di Fabio Bozzo

Se dovessimo immaginare la penisola balcanica potremmo allegoricamente osservarla attraverso il mirino di un tiratore scelto (visione non casuale vista la travagliata storia della regione), ovvero con il campo diviso da due linee, una verticale ed una orizzontale. La prima e più antica divisione separa l’Ovest dall’Est o, più precisamente, il mondo cattolico da quello ortodosso. Tale confine risale a quando l’ultimo Imperatore romano unitario, Teodosio I (347-395), decise di dividere definitivamente i domini capitolini in Pars Occidentalis e Pars Orientalis tra i suoi due figli, Onorio (384-423) ed Arcadio (377-408). I Balcani, che allora avevano una composizione etno-religiosa completamente diversa da quella attuale, risultarono attraversati dal nuovo confine. Simbolo della frontiera fu il fiume Drina, corso d’acqua di medie dimensioni che scorre per 346 chilometri prima di gettarsi nel Danubio. Da quel giorno il Drina sarebbe ricorrentemente tornato ad essere un confine liquido e spesso arrossato di sangue. Infatti, tolte due parentesi storiche (più lunga quella ottomana ed assai più breve quella jugoslava), il fiume in questione avrebbe diviso prima i due suddetti Imperi e poi, via via, una serie di monarchie e repubbliche che si sono succedute lungo le sue rive. In ultimo, ancor oggi, il Drina divide la Serbia da quel collage a scadenza geopolitica che è la Bosnia-Erzegovina.

La seconda linea interna ai Balcani (teniamo a mente il mirino telescopico del nostro sniper immaginario) è quella Nord/Sud. Questo confine, rispetto alla precedente, non possiede un elemento geografico facilmente riconoscibile sulle mappe. Al tempo stesso, però, risulta più importante dal punto di vista storico ed antropologico. Si tratta, niente meno, della frontiera tra mondo islamico e civiltà europea. L’elemento umano balcanico condivide una peculiarità con quello della penisola iberica, una terra dalla geografia simile che anch’essa ha vissuto una secolare lotta di liberazione da Nord a Sud contro l’invasore musulmano. Tale peculiarità è che le caratteristiche etno-culturali tipiche del mondo levantino/islamico tendono a rafforzarsi man mano che si procede verso meridione, ovvero verso le aree più a lungo sottomesse alla legge maomettana. Certo il dominio arabo in Spagna ebbe notevoli differenze rispetto a quello turco, ma l’islam, con la sua incredibile forza omologatrice, rese tutte le terre conquistate manu militari parte della umma, la comunità dei credenti musulmani.

Ipotizziamo quindi due viaggiatori. Uno inizia il suo cammino dalla Catalogna e si dirige verso l’Andalusia; l’altro, partito da Budapest, punta verso la Grecia. Entrambi avranno la sensazione di trovarsi in una terra prettamente europea. Entrambi, salvo la presenza di rare quanto crescenti enclaves musulmane nei Balcani, si troveranno circondati da cristiani. Ma entrambi, man mano che procederanno verso Sud, percepiranno una serie di cambiamenti. Alcuni saranno di natura esteriore, dal momento che l’elemento castano mitteleuropeo lascerà sempre più il passo a quello mediterraneo levantino. Altri di natura climatica, con le relative conseguenze sulle attività umane. Ma la mutazione principale, progressiva ed inarrestabile, sarà di tipo culturale.

Tralasciamo la situazione iberica (per altro molto simile) e concentriamoci sui Balcani. In Ungheria il nostro viaggiatore avrà a che fare con un popolo essenzialmente mitteleuropeo, la cui storia ha sì sofferto molto a causa delle invasioni turche, ma che ha mantenuto sempre lo sguardo rivolto verso Nord, con una sola appendice nella penisola. Entrato nella fascia ideale comprensiva di Croazia, Transilvania e Voivodina (la piccola Slovenia è riuscita nel tempo a mantenere una vaga identità alpina ed asburgica) il nostro antropologo inizierà a cogliere differenze sostanziali. Il livello economico misteriosamente tende a calare, mentre gli uomini sentono maggiormente il bisogno di mostrare la loro virilità (non a caso la parola machismo nasce in ambiente ispanico). Ciononostante, nella fascia territoriale in esame, l’antropologo si sentirà ancora perfettamente adattabile, notando solo qualche fenomeno di esotismo locale.

Man mano che il viaggio procede ci si inoltra nei Balcani veri e propri, comprendenti approssimativamente il grosso della Serbia, la Romania meridionale, la Bulgaria ed il piccolo Montenegro. Anche tralasciando le zone islamizzate della Bosnia e dell’Albania (che essendo parte della umma sono un corpo estraneo ai Balcani stessi) il novello Marco Polo si renderà conto che le cose stanno davvero cambiando, almeno per quanto riguarda le zone lontane dalle grandi città. Le persone sono decisamente più povere, le donne vestono più all’antica e con maggiore sobrietà, mentre la cultura dell’onore fa sentire il suo peso molto di più che nel Nord. Al punto che le parole dovranno essere più ponderate: da un lato infatti l’ospitalità è divenuta quasi sacra, dall’altro le offese, vere o presunte, sono foriere di conseguenze assai gravi. La cucina, dal canto suo, adesso emana dalle vivande un forte influsso turco, mentre quello teutonico, ancora visibile in Croazia, risulta pressoché scomparso.

Non si commetta tuttavia l’errore di paragonare i montanari serbo-montenegrini o bulgari ai turchi. Le “similitudini anatoliche” sono il risultato di un dominio prolungato, violento e crudele, che ha fatto di questi popoli di confine i martiri ed il sanguinante scudo d’Europa contro gli antenati dell’ISIS, oltre che una delle ultime terre del Vecchio Continente dove il cristianesimo abbia ancora un valore spirituale. Paragonarli ai turchi sarebbe pertanto un’offesa.

I piedi ormai stanchi del nostro viandante-antropologo finalmente si apprestano all’ultima tappa, la Grecia. Rispetto al grosso della penisola balcanica nella sua estremità si notano considerevoli differenze. Non solo della lingua, la cui radice ellenica è diversa da quella slava del serbo-croato e del bulgaro, così come di quella neolatina del rumeno o traco-illirica dell’albanese. I greci infatti, tra i popoli balcanici, sono coloro che, per ragioni geografiche, hanno sviluppato una maggiore cultura marinara e conseguenti contatti i con popoli stranieri. A fronte di un entroterra pienamente balcanico, le coste e le isole si sono infatti aperte sul mondo assai più del resto della regione, attuando un parziale avvicinamento all’Europa occidentale. Questo non significa che la Grecia sia un’entità separata dai territori al suo Nord. Oltre al suddetto retroterra meno sviluppato, anche le regioni di Salonicco, Atene ed insulari (tra cui il caso particolare di Cipro) condividono l’essenza della storia e dell’identità balcaniche: l’essere zona di frontiera, il subire la disastrosa dominazione turca, vivere il cristianesimo come difesa identitaria.

Questo ipotetico viaggio nei Balcani ci ha pertanto mostrato un territorio di medie dimensioni, ma contenente differenze religiose, etniche e culturali degne del subcontinente indiano. Tale varietà deriva in parte dall’orografia per lo più montagnosa ed in parte dai ricorsi storici. Caratteristiche che hanno fatto dei Balcani, oltre che un’eterna terra di confine, anche una sorta di “contenitore” di successive invasioni barbariche che, dopo una fase intermedia, hanno visto i rispettivi popoli trasformarsi da nomadi in sedentari. Abbiamo così, tra la caduta dell’Impero romano d’Occidente e l’anno 1000, il succedersi di popolazioni germaniche, slave, proto-turche e proto-ungheresi. Da tali migrazioni armate nacquero una serie di regni ed occasionalmente imperi che furono l’origine degli attuali Stati nazionali della penisola. I greci, dal canto loro, all’epoca erano già la base etnica dell’Impero bizantino che, circondato da nemici, perse il grosso dei Balcani ma salvò la madrepatria ellenica e quella che oggi è la Turchia occidentale. Fino alla disastrosa Battaglia di Manzikert del 1071. In questo scontro di importanza storica i turchi selgiuchidi strapparono ai romani d’Oriente il grosso della penisola anatolica, ovvero l’essenziale retroterra dell’Impero, colonizzandolo ed islamizzandolo. Ma Costantinopoli sopravvisse.

Mutilati ad oriente, espulsi dal meridione d’Italia dai Normanni e ridotti a poco più della Grecia nei Balcani, i bizantini trovarono comunque la forza di riprendersi. Il colpo mortale sarebbe giunto non dall’islam, come sarebbe stato logico, ma dalla cristianità occidentale. Incapaci di valutare appieno la minaccia maomettana, infatti, ricorrentemente nella storia cattolici e ortodossi (e successivamente anche protestanti) si sono massacrati tra di loro, a tutto vantaggio dell’islam. Fu così che nel 1202 gli europei lanciarono la IV Crociata, che invece di puntare in soccorso dei regni cristiani del Medio Oriente preferì saccheggiare Costantinopoli, facendo a pezzi l’Impero bizantino e sostituendolo con un fragilissimo impero latino. Privo di una base etno-religiosa, esso collassò in meno di 60 anni, per essere sostituito da un restaurato impero bizantino divenuto tuttavia l’ombra di sé stesso: una sorta di “regno greco” composto da poche e sparse terre.

Lo scudo cristiano balcanico era stato infranto e per le orde turche la via per l’Europa era aperta. Gli ottomani, assai meno folli di noi occidentali, non stettero con le mani in mano. Ancora prima d’assestare il colpo di grazia ai bizantini, conquistando Costantinopoli nel 1453, assoggettarono l’attuale Bulgaria ed il Nord della Grecia. La difesa delle rimanenti terre cristiane balcaniche venne assunta dal Regno di Serbia che, soverchiato nel numero, soffrì una tremenda quanto disputata sconfitta nella Battaglia di Kosovo Polje (1389). Gli ottomani, oltre che essere già la prima potenza islamica mondiale, erano riusciti a mettere radici in Europa. Sotto i loro colpi caddero anche i vari principati rumeni, albanesi ed il Regno d’Ungheria. Queste realtà statuali opposero sempre una valorosa resistenza all’avanzata islamica, ma alla fine vennero sconfitte e occupate, e bisognò attendere il 1683 (secondo fallito assedio turco di Vienna) per dare inizio al reflusso turco dai Balcani.

Da sottolineare che la decisiva Battaglia di Vienna del 1683 avvenne l’11 settembre. Tale giorno, da allora, è considerato nella umma islamica come una data maledetta, simbolo di un’ingiustizia da lavare col sangue infedele. Per questo l’attentato alle Torri Gemelle venne attuato da Al Qaeda in quella data, a dimostrazione che la classe dirigente maomettana possiede una memoria storica assai più solida di quella della leadership occidentale.

E così, fino a metà del XIX secolo, la regione a sud di Belgrado e dei monti Carpazi dovette sottostare alla legge di Istanbul. Fu un’era oscura. I cristiani vennero trattati come sudditi di serie B, a cui erano precluse le cariche civili e militari dello Stato, e sottoposti ad una tassazione maggiore rispetto ai maomettani. Le terre migliori vennero confiscate e date a nobili ottomani e coloni turchi, le attività industriali rese impossibili. Le popolazioni che si convertirono all’islam avrebbero invece assunto il ruolo di kapò regionali, con vantaggi sociali e fiscali. Da qui la conversione dei bosniaci e della maggior parte degli albanesi (oltre ad altre piccole comunità sparse). Dulcis in fundo fu il devscirme (“raccolta” in turco), la “tassa di sangue”, barbara usanza ottomana che prevedeva il rapimento di un certo numero di bambini alle famiglie rurali cristiane, ovviamente quelli più belli e robusti, per allevarli come fanatici musulmani ed arruolarli nei giannizzeri, la truppa d’élite dei sultani. Tutto questo per quasi 500 anni, almeno nel grosso della penisola.

Tale trattamento inumano, inevitabilmente, generò un continuo stato di rivolte, che fino alla prima metà dell’800 vennero represse con oscena brutalità (tristemente celebri gli eccidi ai danni di greci e bulgari). Dopo lutti infiniti, tuttavia, la decadenza ottomana permise ai popoli balcanici di riacquistare la libertà. Dalla Guerra d’indipendenza greca del 1821 fino alle Guerre Balcaniche del 1912-13 il dominio dei sultani sul nostro continente venne progressivamente eroso, lasciando in mani islamiche solo l’attuale porzione di Turchia europea. In questa vera e propria “Reconquista d’Oriente” il ruolo delle grandi potenze fu fondamentale, ma contraddittorio. Da un lato vi era la Russia degli zar, desiderosa di distruggere lo Stato guida del mondo islamico, restaurare la Costantinopoli ortodossa, divenire la potenza egemone nei Balcani e raggiungere lo sbocco al Mediterraneo. Il tutto in un ben calibrato misto di imperialismo ed idealismo crociato. Dall’altra parte si trovava l’impero mitteleuropeo degli Asburgo. Anche i sovrani di Vienna avevano molti conti in sospeso con Istanbul e collaborarono alla sua cacciata dall’Europa. Tuttavia quello austriaco e poi austro-ungarico era un impero avente un equilibrio etnico assai più delicato di quello zarista, ragion per cui gli Asburgo temettero a ragione che un risveglio delle nazionalità balcaniche potesse propagarsi alle proprie minoranze. Pertanto (e per paura dell’espansionismo russo) Vienna fu molto più tiepida di San Pietroburgo nello sferrare colpi agli ottomani. Terzo attore straniero furono la Gran Bretagna e, in misura minore, la Francia. Le due Nazioni occidentali, in modo simile all’Austria, erano affette da una sorta di bipolarismo. Da un lato il crudele regime ottomano appariva odioso alla mentalità essenzialmente illuminista di Londra e Parigi, dall’altro il timore che l’Orso russo divenisse troppo potente fece sì che le due potenze impedissero, fino alla Prima Guerra Mondiale, il crollo definitivo di Istanbul.

Nota di colore nostrano. Anche l’Italia liberale postunitaria diede un notevole contributo al collasso ottomano. Tra il 1911 ed il 1912, infatti, l’Italia lanciò un’impresa coloniale contro la Turchia. Sebbene l’estrema povertà di gran parte degli abitanti del Regno esponga la leadership di Roma a motivate accuse di vanagloria e di complesso d’inferiorità con le potenze degne di questo nome, resta un fatto che tale avventura fu una benedizione per i popoli balcanici. In tale conflitto l’Esercito, la Marina ed una neonata quanto avventuristica Aeronautica italiane sconfissero senza appello le forze ottomane, dando fiducia alla coalizione serbo-greco-bulgaro-montenegrina che si apprestava alla lotta di liberazione. Da tale vittoria l’Italia ottenne il cassone di sabbia libico, ennesima regione assistita ma che tanta scena faceva sulle carte geografiche, ed il Dodecaneso greco. In tali isole elleniche il cambio di regime fu così apprezzato che fino al 1945, quando passarono alla Grecia, quasi non vi fu traccia di sentimenti antitaliani. Ennesima italica dimostrazione di riuscire a tirar fuori del buono anche da presupposti discutibili.

Siamo giunti alla Prima Guerra Mondiale, il suicidio geopolitico europeo. Tale conflitto ebbe numerose cause, nelle quali la cosiddetta Questione d’Oriente non fu nemmeno la più importante. Tuttavia la scintilla che diede fuoco alla legna (già da tempo cosparsa di benzina) arrivò proprio dai Balcani, con il tragico delitto di Sarajevo. Quel che venne dopo è storia dell’altro ieri, con le vicissitudini del Vecchio Continente legate alle grandi ideologie del XX secolo ed ai loro strascichi nei conflitti jugoslavi. In tali drammatici eventi (che hanno visto la nascita o la resurrezione di varie entità statuali) la pesante eredità comunista non è stata l’unica. Ve ne è un’altra, più antica ed insidiosa. Neanche a dirlo si tratta di quella ottomana, concretizzatasi attraverso le popolazioni ancor oggi fedeli al credo di Maometto. Tali entità umane, specie in Bosnia ed in Kosovo, hanno ingarbugliato una matassa geopolitica già di per sé complessa.

Sfortuna volle che tra il 1992 ed il 2000 alla Casa Bianca sedesse un rappresentante della sinistra radical chic e terzomondista di nome Bill Clinton (1946-vivente), il quale pensò bene di favorire sempre le comunità islamiche contro quelle cristiane, specie se serbe, in modo da non indispettire i fornitori di petrodollari del Golfo Persico, tanto utili alle campagne elettorali sue e della moglie. Il risultato di questo tradimento della civiltà occidentale (che agli ortodossi giustamente ricorda la IV Crociata) è stata la creazione di due territori governati da un islam fertile terreno per la radicalizzazione, ovvero la Bosnia centrale ed il Kosovo. Le conseguenze del sinistro crimine clintoniano devono ancora svilupparsi appieno, ma prima o poi l’Europa ed anche gli USA ne pagheranno il conto, e dobbiamo ringraziare non poco la saggezza del popolo statunitense per aver impedito alla “dolce” metà di Bill di sedere sulla poltrona che fu del marito.

Quanto la gestione clintoniana delle crisi bosniaca prima e kossovara poi sia stata miope lo si vede dai risultati. La Bosnia è un collage ingovernabile dove gli islamici ricevono sostegno da Paesi poco raccomandabili quali il Qatar e la Turchia di Erdogan, mentre le comunità serba e croata aspettano l’occasione per riunirsi alle rispettive madrepatrie. Il Kossovo, invece, è divenuto una sorta di Stato-mafia dal parziale riconoscimento internazionale, troppo popoloso per essere riassorbito dalla Serbia (in quanto a grande maggioranza albanese ed islamico), ma troppo povero per marciare con le proprie gambe senza il fiume di denaro che ogni anno l’Occidente e le monarchie del Golfo Persico gli regalano.

L’assurdità, o meglio l’instabilità, di questa situazione è palese fin dagli anni ’90. Eppure solo nell’aprile del 2021, tramite un documento ufficioso, la Slovenia ha proposto una razionale modifica dei confini. Tale modifica dovrebbe seguire le attuali comunità etno-religiose, con il logico obbiettivo di creare Stati aventi nazionalità compatte ed eliminare i coni d’ombra giuridici. Tale proposta, come prevedibile, ha scatenato un vespaio diplomatico, al punto che il Governo sloveno ha subito smentito ogni ufficialità della proposta. Fatto sta che il semplice parlarne ha scatenato una bagarre, a dimostrazione che è stato centrato un nervo scoperto.

I Balcani di oggi restano una terra di frontiera ed un potenziale campo di battaglia. Sebbene le problematiche tra cristianità occidentale ed orientale siano da tempo essenzialmente culturali, la minaccia islamica incombe come mai dal 1913 ad oggi. Sono solo cambiati gli strumenti dell’invasione, poiché dalle armate ottomane si è passati al terrorismo, all’immigrazione di massa ed alla natalità esasperata delle comunità musulmane. L’Occidente deve scegliere, una volta per tutte, se schierarsi a fianco dei propri carnefici o creare una vera alleanza con i popoli che per secoli hanno assorbito i colpi principali della de-europeizzazione forzata.

Laureato in Storia con indirizzo moderno e contemporaneo presso l'Università di Genova. Saggista, è autore di Ucraina in fiamme. Le radici di una crisi annunciata (2016), Dal Regno Unito alla Brexit (2017), Scosse d'assestamento. "Piccoli" conflitti dopo la Grande Guerra (2020) e Da Pontida a Roma. Storia della Lega (2020, con prefazione di Matteo Salvini).