di Daniele Scalea

Il giornalista americano Christopher Caldwell, redattore di “Claremont Review of Books”, è un uomo per molti versi in controtendenza: conservatore che riesce a farsi pubblicare regolarmente dal “New York Times”, nell’epoca della bulimica iper-semplificazione social non lo si trova né su “Facebook” né su “Twitter” e pubblica un libro a decennio. Ma sono libri che lasciano il segno.

Nel 2009, con un biennio d’anticipo sulla grande crisi migratoria che avrebbe lanciato il tema, diede alle stampe Reflections on the Revolution in Europe: una raffinata analisi di come l’immigrazione, in particolare musulmana, stesse già rivoluzionando l’Europa. Chi ha letto il ben più modesto libro dell’autore di questa recensione, ossia Immigrazione: le ragioni dei populisti, ricorderà l’opera di Caldwell abbondantemente citata come uno dei testi fondamentali sull’argomento.

L’anno scorso una nuova fatica del giornalista americano ha raggiunto gli scaffali delle librerie: si tratta di The Age of Entitlement. America Since the Sixties. Il titolo, grosso modo traducibile come “l’età dei diritti” (ma il termine “entitlement” ha una connotazione che rimanda al privilegio e alla pretesa), fa riferimento all’epoca di storia americana che è cominciata col Civil Rights Act del 1964; il libro analizza questi ultimi cinquant’anni cercando di leggere tra le righe degli eventi e spiegare come e perché sia mutata la società. Si tratta di un’opera senza dubbio imprescindibile per lo studioso di cose americane, ma interessante e preziosa anche per gli altri: perché ben noto è quanta influenza il Nuovo Mondo abbia avuto sul Vecchio e perché, come scrive lo stesso Caldwell, “la politica dei diritti civili si è rivelata l’esportazione americana di maggior successo nel tardo ventesimo secolo”. L’America raccontata da Caldwell, a grande linee, è anche la nostra Europa: capendo la prima si può capire la seconda.

Age of Entitlement è un libro iconoclasta, che fa a pezzi uno dei totem del progressismo (la desegregazione razziale) così come uno del conservatorismo (Reagan). Ovviamente Caldwell non è un nostalgico del razzismo e della segregazione, ma guarda oltre la superficie per scrutare gli abissi della rivoluzione che il presidente Lyndon Johnson, sfruttando l’onda emotiva suscitata dall’uccisione del predecessore Kennedy, avviò col Civil Rights Act, la legge federale che mise fine alla discriminazione razziale nel Sud. Come spiegato dettagliatamente dall’Autore, questa rivoluzione fu varata da un’America ancora conservatrice, dominata a tutti i livelli (politica, media e accademia) dai veterani della Seconda Guerra Mondiale, e che desiderava con essa solo mettere fine alla vergogna della segregazione.

Il risultato non coincise con le aspettative pubbliche. La riforma dei diritti civili è divenuta una delle più impegnative e longeve imprese storiche degli Usa: cominciata negli anni ’60, durata (finora) mezzo secolo, è costata migliaia di miliardi di dollari e ha indotto a rileggere l’intera storia americana alla luce del problema razziale. La razza ha assunto un significato religioso e il movimento dei diritti civili ne è divenuto la chiesa. La riforma dei diritti civili doveva curare l’ossessione per la razza nel Sud del Paese: ha finito invece per nazionalizzarla, tramite la “azione affermativa” (affirmative action), ossia la discriminazione “positiva”. Con essa un sistema esplicito di preferenza razziale è stato introdotto a livello federale.

Oltre a ciò, il Civil Rights Act ha pure offerto un modello di potere trasformativo basato su coercizione, spesa e non-curanza verso i dettami costituzionali. L’imposizione burocratica, gli ordini esecutivi, la sorveglianza militante, le cause legali e le sentenze giudiziarie sono stati gli strumenti usati, nei decenni seguenti, da ogni minoranza per affermare i propri privilegi contro la tradizione e la volontà della maggioranza. Tribunali e burocrazia si sono sostituiti alla politica democratica. Ad esempio si creò l’Office for Civil Rights, le cui linee guida saranno da allora trattate dai tribunali alla stregua di legge, benché redatte da burocrati al di fuori di qualsiasi rappresentatività e controllo democratici. Il Civil Rights Act è divenuta una seconda costituzione “ufficiosa” che, quando in contrasto con la prima e “ufficiale”, prevale sempre. Ecco dunque la cancellazione di alcuni “vecchi” diritti costituzionali come la libertà d’associazione (per bandire la segregazione) e quello d’espressione. Nel 1978 la Corte Suprema stabilì che è legittimo assegnare punteggi su base razziale a mo’ di handicap; tradotto: l’azione affermativa non serviva più a risarcire per il razzismo passato ma a correggere quello (presunto) del presente. Le differenze di risultati tra gruppi devono da allora essere attribuite necessariamente al razzismo. Sostenere il contrario (chiamando in causa, ad esempio, il merito individuale) significa delegittimare la rivoluzione dei diritti civili, ossia la nuova “Costituzione de facto” degli Stati Uniti. Ecco servita la censura delle opinioni divergenti, che prenderà la forma del “politicamente corretto”. Il sistema creato dai diritti civili rende insostenibile per ogni azienda sopportare cause di discriminazione. I datori sono dunque sempre pronti a licenziare gli impiegati che finiscano sotto attacco dei “progressisti”. È la privatizzazione della censura. Tutti hanno paura di dire una parola fuori posto che possa costare la carriera. Il politicamente corretto è una riforma dall’alto imposta all’opinione pubblica tramite la punizione dei dissidenti. È – scrive Caldwell – “la più completa conquista ideologica del potere istituzionale nella storia degli Stati Uniti”.

Ogni impulso delle minoranze ha, dal 1964, sempre la meglio sulla democrazia. Un caso evidente è quello dei gay. Caldwell ne ripercorre in un capitolo il processo di emancipazione/affermazione fino al matrimonio omosessuale, evidenziando come esso si sia svolto a ogni tappa contro l’opinione prevalente (che solo ex post si andrà a conformare alle decisioni fatte valere dalla minoranza) e sempre per mezzo di sentenze di tribunale in cause studiate a tavolino da fondazioni e studi legali, in cui gli stessi querelanti sono attentamente selezionati per piacere ai giudici (vedi Edith Windsor). L’esito fu la ridefinizione giuridica del matrimonio, non più realtà pre-esistente allo Stato e da essa riconosciuta, bensì istituto di welfare creato dallo Stato medesimo (e, in quanto tale, che non può accettare alcuna forma di discriminazione).

I primi epigoni dei neri a sfruttare il nuovo modello, negli anni ’70, furono tuttavia le femministe, anche se non sempre con risultati felici per le donne stesse. Fu infatti stravolto il modello del New Deal, quello della famiglia monoreddito in cui il salario del marito doveva compensare anche il lavoro casalingo della moglie. Dagli anni ’70 pure la donna deve lavorare sul mercato per guadagnare la propria quota, che però non è aggiuntiva a quella che già aveva tramite il marito: gli stipendi infatti calano per la maggiore offerta. Il reddito familiare rimane invariato, ma ora serve che siano in due a lavorare per guadagnarlo. Caldwell cita a proposito una interessante riflessione di Bertrand Russell, secondo cui il welfare state sostituirebbe lo Stato al ruolo del padre e, così facendo, metterebbe in crisi la moralità tradizionale. La madre non ha infatti più bisogno di un padre certo per i propri figli. Gli uomini, privati del ruolo paterno, perdono interesse per posterità, storia, continuità e procreazione. Non sappiamo se la diagnosi di Russell sia corretta, ma i sintomi sono senza dubbio quelli descritti e Lyndon Johnson creò un welfare state negli USA.

Gli anni ’70 segnano per gli USA anche un importante cambio di classe dirigente. La sconfitta in Vietnam mina il prestigio dei militari: a dettare le mode non sono più i veterani ma la generazione dei Baby Boomers e, in particolare, tra essi coloro che si erano opposti alla guerra e non l’avevano combattuta (essenzialmente l’élite degli universitari). Capire il ruolo dei Baby Boomers è cruciale: come dice il nome stesso, i nati tra 1946 e 1964 costituiscono una generazione numericamente enorme. Per la precisione, nota Caldwell, la più cospicua generazione nella storia americana. Per tre quarti di secolo ogni altra generazione, precedente o successiva, ha dovuto uniformarsi alle preoccupazioni espresse dai più numerosi Boomers che, ovviamente, sono evolute man mano che costoro maturavano: negli anni ’60 e ’70 sono giovani e domina il tema della sessualità; tra ’80 e ’90 sono nel pieno della maturità e il focus va sulla famiglia e le opportunità d’arricchimento; dopo il 2000 tutto si incentra sulla tutela dei patrimoni costruiti nei decenni precedenti. Caldwell non può farlo per ragioni temporali, avendo scritto gran parte del libro prima del 2020: ma noi potremmo aggiungere quanto avvenuto nell’ultimo biennio, quando i Boomers, ormai 60-70enni, posti di fronte a un’ondata epidemica hanno sottomesso l’intera società alle esigenze di prevenzione sanitaria.

Caldwell dà un’interpretazione originale della controcultura degli anni ’70: a suo avviso è essenzialmente reazionaria, un movimento misticista che rimpiange la purezza perduta dell’America che fu; essa sarebbe tutta segnata da un senso di decadenza. Non a caso i cittadini in quel decennio, di fronte alla criminalità dilagante e al diffondersi della tossicodipendenza, giungono alla conclusione che i luminosi progetti sociali degli anni ’60 siano naufragati: è per porre fine a quegli esperimenti che nel 1981, a sorpresa, portano Ronald Reagan alla Casa Bianca. Contrariamente alle attese, Reagan non affosserà ma salverà il sistema progressista, che infatti dopo di lui sarebbe tornato in auge con ancor maggior forza.

L’accusa che Caldwell muove a Reagan è d’essere stato un conservatore solo a parole. Egli era piuttosto un libertario, influenzato (come tanti di destra nella sua generazione) da Ayn Rand e dal culto anti-tradizionalista e anti-moralista del capitalismo sfrenato. Lo slogan reaganiano del “sogno americano” è quello d’una generazione che non accetta i limiti della natura né del buon senso, che vuole tutto e subito. Con la Reaganomics i Boomers non fanno altro che sfruttare il lavoro futuro dei loro figli, tramite l’indebitamento, e quello degli stranieri, tramite le delocalizzazioni e le porte aperte all’immigrazione.

La strada scelta da Reagan non era affatto obbligata: in quegli anni la società americana raggiungeva il minimo nel tasso di dipendenza (ossia il più alto rapporto tra popolazione produttiva e non produttiva) e non doveva affrontare alcuna emergenza particolare. Eppure il debito tornò a crescere per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. Ciò che, secondo Caldwell, fecero i Boomers fu comprare (coi soldi dei figli) la pace sociale con quei settori della società ormai dipendenti dal welfare state johnsoniano, il cui costo stava esplodendo e che proprio sotto Reagan raggiunse le migliaia di miliardi. Reagan finanziò (e ampliò) i costi della desegregazione ma compensò la classe media bianca (colpita dall’azione affermativa: ogni posto assegnato a un nero per preferenza razziale è un posto tolto a un bianco che lo avrebbe avuto per merito) col taglio delle tasse. In tal modo fu il salvatore della Great Society (com’è nota in America l’agenda dei democratici, da Johnson in poi, d’eliminare la povertà e l’ineguaglianza razziale), ma al costo d’indebitare fino al collo i posteri, di deindustrializzare la patria e di aprire le porte all’immigrazione selvaggia.

È infatti nel 1986, con Reagan presidente, che una legge bipartisan riconosce l’amnistia e la cittadinanza ai tanti immigrati clandestini e, tramite le norme anti-discriminazione, impone de facto ai datori di lavoro (che non possono “discriminare” sulla base dell’origine nazionale) di assume gli illegali. Gli immigrati hanno meno diritti sul luogo di lavoro, certo, ma ne avranno di più nei tribunali, come possibili vittime di discriminazione. Nuove etnie si aggiungono ai neri come “minoranze” da tutelare nel quadro del nuovo culto della “diversità”.

Gli anni ’90 sono il decennio dell’affermazione della New Economy, su cui pure il giudizio di Caldwell è critico. Prima di essa il Paese era “un intero economico”, con essa divenne una semplice parte economica nel quadro della divisione internazionale del lavoro. Concetti come “sovranità” e “indipendenza” perdettero di significato; la facoltà (data dalla tecnologia) di assemblare singoli componenti in remoto permise anche a Paesi poveri e non industrializzati di competere con gli USA. Soprattutto, le nuove catene globali di valore non avevano più finalità industriale (ossia ricercare valore aggiuntivo nel mondo) ma politico: servivano a scavalcare i diritti dei lavoratori. Il favoritismo fiscale accordato alle aziende dell’High Tech darà il colpo finale all’economia tradizionale: giganti come “Amazon” saranno agevolati dalla politica nell’opera di rimpiazzo della piccola distribuzione.

Gli anni ’90 vedono pure un’accelerazione nel gorgo dell’indebitamento. Sia il repubblicano George H.W. Bush sia il democratico Bill Clinton proseguono sulla strada presa da Reagan (finanziare il welfare state tramite il debito anziché le tasse). I prestiti sono completamente politicizzati: seguendo il mantra per cui ogni ineguaglianza sarebbe discriminazione, lo Stato prese a favorire e garantire i prestiti alle minoranze (il conto si pagherà il decennio successivo con la crisi dei mutui subprime e delle compagnie a supporto governativo – “Fannie Mae” e “Freddie Mac” – che li erogavano). Inoltre le banche furono indotte (per evitare accuse di razzismo) a elargire erogazioni liberali e a far controllare l’elargizione di prestiti a “gruppi della comunità” connessi al movimento dei diritti civili: miliardi di dollari in mano a organizzazioni politiche fortemente ideologizzate.

La cosiddetta “società civile” crebbe d’importanza in quel periodo, andando ad affiancare giuristi e burocrati nell’esercizio del potere effettivo. Dagli anni ’80 i super-ricchi stavano accrescendo a ritmi inusitati i loro averi; nel contempo si diffondeva un culto idolatrico dei manager e in generale dell’élite. Il concetto di “filantropia” subì un importante mutamento: se prima s’intendeva solo la carità e la beneficienza fatti ai poveri e bisognosi, in quegli anni si stabilì che anche fare propaganda ideologica potesse rientrare nella casistica. Ciò che non cambiò fu l’ampia deducibilità fiscale dei soldi spesi in “filantropia”. I super-ricchi possono da allora usare le fondazioni per influenzare la politica in base ai propri interessi pratici o princìpi ideali; a pagare il conto è l’intera popolazione che deve compensare il mancato gettito fiscale. Superfluo precisare che questi super-ricchi, nella grande maggioranza dei casi, parteggiano per il fronte “progressista” e dei “diritti civili”. Tra le tante motivazioni una prevale, secondo Caldwell: l’élite è una minoranza e, come tale, beneficia di leggi e prassi che riducono il potere della maggioranza. Potrà forse disinteressarsi alla sorte di neri, immigrati e gay, ma certo ci tiene a che i pochi abbiano strumenti per prevalere sui molti.

C’è un altro evento degli anni ’90, poco noto, ma che Caldwell sottolinea come assai importante nella storia americana: si tratta della legalizzazione e commercializzazione di massa, nel 1996, dell’OxyContin e di altri oppiodi a base di ossicodone. Potenti antidolorifici dal forte effetto assuefativo, furono la base di un nuovo ciclo epidemico di tossicodipendenza tra la popolazione americana, dopo quello dell’eroina negli anni ’70 e del crack negli anni ’80. La cosa che fa riflettere Caldwell è come, nel dibattito pubblico e nella cultura popolare, quelle altre due epidemie da oppioidi siano state profondamente segnanti, mentre quella in corso passi piuttosto sottotraccia. Eppure la sua mortalità è 10 volte superiore a quella degli anni ’80 e 20 volte quella degli anni ’70. Cosa è cambiato, dunque? La risposta che si dà Caldwell è questa: a differenza delle due precedenti, l’epidemia da ossicodone colpisce soprattutto i bianchi (al punto da provocarne un innaturale e rapido calo di popolazione che viene compensato solo con l’immigrazione) e, perciò, non può rientrare nella narrativa morale “ufficiale”. Il politicamente corretto ha creato una scala gerarchica “morale” tra le razze, in cui i bianchi sono la base disprezzata e destinata solo a torcersi nel senso di colpa. L’autorità morale spetta ai neri (tanto che diversi bianchi si fingono tali: il libro offre alcuni esempi illustri, ma del fenomeno abbiamo parlato anche in questo blog); la whiteness, la “bianchezza”, è invece vista come uno stato spirituale inferiore – ed ereditario. La rivoluzione dei diritti civili non ha, insomma, creato un nuovo mondo, ma solo effettuato una transvalorizzazione: è lo stesso vecchio mondo ma capovolto. La piramide razziale e razzista c’è ancora, ma è stata rovesciata. La situazione è forse persino peggiorata, secondo Caldwell. La vecchia Costituzione americana garantiva neutralità razziale e libertà. La “nuova costituzione” ufficiosa dei diritti civili, al contrario, promuove la coscienza di razza e il dirigismo governativo.

In questo quadro, il Democratico è diventato il partito di chi beneficia dai civil rights: le minoranze (inclusi i super-ricchi), gli immigrati, le donne (e più specificamente le femministe), i burocrati, i magistrati e gli avvocati. Il Partito Repubblicano è cambiato di conseguenza: oggi raduna al suo interno l’intero spettro politico pre-1960, che all’epoca di divideva in pro e contro il New Deal. I democratici, controllando l’economia e la cultura tramite l’egemonia nelle università e nelle non-profit, comandano il sistema anche quando non sono al governo. I repubblicani, isolati dal ceto colto, sono incapaci di influenzare il sistema (pure quando governano) e anche solo di capirne la logica.

È questo l’ultimo, prezioso monito del libro di Caldwell, che rende giustizia pure all’attività di quelle associazioni o fondazioni che, come il Centro Studi Machiavelli, cercano di riconnettere la Destra col sapere per renderla capace di dominare il sistema, anziché illudersi di governare – senza farlo – dopo ogni elezione vinta.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.