo cui si struttura il pensiero umano; significa, in fondo, accettare che il mondo ci preesiste non solo su un piano cronologico, ma anche su un piano ontologico, e che dunque non ne siamo i padroni.

Nulla di tutto ciò sembra però più avere a che fare col Pride e coi movimenti ad esso correlati, il cui leitmotiv, sebbene perlopiù sbandierato sotto l’etichetta della “uguaglianza”, è oggi quello della “normalizzazione”.

Parole d’ordine: normalizzare

Già la radice del termine, con la sua splendida polisemanticità, ci ricorda quanto un pensiero monodimensionale e ridotto a slogan (love is love e altre amenità) non sia in grado di cogliere la mole e gli effetti di quell’iceberg la cui punta multicolore emerge in queste settimane in tante piazze d’Italia. Se infatti rientra nella norma un qualsiasi comportamento che sia statisticamente abbastanza diffuso in una data popolazione, una norma è una legge cui chiunque deve attenersi in una data società, salvo subire sanzioni (anche di natura penale) qualora scegliesse di trasgredirla.

Per rendere normale ciò che fino a ieri non lo era occorre un mutamento culturale lento e non completamente governabile, mentre rendere normato un ambito dove non si era in precedenza sentita l’esigenza di un intervento del legislatore è un processo molto più rapido e virtualmente alla portata di chiunque abbia sufficienti risorse economiche per sostenere un’adeguata attività di lobby.

Normare per normalizzare

Su questo stesso blog troverete numerosi articoli in cui si analizza come il movimento LGBT stia da anni facendo pressione sul legislatore affinché criminalizzi l’espressione di opinioni divergenti; altresì, potrete leggere dei tentativi di imporre forme di “educazione gender” ai più piccoli e della continua richiesta di legislazioni speciali, sempre più ampie e radicali, volte a garantire per legge alla comunità LGBT forme di tutela e di supporto indisponibili a qualsiasi altra categoria di cittadini.

Da tutto ciò traspare chiaramente come la via prescelta dalle organizzazioni LGBT sia quella della normalizzazione per via normativa, ossia il tentativo di predeterminare per legge il modo in cui gli appartenenti alla loro comunità vengono percepiti dal resto della società e il modo in cui con essa si rapportano. Sebbene formalmente in linea con le dinamiche di un sistema democratico, tale operazione si struttura intorno a un nucleo ideologico di matrice totalitaria che rappresenta un pericolo per il sistema stesso.

Il movente della vendetta

Come altre minoranze che partono dal presupposto che la società sia in debito nei loro confronti (spesso sulla scorta di ingiustizie patite dalla categoria svariati secoli or sono) il movimento LGBT sembra concepire il raggiungimento di una “uguaglianza” ex lege come una forma di giustizia riparativa che andrebbe a compensare le discriminazioni (vere o presunte) subite in passato dagli omosessuali.

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Ora, mi è difficile comprendere a che titolo gli attivisti gay di oggi possano sentirsi in diritto di rivendicare un risarcimento in riparazione di torti subiti in altre epoche da persone con cui essi non hanno alcun legame personale né di sangue (l’omosessualità, ovviamente, NON è ereditaria!). Ciò che importa, tuttavia, è che se la spinta riformatrice promossa dalla comunità LGBT nasce da un desiderio di rivalsa verso una società percepita come ostile, tale spinta, qualora raggiunga i propri obiettivi, non farà in concreto altro che legalizzare una forma perversa di vendetta collettiva.

La radice totalitaria del movimento LGBT si nutre precisamente di questa volontà di “farla pagare” a una società dalla quale in passato è stato tenuto ai margini. Sembra evidente che il suo obiettivo sia realizzare una forma occulta di dittatura della minoranza in cui, su certi temi, l’unica scelta e l’unica opinione ammissibili siano quelle gradite alla comunità gay e in cui chiunque osi esprimere idee divergenti venga non solo punito e ridotto al silenzio dal potere dello Stato, ma altresì estromesso dalla società civile, poiché chi non si affrettasse a prendere le distanze dal “reo” rischierebbe di trovarsi a subire il medesimo trattamento.

L’uguaglianza dei contabili

Fiat aequalitas et pereat mundus, questo è il principio cardine della società che piace alla lobby LGBT e ai suoi fiancheggiatori. Un’uguaglianza da contabili, rigida e astratta, completamente slegata dalla realtà e imposta dall’alto nel totale disinteresse verso le conseguenze concrete della sua applicazione. Non importa se ci si ritrova con atleti di due metri per 100kg che “si sentono donna” e competono contro atlete che pesano la metà di loro; non importa se la genetica, che non si piega ai nostri desideri, impone che i bambini nascano da un uomo e da una donna e che le coppie “alternative”, per realizzare il proprio presunto “diritto” alla genitorialità, debbano andare a sfruttare il corpo di qualche disperata nei Paesi più poveri.

Come ogni altra forma di pensiero totalitario, anche l’ideologia LGBT, quando i suoi schemi si trovano a cozzare contro la realtà, non accetta di ridisegnarli: al contrario, tenta di imporli con ogni mezzo, anche contro l’evidenza e la ragione. Un atteggiamento del tutto opposto a quello di chi si ispira al valore della tolleranza.

Non si tratta, in fondo, che di un’altra manifestazione di quella hybris che ha generato i totalitarismi del ‘900; è la pretesa dell’uomo di poter rifare daccapo sé stesso e il cosmo, il rifiuto di quella condizione umana che Heidegger chiamava “Geworfenheit”, il trovarsi gettati in un mondo naturale e umano che ci preesiste, con cui siamo in relazione fin dal primo istante e di cui siamo sì custodi, ma non padroni.

Una classe di privilegiati

Qui non si tratta di garantire la sicurezza fisica delle persone omosessuali, né il loro diritto a competere alla pari con tutti gli altri in ambito lavorativo o la loro possibilità di vivere una vita di coppia con chi più gli aggrada: tutto ciò, in Occidente, è loro garantito ormai da molti anni e nessuno (salvo l’estremismo islamico, ma questo è un altro discorso) si sogna di metterlo in discussione.

Il nocciolo della questione, qui, è se vogliamo assecondare un’ideologia che mira a creare una classe di privilegiati cui per legge sarà impossibile rivolgere la minima critica e i cui esponenti potranno in qualsiasi momento ricattare chiunque non appartenga alla classe degli “eletti”, giocando strumentalmente la carta dell’omofobia e della discriminazione (e magari minacciando denunce e gogna mediatica) per ottenere posti di lavoro, promozioni, trattamenti privilegiati e quant’altro scavalcando persone più meritevoli ma “colpevoli” di eterosessualità.

Resistere all’intolleranza

Sono convinto che anche tra i gay vi siano molti libertari contrari a questa deriva ideologica di molte associazioni che in teoria dovrebbero rappresentarli: tuttavia temo che, per loro più ancora che per noi, sia davvero difficile esprimere posizioni controcorrente su questi temi, date le prevedibili e nefaste conseguenze sul piano sociale. Ciononostante, ritengo fondamentale che chiunque abbia a cuore valori come libertà e tolleranza (a prescindere dai suoi gusti sessuali) non ceda di un millimetro alle pressioni dell’attivismo LGBT odierno, che è, giova ricordarlo, assai diverso, nei metodi e negli scopi, da quello del secolo scorso.

Se è vero che resistere a tali pressioni significa sempre più spesso trovarsi a pagare un prezzo elevato sul piano politico e personale, è altrettanto vero che, in passato, molti uomini e donne hanno trovato il coraggio di opporsi a regimi e movimenti ben più forti e violenti, rischiando sovente la loro stessa vita.

È tempo di contrapporre all’intolleranza LGBT un’autentica resistenza culturale e civile in nome della libertà di espressione e di coscienza, senza paura e senza cercare di piacere a chi ci vorrebbe sudditi e silenti.

Tutto il resto è collaborazionismo.

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.