Perché il nazionalismo è meglio del globalismo, secondo Yoram Hazony | SCALEA


Il nazionalismo è un’idea virtuosa del mondo, il giusto mezzo tra il tribalismo (nemico della pace) e l’imperialismo (nemico della libertà) – un modello assolutamente attuale da opporre al globalismo. Questa è la tesi fondamentale de Le virtù del nazionalismo, libro del 2018 dell’israeliano Yoram Hazony che, grazie a Guerini, ha trovato alcuni mesi fa la sua edizione italiana.

Hazony non intende “nazionalismo” come un sinonimo di patriottismo: per lui è un vero e proprio modello d’organizzazione socio-politica del pianeta, di sapore un po’ mazziniano, che si oppone invece all’imperialismo/globalismo, sinonimi nella terminologia dell’Autore. In un mondo siffatto, ogni nazione è autonoma e libera di seguire le proprie tradizioni, interessi e linee di sviluppo.

Oltre a essere un politologo (presidente dell’Istituto Herzl di Gerusalemme e della Fondazione Edmund Burke di Washington), Hazony è pure un biblista. La sua opinione è che l’idea nazionalista trovi fondamento e legittimità proprio nella storia ebraica narrata dalla Bibbia, in cui Dio dà al popolo eletto una terra ma non il dominio del mondo intero. In tal senso, la visione universalista propria della Chiesa Cattolica, arguisce l’Autore, non deriverebbe dal cristianesimo ma bensì dalla romanità. Furono altresì i protestanti, con la loro riscoperta dell’Antico Testamento, a conferire alla politica europea quell’impianto basato sull’autodeterminazione delle nazioni.

L’ordine nazionale protestante è stato scardinato, spiega Hazony, da quello liberale, che vede nella libertà individuale l’unico principio di ordinamento legittimo. Bersaglio polemico dell’Autore è John Locke. Limite della teoria del filosofo seicentesco è quello di basarsi sul mero razionalismo, postulando che l’unico collante sociale si ritroverebbe nel consenso. Egli ignorò l’osservazione empirica di famiglie, tribù e nazioni, laddove i legami di nascita fanno sentire ai membri una serie di responsabilità reciproche che non derivano né da scelta né da consenso. Se per Locke la comunità serve solo a tutelare beni e vita dell’individuo – controbatte Hazony – come si spiega allora che molti siano disposti a sacrificarli per il bene della comunità medesima?

Una teoria politica empirica – si spiega nell’opera – deve considerare l’inclinazione umana a sentire come personali gli obiettivi della collettività. Il Sè di una persona ha confini flessibili, capaci di includere altri individui congiunti o comunque prossimi. L’ordinamento politico originario, ci insegna la storia, non è quello di uno “stato di natura” individualistico teorizzato dai filosofi illuministi: esso sta invece nella famiglia e in quei suoi allargamenti di perimetro che sono il clan e la tribù. Anche le nazioni e gli Stati sono comunque assimilabili alla famiglia: come essa nascono per tramandare un retaggio e un patrimonio, si fondano sulla mutua fedeltà anziché sull’interesse. Certamente la nazione è un’astrazione, ma assai più familiare e concreta rispetto a quell’idea di umanità indistinta che sta alla base del globalismo.

La nazione, si diceva all’inizio, rappresenta il giusto mezzo poiché, come scrive Hazony, conserva lo spirito comunitario dell’ordine clanico ma trascendendolo permette uno spazio di pace più esteso e un sistema giudiziario imparziale. Anche l’impero sovranazionale garantisce ciò, ma la mancata comunanza di lingua, religione e storia preclude la mutua fedeltà. Tra le varie virtù del nazionalismo, l’Autore individua anche quella – sulla scorta della lezione di Mill – di rendere possibile un governo libero e democratico. Gli Stati multinazionali pretesamente “neutrali” sfociano o nel dispotismo (quando un’etnia prevale e governa sulle altre) o nella disgregazione. È nello Stato nazionale che la maggioranza, non sentendo minacciato il proprio primato, si dispone a garantire i massimi diritti alle minoranze.

Sempre guardando al piano storico-empirico a lui caro, Hazony rileva pure come la competizione tra più Stati nazionali abbia segnato le fasi di maggior progresso europeo. La competizione tra una pluralità di soggetti e l’ostilità al monopolio dovrebbero essere valori del liberalismo, eppure almeno sul piano internazionale i suoi assertori finiscono col rinnegarli per vagheggiare invece un impero universale. Ma se la nazione corrisponde a maturità (l’autogoverno di chi si prende cura di sé) il cosmopolitismo di matrice kantiana è regressione infantile: si aspetta che ci sia un più grande (l’impero) a prendersi cura di noi.

Imperi sono anche quegli esperimenti sovranazionali che non si definiscono così, ma sono duramente condannati dall’Autore: è il caso dell’Unione Europea. Essa si fonderà pure sul (del resto spesso dimenticato) principio di sussidiarietà (il piano sovranazionale interviene solo laddove non può il nazionale), ma siccome i suoi limiti applicativi sono definiti dalla burocrazia imperiale dell’UE, gli Stati membri sono indipendenti solo nella misura decisa – o meglio concessa – dal governo dell’Unione. L’UE differisce da un classico Stato imperiale, osserva Hazony, solo per la mancanza di un imperatore che conduca gli affari esteri e dichiari le guerre; ma ciò è dovuto al protettorato militare degli USA, senza il quale si affermerebbe un imperatore tedesco.

Degno di menzione è anche il capitolo che Hazony dedica alle interpretazioni contemporanee della Shoah e allo Stato di Israele. Ci sono, spiega, due possibili paradigmi dello sterminio ebraico. Il primo è quello israeliano, che vede l’Olocausto reso possibile dal fatto che gli Ebrei fossero inermi; il secondo è quello europeo-progressista, per cui l’Olocausto è derivato dall’egoismo nazionalista tedesco. Il primo porta a concludere che Israele sia il contrario di Auschwitz; il secondo che l’UE sia il contrario di Auschwitz e, di contro, Israele “nazista”. Ovviamente Hazony propende per il primo paradigma, e noi con lui. Egli prosegue paragonando l’attuale astio europeo-progressista verso gli Ebrei, rei di rifiutare la salvifica dottrina kantiana della pace perpetua nell’impero cosmopolita, col classico antisemitismo cristiano che biasimava il rifiuto del Vangelo.

Uno dei pochi punti su cui chi scrive si sente di discordare da Yoram Hazony è relativo alla sovranità. Da biblista, Hazony ritiene che Dio sia il solo sovrano nella pienezza del termine. Tale tesi è sostenuta, ad esempio, anche dagli islamisti, che intendono così opporsi al potere di regimi dispotici e autocratici; non a caso pure l’Autore israeliano ha in mente il classico esempio di Hitler, portato legalmente al potere dal popolo sovrano. Ma così come gli islamisti utilizzano la tesi della sovranità divina per opporsi non solo ai dittatori ma pure alle democrazie, nello stesso modo i globalisti, col medesimo argomento di Hazony per cui la sovranità popolare non sarebbe assoluta, attivamente la erodono e limitano in ogni modo. Che si tratti di Dio, della Costituzione o del diritto internazionale, fissare un principio supremo che limita la sovranità del popolo (non il suo esercizio, ma proprio la sovranità) avrà sempre quale effetto pratico di conferire, alla casta che di quel principio si fa custode e interprete, un’autorità superiore alla volontà popolare e perciò non democratica ma, appunto, autocratica. Lo vediamo oggi coi burocrati europei od onusiani, coi giuristi cosiddetti “democratici”, e in generale con quei “chierici” che fanno da guardiani del potere della new class cosmopolita. Non si nega, chiaramente, il problema: il popolo non è infallibile e può prendere decisioni anche tragicamente sbagliate. Tuttavia, la fallibilità appartiene a ogni altro ipotizzabile soggetto storico; essa non può dunque essere utilizzata come argomento contro la pienezza della sovranità popolare. Facciamo perciò nostro il monito di Hazony stesso: non va ceduto nemmeno un frammento di libertà, o si sarà conquistati lentamente ma inesorabilmente, finché un solo bivio ci si staglierà davanti – o la schiavitù o la guerra.


Daniele Scalea è Presidente del Centro Studi Machiavelli.