di Daniele Scalea

Ieri 11 persone sono finite sul registro degli indagati e hanno subito decreti di perquisizione con l’accusa di “offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica” (riferiscono fonti stampa che per taluni di costoro, ma non per quelli che citeremo ora, ci sarebbe anche l’accusa di “istigazione a delinquere”). Tra essi c’è anche il Prof. Marco Gervasoni, ordinario di Storia all’Università del Molise, nonché membro del Consiglio Scientifico del Centro Studi Machiavelli. Le condotte che gli sono contestate non riguardano la sua attività presso o per conto del Machiavelli, ma sue opinioni (non necessariamente coincidenti con le nostre) espresse privatamente a mezzo Internet. Non di meno, riteniamo di dover prendere una chiara posizione in merito. Lo faremmo anche se Gervasoni non fosse legato in alcun modo al Machiavelli; lo facciamo, infatti, anche in relazione alla giornalista d’inchiesta Francesca Totolo, con cui non abbiamo connessioni ma che è il secondo personaggio pubblico interessato dall’inchiesta.

Alcune testate giornalistiche riportano esempi di frasi ingiuriose, violente o minacciose contro il Presidente della Repubblica, nei medesimi articoli in cui citano il coinvolgimento di Gervasoni e della Totolo. Ingenerando una confusione che senza dubbio sarà involontaria, mancano di specificare che nessuno dei virgolettati è riconducibile ai due. Le informazioni in nostro possesso non includono quali sarebbero i tweet contestati ai due noti opinionisti di destra, ma è un dato di fatto che nessun media ne abbia potuti citare di ingiuriosi, malgrado i loro profili siano là, pubblici, a disposizione di tutti, e i giornalisti palesino contatti con gli inquirenti (infatti li citano come fonti negli articoli). Pronti a ricrederci se saranno indicate frasi ingiuriose o minacciose verso il Presidente della Repubblica, per ora ciò di cui siamo a conoscenza sono critiche, talvolta dure ma sempre rientranti nel campo dell’opinione e non certo del vilipendio.

Ma – ci si permetta di dirlo – anche qualora Marco Gervasoni o Francesca Totolo avessero effettivamente vilipeso l’inquilino del Quirinale, che ne rispondano in sede giudiziaria com’è fissato dalla legge; eppure continuerebbe ad apparirci sproporzionato, inquietante, esondante i normali limiti di una democrazia liberale, un’inchiesta durata un anno, che impegna una procura e ben otto comandi dell’Arma dei Carabinieri, e porta il Raggruppamento Operativo Speciale, che si occupa di lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, a fare irruzione all’alba nei domicili di un professore universitario e di una giornalista per acquisirne i dati informatici e metterne sotto sequestro gli account di “Twitter”. Il senso della (s)proporzione tra fatti imputati e misure messe in atto non può venire meno. Hanno ragione quanti affermano che, a meno dell’emergere di fatti gravissimi ancora a noi ignoti, l’episodio “ricorda sinistramente i peggiori regimi autoritari” (Giorgia Meloni). E non possiamo che unirci all’appello di Vittorio Feltri che, dalle colonne di “Libero”, chiede al Presidente Mattarella medesimo di intervenire per fermare quanto sta accadendo in suo nome.

Ad aggiungere inquietudine ci sono due ulteriori elementi. Il primo è che le indagini si starebbero interessando anche al fatto che Gervasoni sarebbe seguito, nella piattaforma “VKontakte” (in cui, per giunta, è inattivo da oltre un anno), da personaggi poco raccomandabili: se dovesse passare la logica per cui un cittadino sia responsabile di chi lo segue nei social, allora tutti noi che li utilizziamo saremmo “criminali in potenza” a prescindere dalla condotta che teniamo. Il secondo elemento d’inquietudine è che gli inquirenti avrebbero sottolineato alla stampa che alcuni indagati frequentano “ambienti di destra e sovranisti”. Si vuole forse insinuare che appartenere ad una data area politica corrisponda già di per sé a colpevolezza? Ci auguriamo sinceramente di no.

Infine, in conclusione, sia consentita un’ultima osservazione. L’art. 278 C.P. a tutela dello “onore” del Presidente della Repubblica è, a umilissimo giudizio di chi scrive, obsoleto e da superare. Esistono per il Prof. Sergio Mattarella, così come per ogni cittadino, leggi che tutelano da minacce, ingiurie e diffamazioni. Non ritengo opportuno che, in quanto Presidente della Repubblica, debba avere uno “scudo” ulteriore, privilegiato rispetto al resto dei cittadini. Esso mi appare anacronistico soprattutto in una fase storica in cui gli inquilini quirinalizi, da cerimonieri e simboli dell’unità nazionale che erano, appaiono sempre più attori protagonisti della vita politica, connotando fortemente la propria azione in base al loro orientamento personale. Pensiamo alle condotte del Presidente Scalfaro o del Presidente Napolitano. Il diritto di critica anche del Presidente è oggi più che mai necessario e ci auguriamo nessuno voglia conculcarlo dietro il paravento della tutela “dell’onore e del prestigio”.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.