di [molongui_byline]

Il fronte pro-Putin in Italia

Dalla scoppio della guerra in Ucraina, che ha trasformato improvvisamente un Paese sconosciuto ai più nel baricentro degli equilibri geopolitici mondiali, tra l’elettorato conservatore italiano si mantiene saldo (o addirittura si rafforza) un movimento d’opinione, minoritario ma non trascurabile, che guarda con una certa simpatia al presidente russo.

Putin viene infatti percepito da molti conservatori come più vicino alle loro istanze rispetto alla maggioranza dei leader occidentali, che non di rado hanno abbracciato acriticamente e fatto propria l’agenda ultraprogressista della sinistra liberal statunitense. A ciò si aggiunga un disagio sempre più diffuso nei confronti di quel capitalismo iperliberista di matrice anglosassone che negli ultimi vent’anni ha contribuito marcatamente all’impoverimento della classe media europea e alla precarizzazione del lavoro.

In questa prospettiva, le frequenti critiche rivolte dal presidente russo al capitalismo americano appaiono ragionevoli e condivisibili agli occhi di molti cittadini europei, che tuttavia, non conoscendo, in genere, il sistema economico della Federazione Russa, rischiano di farsi incantare da una narrativa che occulta abilmente tutta una serie di problematiche.

Perché la Russia putiniana non è un modello

L’economia russa, da anni piuttosto stagnante, si regge infatti su un sistema per diversi aspetti non così differente dal capitalismo sfrenato made in USA; ma, soprattutto, il modello economico della Russia di Putin non si è affatto dimostrato migliore di quello occidentale se guardiamo al livello di benessere e sicurezza che è stato in grado di garantire alle fasce più deboli (nonché più ampie) della popolazione locale.

La società russa vede tuttora la compresenza di una minoranza ultraricca e di un gran numero di proletari che sopravvivono in condizioni di relativa o assoluta povertà, mentre la consistenza della classe media appare piuttosto esigua in confronto a quella del proletariato urbano e suburbano. Anche nella patria di Dostojevski la ricchezza tende a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi e né Putin, né i membri del governo Mishustin sembrano interessati a limitare questo fenomeno, appartenendo essi stessi a quella classe di oligarchi che da tale trend trae enormi benefici personali.

Se quindi la via russa allo sviluppo non appare come una panacea in grado di sanare i malanni delle nostre economie in crisi, sul piano sociale e culturale la linea politica del presidente Putin può invece sembrare, ad uno guardo superficiale, una valida alternativa a quella dei suoi omologhi occidentali, perlomeno su alcuni temi cari ai conservatori, come la tutela delle tradizioni e della famiglia o una certa diffidenza verso la propaganda LGBT. Lo stesso Putin non manca di rimarcare tali aspetti, proponendosi come il garante e il difensore dei valori patriottici e conservatori, anche nell’ottica di accattivarsi le simpatie di quell’ampia fetta dell’opinione pubblica europea che non si riconosce nelle politiche ultraprogressiste dei propri governi.

Lo scontro di civiltà che non c’è

Tuttavia temo si stiano illudendo quei cittadini europei che credono di aver trovato in Putin il paladino dei valori tradizionali oggi trascurati e ghettizzati nel melting pot dell’Europa occidentale. Così come, a mio avviso, sbagliano – in buona fede o meno – Alexander Dugin e il patriarca Kirill nel far risalire l’origine del conflitto in atto ad uno scontro di ideologie e di civiltà, evocando anticristi e scontri apocalittici tra il bene e l’armata delle tenebre.

Ritengo infatti che l’astuto Putin, memore della gioventù trascorsa nel KGB, stia, molto più prosaicamente, utilizzando l’arsenale retorico sullo scontro di civiltà per ammantare con un’aura di sacralità un’invasione militare che è, citando Von Clausewitz, semplicemente la prosecuzione con altri mezzi della politica e, nello specifico, di una politica di potenza volta a conquistare risorse e spazio vitale, nonché a creare un ampio cuscinetto tra il cuore del mondo russo e i Paesi membri di un’alleanza militare che, a torto o a ragione, Putin percepisce come una minaccia per gli interessi vitali della Russia.

In quest’ottica, gli appelli ai valori della tradizione e le critiche alle “degenerazioni omosessuali” dell’Occidente non sarebbero altro che un artificio retorico, così come la narrativa sulla “denazificazione” dell’Ucraina. Ho la netta impressione che, se il battaglione Azov avesse indirizzato la propria ostilità verso gli occidentali anziché verso i russi, Putin avrebbe tollerato di buon grado i riferimenti alla simbologia e all’ideologia nazista di alcuni estremisti ucraini, e magari avrebbe offerto loro supporto logistico e militare.

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Il mito dell’Ucraina democratica

Ciò detto, la situazione sul fronte opposto appare pressoché simmetrica: la politica e i media occidentali non fanno che ripetere quanto la guerra in corso sia uno scontro tra il mondo libero e democratico da un lato, rappresentato dall’Ucraina, e la feroce dittatura russa dall’altro, e come Zelensky costituisca oggi il baluardo e l’incarnazione dei valori e degli ideali in cui tutti ci riconosciamo.

Ora, anche tralasciando il fatto che l’Ucraina, secondo la fondazione americana Freedom House, già prima dell’invasione russa era caratterizzata da un regime di democrazia parziale paragonabile a quello dell’Angola o della Nigeria – non esattamente modelli riconosciuti di democrazia e rispetto dello stato di diritto – viene da chiedersi quali siano i valori occidentali in cui dovremmo oggi riconoscerci e in nome dei quali dovremmo coalizzarci contro l’orso russo.

I dis-valori dell’Occidente

Forse si tratta del revisionismo becero della cancel culture, che abbatte statue e brucia libri pretendendo di giudicare figure vissute scoli fa secondo standard odierni?
O delle lezioni gender alla scuola primaria e del cambio di sesso praticato ai bambini?
O, ancora, dell’esportazione della democrazia di cui abbiamo visto un fulgido esempio in Afghanistan, coi talebani che, dopo vent’anni di guerriglia, sono tornati saldamente al potere?
O magari della sorveglianza di massa e dell’utopia del rischio zero, col suo corollario di lockdown, vaccinazioni coatte, lasciapassare interni e Stato di polizia?

In realtà né l’ultraprogressismo del duo Biden-Harris, né il conservatorismo di facciata dell’autoritario presidente russo hanno granché da offrire, in termini valoriali, al popolo dei conservatori europei, che non avrebbero alcun motivo di combattere e morire per portare il gay pride a Kiev o a Mosca ma che, d’altra parte, nemmeno avrebbero alcuna ragione di sostenere l’antidemocratico e autoreferenziale leader russo.

Dalla lente ideologica al faro dell’interesse nazionale

Dismessa dunque la chiave di lettura ideologica o, se si preferisce, valoriale, non resta che analizzare il conflitto come uno scontro tra le politiche di potenza di due blocchi contrapposti, con interessi diversi e difficilmente conciliabili. A questo punto, ognuno potrà farsi la propria idea sulla linea politica che l’Italia e l’UE dovrebbero tenere; non più, però, sulla scorta di valutazioni di matrice idealistica o ideologica, bensì in base a considerazioni di natura pragmatica e strategica.

Tutto ciò, sia chiaro, non significa trascurare l’aspetto umanitario del conflitto: prestare assistenza ai profughi ucraini e fornire cibo e medicinali a coloro che hanno scelto di restare in patria e resistere rientra, a mio avviso, tra quei doveri di umana solidarietà cui un Paese civile non può venir meno, salvo gravissime e cogenti ragioni di sicurezza nazionale.

Per quanto riguarda invece l’ingresso, formale o tacito, dei Paesi europei nel conflitto, anche attraverso la fornitura di armi a una delle parti belligeranti, penso che il criterio cui dovrebbe guardare chiunque si rifaccia ad una visione conservatrice del mondo sia oggi proprio il tanto vituperato, ma più che mai essenziale, principio della difesa dell’interesse nazionale.

Lorenzo Bernasconi
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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.