di Daniele Scalea

Difficile dire se il movimento Black Lives Matter abbia portato a concreti benefici per gli afro-americani. Qualche dubbio viene, considerando che il ritrarsi delle forze di polizia dai quartieri a maggioranza neri, unito al definanziamento delle forze dell’ordine (come richiesto da BLM), ha portato a un aumento esponenziale di atti criminali, sparatorie e morti violente: fenomeni di cui gli afro-americani sono più spesso vittime rispetto a qualsiasi altra etnia. Ma c’è almeno una donna di colore che ha sicuramente beneficiato da BLM: si tratta della sua fondatrice Patrisse Khan-Cullors, che è divenuta multi-milionaria nel giro di pochi anni.

Assieme ad altre due attiviste nere, la Cullors lanciò il fortunato hashtag #blacklivesmatter nel 2013, dopo l’assoluzione dell’ispanico George Zimmerman che aveva ucciso, per legittima difesa, il diciassettenne nero Trayvon Martin. Sull’onda del successo della campagna sono nate una serie di associazioni che si richiamano a quello slogan, ma la principale – e comunemente considerata come “ufficiale” – è la Black Lives Matter Global Network Foundation, fondata dalla stessa Cullors. A fianco di quest’associazione l’attivista ha creato anche una società commerciale quasi omonima, BLM Global Network. Dalla non-profit la Cullors avrebbe ricevuto in questi anni “solo” 120mila dollari come compensi individuali, ma non è dato sapere quali profitti tragga dalla sua società. Di certo c’è che la BLM non-profit riceve donazioni ingentissime: nel solo 2020, a detta della fondatrice, le sono arrivati 90 milioni di dollari. Per la raccolta fondi si appoggia ad ActBlue, la piattaforma legata al Partito Democratico; la gestione finanziaria è aiutata dalla Ong Thousand Currents, la cui vice-presidente è l’ex terrorista comunista Susan Rosenberg. La stessa Patrisse Cullors è una marxista auto-dichiarata il cui mentore, Eric Mann, era militante nella medesima formazione terrorista della Rosenberg, Weather Underground.

La pasionaria rossa/nero Cullors ha beneficiato anche in altri modi del grande successo di pubblico delle sue iniziative. Ha pubblicato un libro che non ha certo venduto male (intorno alle 50mila copie) ma probabilmente è stato strapagato dall’editore all’autrice (se sono giuste le stime di “LA Mag“, avrebbe incassato quanto o più di ciò che è entrato all’editore dalle vendite). Ha firmato un contratto con il gigante dell’intrattenimento Warner Bros che, plausibilmente, le frutta un considerevole gruzzolo. Inoltre ha ottenuto incarichi di insegnamento (non si negano mai agli estremisti di sinistra nelle università americane) e sicuramente otterrà qualcosa anche dall’attività di conferenziere.

Di certo, per quanto sia difficile fare conti precisi in tasca a Patrisse Cullors, l’attivista afro-americana di umili origini ha oggi uno stile di vita da fare invidia a molti. Come rivelato dal “New York Post“, nel giro di pochi anni ha acquistato, per sé e per la compagna Janaya Khan (anche lei attivista di BLM), quattro case di lusso: un ranch da 415mila dollari nei pressi di Atlanta; una casa con tre camere da letto a Inglewood, per 510mila dollari; un’altra da 160 metri quadri a Los Angeles per 590mila dollari; e dulcis in fundo una da 220 metri quadri, del valore di 1,4 milioni, sempre a Los Angeles. Quest’ultima si trova a Topanga Canyon, una zona esclusiva in cui 9 abitanti su 10 sono bianchi. La vicenda ha fatto infuriare Hawk Newsome, un altro attivista afro-americano che ha un’organizzazione BLM slegata da quella della Cullors.

Abbiamo dunque imparato come l’attivismo progressista paghi e quanto rapidamente possa trasformare una marxista rivoluzionaria in una ricca possidente che si rinchiude in un altolocato quartiere per bianchi. La vicenda potrebbe chiudersi qui, ma c’è dell’altro. E riguarda le Big Tech.

Come già fecero in piena campagna elettorale, quando censurarono lo scoop del “New York Post” sui loschi giri di Hunter Biden (figlio di Joe) – vicenda che abbiamo già raccontato su queste pagine – i social hanno nuovamente deciso di oscurare un’inchiesta “scomoda” per la loro parte politica prediletta. Facebook e la controllata Instagram hanno impedito agli utenti di condividere l’articolo del “New York Post” sull’acquisto immobiliare della Cullors. Twitter ha persino bannato un giornalista (afro-americano) che condivideva la storia accusando d’ipocrisia l’eroina del BLM. È l’ennesimo, vergognoso atto di censura e parzialità politica da parte dei giganti del web, a riprova di quanto urgerebbe una loro regolamentazione, avendo essi un ruolo sociale di tale importanza, e una posizione oligopolistica tanto arroccata, da essere ormai imprescindibili. Ma aggiungiamo altra carne al fuoco.

Il “New York Post”, infatti, si è vendicato del torto subito facendo ulteriori rivelazioni. Facebook, Twitter e Netflix hanno donato a entità collegate alla Cullors (oltre a quelle di BLM ha altre due Ong, Dignity and Power Now e Reform LA Jails, che sono senza scopo di lucro ma acquistano servizi e consulenze dalla Cullors e dalle sue società) più di 7,5 milioni di dollari. In cambio Patrisse Cullors e gli attivisti BLM hanno preso posizione e svolto attività di lobbying a favore della net neutrality, posizione gradita ai vari Zuckerberg e Dorsey ma contro cui si era mossa l’Amministrazione Trump. “Black Lives Matter è forse in vendita?”, si è chiesto Peter Flaherty, presidente del National Legal and Policy Center, citato dal “Post”. Possiamo chiudere con questa domanda.

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.

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