di Nicola De Felice

Il caso di Silvia Romano ha determinato una lunga scia di polemiche, legate alla politica nazionale di gestione della liberazione di ostaggi, che prevede – a quanto pare – il pagamento di un riscatto a organizzazioni criminali o terroristiche.

In Italia è vietato e l’autorità giudiziaria sequestra i beni ed i conti correnti dei familiari del rapito per impedire il pagamento del riscatto, ai sensi della legge n. 82 del 1991. Per contro, la prassi italiana all’estero presume di pagare riscatti per propri cittadini sequestrati da gruppi terroristici, ed è criticata da Nazioni del mondo occidentale che sono solite procedere ben diversamente. Come mai dunque lo Stato vieta in Patria di pagare i riscatti e per contro lo Stato stesso paga all’estero, operando in modo da essere imputabile di una serie di reati, tra i quali il finanziamento del terrorismo internazionale, andando contro non solo i dettami della magistratura italiana, ma anche della Corte Internazionale dell’Aja e della Corte Penale Internazionale?

Negli ultimi anni si è assistito ad un incremento delle occasioni nelle quali molti cittadini italiani (secondi solo agli Stati Uniti) sono stati detenuti come ostaggi di fazioni di ribelli in aree di grande instabilità socio-politica. L’operazione di liberazione dell’ostaggio che si attua in questi casi, oltre ad essere un dovere morale per tutti i Governi italiani di qualsiasi colore politico, presenta fattori che possono avere un impatto diretto sul buon esito dell’operazione stessa, dal morale del personale schierato – sia militare che civile – al sostegno dell’opinione pubblica.

Il caso di Silvia Romano, oltre ad essere una circostanza a sé stante visto l’atteggiamento da “sindrome di Stoccolma” della protagonista stessa, ha dimostrato come non sia più possibile considerare il rapimento o la cattura di ostaggi delle semplici aberrazioni criminali, ma, al contrario, come esse costituiscano delle vere e proprie forme di lotta asimmetrica comunemente praticate da fazioni ostili. Questo rende necessario un rinnovato approccio alle operazioni di “Recupero del Personale” (RP) in un’ottica multidisciplinare che consenta di riportare a casa l’ostaggio in tempi brevi e con interventi mirati e tempestivi. In ambito nazionale, la discussione in merito alla definizione dottrinale e capacitiva dell’RP si è interrotta per le note posizioni del livello politico derivanti dagli interventi di recupero. Esso infatti comprende una serie di possibili opzioni di intervento, che possono:

  • essere condotte, laddove le autorità politiche lo ritengano opportuno o necessario, anche a favore di personale civile appartenente ad organizzazioni internazionali o private e “schierato” a qualsiasi titolo in zone “calde”;
  • richiedere il coordinamento con i principali strumenti del potere nazionale (diplomatico, interno, informativo, militare ed economico).

Il Recupero di Personale deve essere inteso come la somma degli sforzi militari, diplomatici e civili posti in essere al fine di facilitare ed effettuare il recupero e la reintegrazione di cittadini isolati, anche catturati, nei vari teatri del mondo. Gli insegnamenti, derivati dalle crisi balcaniche degli anni ’90 e dalle operazioni in Medio Oriente del primo decennio del secolo XXI, dovrebbero consigliare l’Autorità politica di disporre permanentemente di un idoneo set di procedure volte a consentire il recupero non solo di militari, ma anche di giornalisti e volontari ONG che a vario titolo si possono trovare in condizioni di isolamento in territorio ostile o potenzialmente ostile. Esiste una serie di tattiche, tecniche e procedure che forniscono al personale isolato gli strumenti per sopravvivere in qualsiasi ambiente, sfuggire alla cattura ove ne sussista il rischio, e qualora questa avvenisse, resistere ai possibili tentativi di utilizzo strumentale da parte della controparte e, se la situazione lo permette, tentare la fuga e fornire il possibile sostegno per facilitare la propria estrazione. Tutto questo evidentemente con Silvia Romano non è stato fatto – e non solo con lei – per una chiara e incontrovertibile insensibilità (per non dire incapacità) politica nel focalizzare il problema.

La sicurezza delle unità incaricate di effettuare il recupero e quella dei cittadini italiani che si trovano ad essere in condizioni di ostaggi dipende strettamente dalla qualità dell’Intelligence. La natura e la composizione delle forze di recupero variano a seconda delle specifiche esigenze dettate dal particolare tipo di missione da intraprendere. La realizzazione di un’adeguata e credibile capacità di RP è garantita dall’impiego di tre opzioni di intervento che coinvolgono tutti gli elementi del potere nazionale. Impiegate in maniera sinergica, esse sono: quella diplomatica, cioè tutte le attività di politica estera condotte allo scopo di preparare e sostenere le attività di recupero; quella militare che include la pianificazione e l’esecuzione di attività che possono comprendere tutto lo spettro delle possibili operazioni militari per localizzare, sostenere, recuperare e reintegrare il personale liberato; quella civile, cioè di coinvolgimento di personale governativo e non, anche di soggetti privati che spesso sono in grado di giocare un ruolo di rilievo sia nel garantire il rilascio di personale detenuto o nel fornire informazioni utili per la facilitazione del recupero. L’analisi di alcune caratteristiche fondamentali quali la presenza o meno di minaccia, l’addestramento specifico del personale da liberare, le condizioni ambientali nelle quali avviene l’isolamento e gli assetti necessari all’effettuazione dell’operazione di recupero determina diverse tipologie di intervento.

Restringendo il caso a quello di Silvia Romano, l’intervento poteva essere del tipo NAR (Non-conventional Assisted Recovery). Esso prevede il recupero di ostaggi con l’applicazione di tattiche, tecniche e procedure non convenzionali che possono prevedere l’impiego di operatori dei servizi di intelligence, assetti diplomatici e civili addestrati alla condotta di operazioni di RP o il ricorso ad una azione diretta di Forze Speciali (FS). Il ricorso a tali FS, dato l’elevato valore delle stesse, deve essere limitato ad operazioni di recupero in ambiente non permissivo, caratterizzato da elevato livello della minacci,a con avvicinamento all’area di intervento con trasportatore, procedure e capacità specifiche che solo le FS sono in grado di fornire.

Le chiavi del successo nelle operazioni di recupero di ostaggi sono costituite dalla flessibilità operativa e dalla ridondanza dei sistemi e degli assetti. Non esiste una tipologia precostituita di assetti di RP che possa essere impiegata in tutte le operazioni o che garantisca il soddisfacimento di tutti i requisiti richiesti in ogni operazione. Per poter coprire tutte le possibili esigenze è richiesto un mix di capacità di recupero convenzionali e non convenzionali in grado di operare in mare, su terra e dal cielo e che dovrà essere modulato ogni volta in accordo con i requisiti necessari all’assolvimento di quella particolare missione. L’incapacità di garantire opzioni di recupero diversificate e flessibili o di adattarle alle condizioni ambientali locali è un preludio al fallimento. In caso di ambiente non permissivo, con l’aumentare dei fattori di rischio o del livello di minaccia, l’autorità esecutiva non potrà che essere individuata al livello politico.

Concludendo, se potenzialmente potremmo essere dotati di valide capacità militari nel settore, quella che manca è sempre una politica da Stato sovrano.

Nicola De Felice

Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.