di Giulio Montanaro
La Haugen esce allo scoperto

Se c’è qualcosa che nessuno oserebbe mettere in discussione, al riguardo della settimana passata, è che Frances Haugen vi abbia avuto un impatto devastante. Quello su cui bisognerebbe eventualmente riflettere è altro. È la solita vecchia questione: l’echo chamber effect che i media offrono agli eventi di rilevanza planetaria.

Siamo sicuri che ci sia stata detta la verità sul presunto scandalo di “Facebook”? È Francis Haugen effettivamente una delatrice, paladina dei diritti dei cittadini a la Julien Assange, Edward Snowden e Tristan Harris? O, come dichiarato da Dan Bongino durante il suo podcast The Dan Bongino Show: “È solo un imbroglio!”?.

Iniziamo dando un occhio alla solita narrativa messianica che ci racconta il mainstream. Presumibilmente seguendo i passi dell’ex impiegato di “Google” Tristan Harris, ora guru del technology & ethics che ha iniziato a denunciare il modello finanziario dei colossi della tecnologia anni fa, la scorsa settimana Frances Haugen ha iniziato a rivelare alcune pratiche della società diretta da Mark Zuckerberg.

Le accuse a Facebook

Come già denunciato dallo stesso Harris in un’intervista rilasciata a “Fox Business” lo scorso Aprile: “Il modello di business del Big Tech è una società dipendente, indignata, rabbiosa, polarizzata, performativa e disinformata”. Aggiungendo che: “Gli algoritmi e la dipendenza sono il focus della testimonianza sugli eventi di Capitol Hill.

Francis Haugen, ex product manager nel team sulla “integrità civica” di Facebook, ha recentemente fatto avere al “Wall Street Journal” documenti inerenti gli effetti nocivi di “Instagram” sulle teenager. Il WSJ ha iniziato ad indagare, come testimoniato dalla sua serie Facebook Files, sulla base delle accuse della Haugen. Accuse non da poco: denuncia infatti che Facebook privilegerebbe il profitto sul contrasto all’incitamento all’odio e la disinformazione, contribuirebbe ad incrementare le polarizzazione online, sarebbe consapevole di quanto dannoso Instagram sia per gli adolescenti e – rullo di tamburi – avrebbe giocato un ruolo essenziale nelle rivolte di Capitol Hill del 6 Gennaio. Uau!

Le ulteriori informazioni emerse a seguito dell’indagine del WSJ sono veramente interessanti. Facebook dice d’applicare le sue regole a chiunque, mentre dai documenti del WSJ s’evince ci sia una elite che ne è invece esente. È chiaro poi che Facebook fosse pienamente a conoscenza dei rischi di Instagram sugli adolescenti. Inoltre – e qui arriviamo alla parte più interessante – nonostante le pronte segnalazioni degli impiegati responsabili di supervisionare potenziali crimini compiuti da trafficanti di persone o droga avvalendosi della imprescindibile assistenza del Social Media americano, la risposta di Facebook sarebbe stata sempre molto molto lenta, rendendo inani le segnalazioni dei responsabili.

Ma attenzione, c’è un’altra rivelazione “scottante” al riguardo dell’indagine del WSJ: pare infatti che, nonostante i migliori intenti di Mark Zuckerberg, la sua salvifica pulsione verso la tutela della salute degli americani sia stata minata da attivisti no vax responsabili di aver gettato discredito, tramite Facebook, sulle narrative create da Facebook stesso sul tema del vaccino anti-covid.

La scoperta dell’acqua calda

“Signori, siamo di fronte ad uno dei più grandi casi di giornalismo investigativo degli ultimi tempi!” – avranno commentato i creduloni progressisti contemplando un arcobaleno scintillante. Fatto sta che il mainstream americano ha iniziato a cavalcare l’indagine del WSJ (a differenza, stranamente, delle indagini di “Project Veritas” su Big Pharma). È domenica 3 Ottobre quando la Haugen è ospite dello show su CBS “60 Minutes”, dove reitera le accuse verso l’ex datore di lavoro. L’intervista provoca ulteriore interesse nella società americana e la Haugen si trova quindi convocata in Senato il 5 Ottobre per esser ascoltata al riguardo.

È interessante leggere quanto sia emerso dall’indagine del WSJ in merito al traffico di persone, ai cartelli della droga e, ovviamente, sulla panacea della società contemporanea, il vaccino anti-covid. Dico “interessante” con sarcasmo, perché si presume non sia nulla di nuovo. Come nulla di nuovo dovrebbe essere quanto detto dalla Haugen in merito all’impatto dei Social Media sulla salute mentale degli adolescenti. Il libro di Katherine Ormerod Why social media is ruining your life si basa su dozzine di recenti ricerche scientifiche che già denunciavano quanto detto dalla Haugen. E possiamo facilmente reperire altre dozzine di libri simili.

Non è effettivamente questa l’incongruenza principale riscontrata indagando sul tema. Quello che mi ha profondamente impressionato è che il Federal Human Traffic Report del 2020 sia stato finora completamente ignorato da Facebook, dalla Haugen mentre lavorava a Menlo Park e, ovviamente, da WSJ, CBS e tutta la comunità progressista americana. Non è strano che qualsiasi ricercatore indipendente possa facilmente recuperare tali informazioni ma, affinché diventino di pubblico dominio, ci sia bisogno di una presunta delatrice dei Social Media? Intendiamoci: se colleghiamo i dati del Report del 2020 alla società di Mark Zuckerberg, il risultato che emerge è che il 65% dei bambini coinvolti nel traffico umano per fini sessuali avvenuto tramite Social Media sia passato tramite Facebook.

Di sicuro interesse è anche il contributo del 2019 della dottoressa Melissa Withers su “Psychology Today”, stracolmo di tristemente rilevanti ricerche scientifiche che dimostrano come le piattaforme social aiutino a promuovere il traffico delle persone, denunciando un business da 150 miliardi di dollari l’anno, responsabile di oltre 25 milioni di vittime all’anno. Il tutto nel totale silenzio delle organizzazioni internazionali (le cui stime sulle dimensioni del fenomeno sono, verrebbe da dire, sospettosamente molto molto più contenute delle stime di “Forbes”), delle ONG paladine dei diritti umani, dei governi e, ovviamente, dei media mainstream e dei manifestanti “My body, my choice!”.

Chi c’è dietro Frances Haugen?

Sarà dovuto al fatto che sono un conservatore, ignorante, paranoico e quindi con inevitabili tendenze cospirazioniste quando si tratta d’interpretare la società contemporanea, ma ancora non riesco a darmi una spiegazione del perché tutta questa storia avesse bisogno delle “rivelazioni” della Haugen per trovare risonanza mediatica.

Oddio, i conservatori! Sembra che la critica della Haugen a Facebook riguardo la sua presunta eccessiva tolleranza nei confronti delle voci conservatrici (di cui ci dà notizia anche il “New York Post”) possa avere una matrice politica, come dimostrato da Luke Rosiak su “The Daily Wire”. Il titolo del pezzo di Rosiak, e la documentazione su cui questo si basa, lasciano poco spazio ad interpretazioni: “La gola profonda di Facebook è un’attivista di sinistra rappresentata dallo stesso avvocato che difendeva la gola profonda responsabile dell’impeachment di Trump. Proseguendo nell’articolo, Rosiak denuncia che “la Haugen ha lavorato con funzionari dei Democratici per dare risonanza alle sue lamentele ed è difesa dallo stesso avvocato della presunta gola profonda le cui accuse portarono all’impeachment di Donald Trump – e che poi venne fuori essere nulla più che il consigliere-capo di Joe Biden”.

Rosiak non è solo. Un altro considerevole contributo ad evidenziare le varie incongruenze di questo presunto scandalo lo si trova sul “National Review”, a firma di Michael Brendan Dougherty, nell’articolo dal titolo: “Il caso sbagliato contro Facebook”. Dougherty critica Facebook per essere responsabile della campagna di disinformazione a detrimento degli americani e degli irlandesi. “I critici di Facebook da sinistra – la Haugen in primis, dice Dougherty – hanno grandi difficoltà a distinguere il comportamento dei conservatori su Facebook dall’effetto del disegno ideologico conservatore operato da Facebook. In ragione di ciò, per la Sinistra ed i Social Media, tali piattaforme altro non sono che un portale attraverso cui osservare tutti i temi di destra da loro non approvati e di cui la gente discute. La loro vana aspettativa è che attendibili bugiardi progressisti come Dan Rather possano esser messi a capo della gestione di questi spazi. Che è la ragione per cui c’è in atto una campagna, iniziata con Cambridge Analytics ed ora giunta alla Haugen, per legittimare ulteriore endorsement dei Social Media a tematiche progressiste”.

Rosiak e Dougherty non possono di sicuro essere descritti come cattivi ragazzi, né estremisti di destra, né tanto meno teorici della cospirazione. Andiamo quindi a vedere cosa dicono le più spudorate voci del conservatorismo americano. È durissima decidere tra Ben Shapiro e Jack Posobiec. Vivendo nell’era della post-verità, della costante mistificazione culturale e mediatica, scelgo Posobiec proprio in virtù del suo incredibile curriculum su “Wikipedia”. Questa è gente credibile ai miei occhi.

“C’è qualcosa che non torna in questa gola profonda di Facebook” twitta Posobiec alle 14.33 del 4 Ottobre. Scorrendo ancora il suo profilo “Twitter” ci si imbatte in un post singolare, quello del sito della Haugen. E qui le mie certezze iniziano a traballare. Inizio ad essere confuso. Ma come: pensavo fossimo di fronte ad una nuova eroina, l’ultima paladina delle libertà e dei diritti umani. Mentre, leggendo quanto riporta sul suo sito, pensando a quanto tempo abbia passato in Facebook e quali fossero le sue responsabilità in seno al gigante di Menlo Park, il profilo che s’inizia a delineare davanti ai miei occhi è quello dell’eroe malvagio al soldo della ruling class della Silicon Valley.

Vediamo un po’ che dice la Haugen su di sé e sulla sua missione professionale, nonché sui propri standard etico-deontologici: “Frances Haugen sostiene la supervisione pubblica dei social media”. Poi aggiunge: “Possiamo avere dei Social Media che ci godiamo e che tirino fuori il meglio dall’umanità”. Be’, mi sembra che durante il suo impiego in Facebook la Haugen abbia fatto dei suoi principi una vera e propria missione. Sono sorpreso che non sia stata oggetto di riconoscimenti per il contributo alla trasparenza, giustizia sociale, impegno per una maggior eguaglianza dei generi, per il suo fondamentale apporto nel campo dei diritti umani.

Quello che non mi lascia affatto sorpreso è che il teorico della cospirazione, estremista di destra e troll di internet Jack Posobiec continui a gettar luce sulla questione, addentrandosi sempre più nella tana del bianconiglio chiamata “scandalo Facebook”. E chi meglio del media alternativo Project Veritas conosce gli abissi della tana di quell’altro bianconiglio chiamato Deep State? Posobiec twitta ancora: “Ho appena parlato con James O’Keefe [capo di PV] su WarRoom [programma di Steve Bannon]. Ha confermato che “60 Minutes” della CBS non ha mai invitato alcuna delle sue gole profonde dalla Silicon Valley o da dovunque altro”.

Stranezze a Wall Street

Scusate, ma per quanto mi riguarda la misura è colma. È il caso d’iniziare ad indagare autonomamente sui primi indizi che mi hanno portato a redigere questo pezzo. Indizi che hanno destato l’interesse di oltre 20 mila persone che hanno visualizzato, alle 2.30 circa di notte, il primo pezzo da me scritto sul tema per un canale “Telegram”.

Tutti sanno che il vero parlamento del mondo sta a Wall Street. Sono voluto così, per scrupolo, andare a verificare le performances dei titoli dei Social Media la notte del blackout di Facebook. Le mie paranoie ed il mio complottismo mi dicevano che c’era qualcosa che non tornava, rispetto alle idiozie che la mia compagna mi faceva notare succedere su Twitter.

Avreste mai scommesso che un tech giant, scusate, un Social Media, potesse fare peggio di Facebook il 4 di Ottobre? Be’, nonostante il blackout di Facebook abbia generato un ondata di pubblica derisione su Twitter, nonostante si presumeva fosse quello il momento di maggiore reach nella storia del Social Media diretto dall’indiscusso re della censura Jack Dorsey, il titolo in borsa è letteralmente crollato, affondato per meglio dire, a -5,9%, facendo di Twitter il biggest loser dei tech giants in quel giorno.

Fermate tutto. Ma come?! Era l’unico Social Media attivo ed ha performato peggio di Facebook (-4,89%)? Be’, a dire il vero non era l’unico Social Media attivo e non è stato nemmeno l’unico Social Media a registrare perdite peggiori di Facebook. Anche “Snapchat”, e quindi “Tik Tok” (ragioneremo più oltre sul perché), è infatti precipitato a -5,13%… Com’è possibile che i titoli di Twitter e Snapchat abbiano registrato tali rovesci? Be’, leggendo gli analisti finanziari le ragioni paiono connesse con un tracollo di fiducia, da parte della cultura popolare, nei confronti dei Social Media.

Che sta succedendo? Il mondo, grazie a Frances Haugen, ha finalmente iniziato a svegliarsi ed a realizzare l’effettivo modus operandi dei Social Media e dei rischi che questo può comportare? O ci troviamo di fronte all’ennesima Deep State False Flag? Se dovesse effettivamente essere solo una copertura, a quale fine sarebbe rivolta? È il caso di fare un passo indietro ed andare a vedere che ne pensa al riguardo una delle voci più oltraggiose d’America, Ben Shapiro.

Secondo il fondatore di “The Daily Wire” “ogni possibile nuova legislazione che emergerà come conseguenza delle accuse della Haugen si trasformerà in una tirannia verso il basso”. Per quale ragione Shapiro sostiene tale tesi? E siamo sicuri che il giorno del blackout non stesse succedendo altro attorno ai tech giants protagonisti dei peggiori ribassi a Wall Street il 4 Ottobre?

Nihal Krishan, su “Yahoo News”, riporta come Facebook, in data 4 Ottobre, abbia avviato una mozione per dismettere una causa intentata contro di sé dall’Antitrust che, per la seconda volta, accusa Facebook d’esercitare un monopolio. Facebook la contesta proprio in virtù della presenza sul mercato di competitori come Twitter e Tik Tok (Snapchat)…

Se mi stai ancora leggendo, significa che ho fatto un egregio lavoro. Il che comporta anche comprendere quando fermarsi. Anche perché, lo notiamo tutti, è innegabile: più in profondità ci s’addentra nella tana del bianconiglio, più si capisce quanto questa sia profonda…

Poliglotta, talent scout nel mondo della musica elettronica, advisor creativo con varie esperienze di gestione aziendale, ricercatore indipendente ed appassionato di media alternativi, Giulio Montanaro ha esordito come cronista nel 2000, a Padova, collaborando con il gruppo editoriale "Il Gazzettino”.