di Fabio Bozzo

Sconfitta. Ritirata. Vergogna. Basterebbero queste tre parole degne della Conferenza di Monaco per descrivere l’imminente fuga dall’Afghanistan dell’Occidente a guida statunitense. Tale guida iniziò nel 1941 con l’approvazione della legge “Affitti e Prestiti” ed oggi appare quanto meno stanca; il che è un male, dal momento che l’Europa non è assolutamente in grado di difendere sé stessa, figuriamoci il resto del mondo libero.

Procediamo con ordine. Come tutti sanno gli attentati dell’11 settembre 2001 vennero organizzati (senza complotti occulti come vorrebbero farci credere alcuni) da Al Qaeda. Poiché il quartier generale di Bin Laden aveva base in Afghanistan gli Stati Uniti chiesero l’estradizione del terrorista saudita. I talebani, i fondamentalisti sunniti che controllavano quasi tutto il territorio nazionale, rifiutarono. Pertanto gli americani (all’inizio supportati dai soli britannici) invasero l’Afghanistan. Come logico la guerra d’occupazione del territorio fu rapida e relativamente facile da vincere, anche grazie al concorso delle residue milizie dell’Alleanza del Nord, ossia gli ultimi veri oppositori interni ai talebani. Tuttavia Bin Laden sfuggì in modo rocambolesco dalla caccia all’uomo. Sarebbe stato scovato ed ucciso dieci anni dopo in Pakistan, un Paese tecnicamente fallito, pienamente collaborazionista di Al Qaeda e principale sponsor dei talebani, governato da una cricca corrotta che fomenta il fondamentalismo islamico delle masse ma si presenta come moderato per succhiare soldi a mani basse dall’Occidente – e per giunta in possesso di armi nucleari. Che le autorità pakistane proteggessero Bin Laden, pur spacciandosi per alleate degli USA, era arcinoto fin da allora, ma per uno di quei capolavori dell’ipocrisia diplomatica l’Occidente fece finta di niente. Nei dieci anni che precedettero la morte di Bin Laden anche il resto della leadership di Al Qaeda venne falciata dalla vendetta della democrazia, al punto che la sua capacità terroristica ad oggi risulta pesantemente debilitata e ridimensionata. Certo non si può dire che sia scomparsa (la sua celebrità da sola fa sì che in tutto il mondo islamico ricorrentemente spuntino nuovi cloni organizzativi), ma i suoi giorni di gloria sono finiti per sempre.

E l’Afghanistan? Le truppe angloamericane, in seguito affiancate anche da quelle degli altri partners NATO, sono rimaste sul campo per ben 20 anni. In questo lasso di tempo hanno ripetutamente sconfitto sul campo i talebani, dimostrando la propria forza militare, e permesso la costruzione dell’impalcatura di uno Stato degno di questo nome. Fine dei risultati positivi. Le cattive notizie invece sono ben più pesanti. In questo ventennio l’Occidente, al costo di miliardi di dollari, non ha:

  • cambiato la mentalità degli abitanti, che resta quella di un fondamentalismo islamico tanto oscurantista e crudele da risultare persino poco credibile quando si cerca di descriverlo alle anime belle di casa nostra;
  • estinto i talebani, che malgrado i loro deliri jiadhisti (anzi proprio per quelli) godono del sostegno della maggioranza della popolazione;
  • insegnato la democrazia agli afghani (e qui si può tranquillamente provare un misto di imbarazzo e tenerezza per coloro che per pochi anni credettero di poter esportare la democrazia nel mondo islamico);
  • creato uno Stato alleato dell’Occidente abbastanza forte da reggersi da solo per più di un anno.

Analizziamo quindi i punti negativi elencati (quelli positivi ci verranno ripetuti dagli addetti stampa degli odierni Neville Chamberlain).

Si sarebbe potuto cambiare la mentalità di un popolo attraverso l’occupazione militare? Chi scrive crede di sì, perché in 20 anni si forma una generazione, ma a condizione di utilizzare metodi inaccettabili per l’opinione pubblica occidentale, sempre influenzata dai settori mediaci e politici disfattisti (quando non ai limiti del tradimento). Quali sarebbero i metodi a cui alludiamo? Costruire scuole per un’intera generazione di bambini e ragazzi afghani, che sarebbero cresciuti all’insegna dei valori della Civiltà occidentale, mentre i fondamentalisti venivano sconfitti davanti ai loro occhi sul campo di battaglia grazie alle armi prodotte dalla superiore scienza di quella stessa civiltà che gli veniva inculcata in testa senza troppi complimenti.

Si sarebbe potuto annientare i talebani? Oggettivamente rispondiamo di no, a meno di sterminare un terzo dei circa 32 milioni di afghani, cosa impossibile per ovvie ragioni morali e politiche. I “duri” diranno che gli esempi storici di civiltà evolute che hanno attuato efferatezze strategicamente necessarie non mancano: Roma attuò un completo genocidio ai danni degli evoluti cartaginesi, la Germania del Kaiser sconfisse la guerriglia herero quasi sterminando tale popolo, mentre la Cirenaica venne riportata sotto l’autorità coloniale italiana (e liberata dal fondamentalismo islamico dei senussi) attraverso una repressione che uccise 63.000 degli allora 225.000 abitanti. Ma si tratta di esempi che oggigiorno non possono nemmeno essere presi in considerazione: persino i sovietici, che non erano gente che scherzava, non giunsero ad attuare un massacro finalizzato a svuotare il territorio afghano dai loro nemici. Si limitarono, con metodi brutali, a uccidere i loro nemici ed una minima parte della popolazione che li sosteneva, per poi tentare di insegnare al grosso degli abitanti i principi comunisti. Risultato? Dopo dieci anni dovettero andarsene con le ossa molto più rotte di quelle dell’Occidente odierno.

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L’esportazione della democrazia sarebbe stata possibile? No. Non lo era, non lo è e non lo sarà. La democrazia è un prodotto della Civiltà occidentale, con scarsissime applicazioni fuori da essa. A chi obbietterà che la democrazia ha attecchito in terre non occidentali come Giappone o India ricordiamo che quello giapponesi è il popolo più disciplinato del pianeta, che alla fine del XIX secolo si autoimpose di importare dall’Europa una parziale democratizzazione. Gli americani pertanto, attraverso l’occupazione militare post-1945, in realtà più che esportare restaurarono, rafforzandola e migliorandola, la democrazia giapponese che già esisteva in nuce. In India invece un’assai imperfetta democrazia resiste solo grazie a due secoli di scuola coloniale britannica, che ha insegnato alle masse del subcontinente i vantaggi dello Stato di diritto. Si potrebbero fare altri esempi, ma andremmo fuori tema. Il punto è che in una società tribale ed islamica come quella afghana parlare di diritti civili, uguaglianza di genere, Stato di diritto e libertà individuali è come cercare di allevare pinguini nel Sahara: tali concetti sono destinati a morire nel ridicolo dopo essere affogati nel sangue. Anche perché, e questo è un fatto incontestabile, ad oggi non esiste e non è mai esistito un Paese a maggioranza musulmana che sia anche una vera democrazia.

Era possibile creare uno Stato sufficientemente forte da reggersi da solo dopo il disimpegno occidentale? Forse sì e forse no. La storia è ricca di esempi positivi di Stati vassalli (i romani li chiamavano regni clientes) che, supportati esternamente da una o più potenze, riescono a mantenere un certo livello di ordine interno, pur con le inevitabili guerriglie. Tuttavia il caso afghano è oggettivamente complesso anche in tal senso, poiché, tranne una parentesi a cavallo tra Ottocento e Novecento gestita dai britannici (eterni maestri nella gestione del Terzo Mondo), un regime afghano supportato dall’esterno ha sempre generato rivolte incontrollabili. I sovietici stessi intervennero direttamente in quanto il loro supporto esterno era ormai insufficiente a tenere in vita il governo comunista di Kabul. Questa domanda pertanto è la più difficile a cui dare una risposta.

Diamo ora voce, per correttezza e par condicio, alle motivazioni di coloro che hanno deciso la ritirata (pardon, il disimpegno) dall’Afghanistan. Sebbene tutti a sinistra e molti a destra non amino ammetterlo tale scelta è stata effettuata dall’allora Presidente Trump e, poiché questa decisione ha trovato larghissimo consenso in patria, la nuova amministrazione Biden non ha fatto altro che confermarla ed accelerarne i tempi. I fautori dell’America First hanno oggettivamente argomenti solidi:

  1. l’intervento è molto costoso e, tra crisi economica internazionale e pandemia globale, non possiamo permetterci crociate idealiste;
  2. dopo 20 anni gli afghani in maggioranza continuano ad odiare tutto ciò che l’Occidente e lo Stato di diritto rappresentano, al punto che la guerriglia non fa che aumentare appena diminuisce la quantità di truppe NATO sul campo;
  3. la minoranza a noi favorevole è talmente esigua, corrotta ed incapace che gli analisti militari prevedono che il Governo di Kabul sarà spazzato via nel giro di un anno, e questo malgrado gli immani aiuti ricevuti in termini economici, di addestramento e di equipaggiamento (tra cui ben 100.000 veicoli militari, di cui l’esercito afghano senza assistenza occidentale riesce a garantire la manutenzione di meno del venti per cento!);
  4. le vite americane valgono più delle crociate idealiste in posti sperduti che non vogliono saperne di noi e dei valori della nostra Civiltà, pertanto il ritiro è un atto di patriottismo verso il popolo degli Stati Uniti (gli alleati seguiranno a ruota in quanto privi di forza bellica, logistica e politica di restare senza gli USA).

Si tratta senza dubbio di argomentazioni forti, ma che – il diavolo si nasconde nei dettagli – non tengono conto della realtà globalizzata del nostro ormai piccolo e sovrappopolato pianeta. Intanto, malgrado tutti i bei discorsi, il ritiro verrà percepito dal mondo per quello che in realtà è: una vittoria del fondamentalismo islamico sulla Civiltà occidentale. Questo darà una carica morale a tutti i mussulmani radicali della Terra, che sentiranno il desiderio di colpire i “crociati” in difficoltà dal Medio Oriente al Maghreb. Non sono da escludere nemmeno “festeggiamenti” da parte delle masse islamiche immigrate in Europa (in particolare in Francia, Belgio, Germania, Scandinavia e Regno Unito), festeggiamenti che quasi sicuramente sfoceranno in rivolte di interi quartieri e sanguinosi attentati. Tutte cose già viste, ma dalle quali il grosso della nostra classe politica rifiuta scientificamente di prendere lezione.

Mediaticamente il momento più imbarazzante sarà la conquista di Kabul da parte dei talebani che, come già detto, probabilmente si compirà entro un anno. Sarà una sorta di nuova caduta di Saigon, con tanto di disperati che cercano di saltare sugli ultimi elicotteri ed i giornalisti di sinistra occidentali che scriveranno articoli sulla “sconfitta dell’imperialismo”. Meno pittoresche saranno le esecuzioni per decapitazione e lapidazione che seguiranno la vittoria degli islamisti, ma queste cose ai suddetti giornalisti “antifascisti” non interesseranno. Per la cronaca: Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già predisposto piani per dare la cittadinanza rispettivamente a 18.000 e 3.000 afghani che hanno collaborato con la NATO. Sebbene si tratti di un atto moralmente in parte dovuto, significa anche far entrare in Occidente altre comunità di islamici, i cui figli saranno bell’e pronti per la radicalizzazione tipica delle seconde generazioni.

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La seconda nefasta conseguenza della sconfitta afghana ha invece un nome ben chiaro: Cina. Il nemico numero uno dell’Occidente nella Nuova Guerra Fredda ha investito molto in Afghanistan, e la leadership di Pechino non ama giocare in perdita. Certo i talebani non sono noti per saper gestire un trattato commerciale o per amministrare un’economia moderna, ma per l’impero del dragone giallo non è un problema insormontabile. Intanto Pechino ha già stabilito una proficua alleanza con il Pakistan, la cui radicalizzazione lo aveva isolato diplomaticamente e che serve alla Cina per minacciare l’India, l’altro gigante asiatico che con il suo peso impensierisce Pechino e che si sta avvicinando sempre più a Washington. Con tale alleanza i cinesi non dovranno nemmeno rischiare un intervento diretto in Afghanistan per tutelare i loro interessi economici: sappiamo bene che i talebani dipendono in gran parte dal sostegno pakistano, pertanto si guarderanno dal molestare le proprietà e le manovalanze siniche. Inoltre i cinesi, da pragmatici quali sono, non hanno alcun interesse a portare la civiltà nella società tribale e fondamentalista afghana. A loro basterà che le proprie commesse economiche vadano in attivo. Per fare un esempio terra-terra: al supervisore cinese di una miniera non interesserà un bel niente se gli operai della miniera sono degli schiavi in catene, se a fianco della miniera una donna verrà infibulata (per tale pratica in Afghanistan vedasi Encyclopedia of Women & Islamic Cultures: Family, Body, Sexuality and Health, Volume 3 e Encyclopaedia of Women and Islamic Cultures, Brill Academic Publishers, 2005, p. 588) o se ad un presunto apostata (pratica che nella sharia prevede la condanna a morte) verrà segata la testa. All’inviato di Pechino interesserà solo il fatturato mensile della miniera. In questo modo gli attori del momento saranno tutti contenti: la Cina dopo il Pakistan avrà fatto entrare nella sua orbita anche l’Afghanistan, la dirigenza afghana supportata dalla Cina potrà ricreare il suo amato inferno terrestre jihadista e la leadership pakistana guadagnerà non pochi punti di fronte alle masse islamiche. Infine, per aggiungere la beffa al danno, i cinesi potranno sbandierare il loro colonialismo economico e strategico come rispettoso delle usanze locali, al contrario di quello dell’uomo bianco, che essendo imperialista cerca di esportare diritti civili, democrazia e Stato di diritto.

Concludiamo con un rapido volo sulla carta geografica. Da quanto scritto si evince che i disastri che seguiranno il per certi versi comprensibile ritiro dall’Afghanistan sono essenzialmente due: esplosione (in tutti i sensi) di gioia delle masse islamiche immigrate in Europa ed aumento della forza strategica cinese. Il primo problema è una grana prettamente europea: noi li abbiamo fatti entrare e noi gli abbiamo permesso di portare a buon punto la sostituzione etnica del Vecchio Continente. Pertanto noi e soltanto noi dovremo decidere cosa fare nel nostro prossimo futuro. La seconda questione invece è di natura geopolitica. Ad oggi la Cina ha allargato la sua sfera di influenza a Birmania (tramite un colpo di Stato), Laos e Cambogia (attraverso corruzione e ricatti economici), Corea del Nord (vassallizzazione pura e semplice), Pakistan (aiuti economici e reciproco opportunismo) ed in parte Thailandia (dove gli occidentalisti resistono disperatamente). A tutto ciò sta per aggiungersi l’Afghanistan, senza considerare il sostegno internazionale che Pechino ormai da decenni garantisce a regimi poco raccomandabili quali quello iraniano e venezuelano, che in cambio di aiuti economici vengono utilizzati come ricorrenti molestatori dell’Occidente e dei nostri alleati, onde distrarre l’opinione pubblica dal nemico numero uno. In sintesi il dragone giallo si sta allargando con appetito e fretta crescenti in tutta l’Asia.

Già negli anni Trenta del XX secolo ad un’altra dittatura venne follemente permesso di annettere territori ed allargare la sua influenza in quello che considerava il proprio “spazio vitale”. Sappiamo tutti come è andata a finire…

Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).