di Alberto Basile

In questo articolo vorrei soffermarmi sui motivi per cui, da liberale, mi sento affine ai conservatori e alla Destra in generale, tanto da autodefinirmi un “liberal-conservatore” ( anche se so che ad alcuni, come per esempio il prof. Marco Gervasoni, questa definizione non piacerà).

Mi ritengo un liberale, particolarmente legato al pensiero di Benedetto Croce,  con una mentalità conservatrice. Sono convinto in generale che conservatorismo e liberalismo siano entrambi atteggiamenti, attitudini, concezioni della vita e del mondo piuttosto che dottrine o ideologie e credo che, seppur distinti, essi abbiano diversi punti di convergenza. Ribadisco di non credere in un liberalismo astratto e contenutistico (tanto di moda oggi), in una teoria prefissata di cosa sia o meno liberale, ma penso invece, come scrisse Nicola Matteucci, che il liberalismo sia la risposta da dare, la difesa da opporre a ciò che di volta in volta minaccia la libertà e la dignità umana nella realtà che ci circonda.

Ora, se riportiamo questo discorso al presente, sono convinto che la grande sfida politico-culturale dei nostri tempi (che mi ha portato tra l’altro a scrivere per questo blog) sia quella tra i seguenti schieramenti: da un lato tutte le Sinistre (liberal, socialista, radicale) che propugnano incessantemente una visione globalista/mondialista, che sostengono una sempre maggiore cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali e che predicano il politicamente corretto in tutti i suoi principali dogmi (magistralmente individuati dal prof. Eugenio Capozzi), ossia multiculturalismo, ambientalismo radicale, dirittismo e teoria gender. Dall’altra parte, invece, troviamo le forze conservatrici (“sovraniste” è un termine che sta già scomparendo), che vogliono appunto conservare maggiori quote di sovranità in seno agli Stati nazionali e difendere certi valori identitari e tradizionali che sono alla base della nostra storia e della nostra convivenza civile. Ecco; da liberale mi chiedo: da dove derivano oggi le principali minacce alla libertà dei singoli e dei popoli? In quale ambito la libertà può essere meglio tutelata?
Rispondo senza esitazioni che le principali minacce alla nostra libertà vengono dall’ideologia mondialista e politicamente corretta, figlie dell’Illuminismo iper-razionalista e astratto, e che è proprio nell’ambito delle istituzioni liberali, nate e cresciute negli Stati nazionali, che le nostre libertà possono essere maggiormente protette e promosse.

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Tenterò ora di approfondire questa posizione facendomi aiutare da un ben più illustre pensatore. Pierre Manent, professore francese, allievo di Raymond Aron, nel suo libro In difesa della nazione spiega con grande lucidità come l’Unione Europea stia cercando di sostituire il governo democratico degli Stati membri con la governance tecnocratica e burocratica di Bruxelles. In questo senso il deficit democratico è evidente e lo ha sottolineato anche Marcello Pera, intervenendo proprio sul sito del Centro Studi Machiavelli, laddove ha fornito la seguente definizione di sovranista: “Sovranista è colui che si rifiuta di cedere sovranità a istituzioni sovranazionali non democraticamente controllabili”. E come dargli torto?! Oggi in Europa le decisioni vere le prendono la Commissione e la BCE, mentre il Parlamento Europeo è un inutile fantoccio. In tal senso concordo con Daniele Scalea, secondo il quale il sovranismo svolge un ruolo paragonabile a quello di una “missione democratica”.

Pierre Manent insiste, sottolineando che le democrazie liberali delle nazioni europee si sono sviluppate ed evolute tenendo insieme la sovranità nazionale con la rappresentanza popolare. Insomma, in democrazia il potere (la sovranità) appartiene al Parlamento nel quale risiedono i rappresentanti democraticamente eletti dal popolo.
Ora, se noi restringiamo e svuotiamo oltre un certo limite la sovranità dei parlamenti nazionali cedendola ad organismi sovranazionali più lontani (minor accountability) e meno democratici, diamo un colpo mortale alla rappresentanza democratica. Non ci dobbiamo poi sorprendere se la popolazione percepisce un sistema politico elitario, legato ad interessi privilegiati, completamente separati dalle sue vite e praticamente fuori dal suo controllo. Lo spiega sempre bene Pierre Manent: “Il popolo obbedisce sempre meno a un governo che sempre meno governa. Il populismo è l’effetto della paralisi del sistema”.

L’UE dovrebbe essere una unione di Stati nazionali sovrani che condividono alcune determinate politiche, laddove uniti sono più forti che separati (penso al controllo dei confini esterni, per esempio). I compiti dell’UE dovrebbero essere pochi e ben definiti, così come anche i suoi confini geografici, che invece sembra possano ampliarsi all’infinito. Come sostiene Corrado Ocone, i veri nemici dell’Europa non sono i sovranisti, ma gli europeisti fanatici che vedono nella costruzione europea la possibilità di realizzare un disegno dirigista (quello che Manent chiama “dispotismo illuminato”) simile ad una agenzia umanitaria globale, in cui la dialettica politica soccombe.

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È interessante notare come anche Ryszard Legutko, filosofo conservatore polacco che ha vissuto il comunismo sulla propria pelle, sostenga di rivedere nelle istituzioni europee e nelle loro imposizioni “dall’alto” molti aspetti in comune col sistema sovietico da lui stesso sperimentato in Polonia. Egli critica nello spirito dell’ Unione Europea quella presunzione di possedere una verità ultima, dei valori superiori e indiscutibili, in virtù dei quali si impone una sorta di “libertà obbligatoria” e a senso unico che quindi in realtà libertà non è. Questa è per Legutko una vera e propria “tentazione totalitaria” del liberalismo e, dal mio punto di vista, un tradimento della libertà vissuta come pluralismo e “anarchia degli spiriti sotto l’impero della legge”.

A costo di sembrare un vecchio nostalgico risorgimentale, voglio riportare qui le parole di Marco Minghetti, ultimo Presidente del Consiglio della Destra storica dei primi anni post-unità d’Italia, il quale scrisse riflessioni incredibilmente attuali: “All’Italia servirebbe un partito conservatore che rappresenti il passato, la tradizione, la continuità del Paese, quell’anima della nazione che attraverso il succedersi delle generazioni rimane costante”. Ogni innovazione e progresso, infatti “devono affondare le proprie radici nel terreno solido della comunità nazionale e non sulle astrazioni del cosmopolitismo, nel quale ogni distinzione di nazioni sia cancellata; e il genere umano non formi più che una sola officina ed un sol mercato”. La modernità di queste parole è impressionante!

In virtù di tutte queste considerazioni (e unitamente alla mia passione per Nicolò Machiavelli) ho deciso di collaborare con questo Centro Studi, con l’obbiettivo di fornire contenuti e idee alla Destra italiana affinché, in essa, il richiamo allo spirito nazionale sia prima di tutto una difesa di quelle istituzioni liberali nelle quali storicamente la nostra libertà si è incarnata.

Classe 1988, dottore in Lingue straniere (Università Cattolica di Milano). Poliglotta ma sempre profondamente legato al proprio Paese, si reputa un liberale conservatore e realista. Lavora in ambito commerciale per un marchio italiano del lusso.