GERVASONI| Il sovranismo contro la “nuova classe” dominante


Estratto dal libro “La rivoluzione sovranista. Il decennio che ha cambiato il mondo” (Giubilei Regnani)


La lotta di classe è ricominciata, ma le parti in commedia non sono le più le stesse di un tempo.
A rappresentare gli operai è infatti ormai più la destra nazional-sovranista che la sinistra, il cui cuore ora batte per i “padroni”, soprattutto finanzieri e grandi banchieri. Però non è così semplice.
Padroni, operai e via dicendo non rimandano più da tempo a quello che tali parole significavano nel Novecento. Il declino o, per i più pessimisti, il crollo della classe media, cominciato dopo il 1989 e acceleratosi dopo il 2008, ha infatti lasciato sul terreno due schieramenti.
Il primo è quello che chiameremo con Angelo Codevilla la country class (classe nazionale), o con Christophe Guilluy la classe periferica, cioè operai, impiegati, precari, piccoli imprenditori: marginale rispetto ai circuiti della globalizzazione – di cui subisce solo gli svantaggi –, ai centri decisionali urbani e all’ideologia mainstream.
L’altro schieramento è quello della classe dominante nel senso di ruling class, che Guilluy definisce d’en haut. Quantitativamente essa è costituita da un 10% della popolazione, ma la sua collocazione centrale nel mondo della globalizzazione, della finanza, dell’industria hi-tech, della grande impresa, della comunicazione, dei media ne fa un blocco molto solido, assai più omogeneo in termini ideologici rispetto alla classe periferica.

[…] I nuovi oligarchi postmaterialisti hanno bisogno però di altri gruppi sociali, cooptati nei loro entourage ma non fino al punto da renderli uguali a loro. Sono gli appartenenti al Clerisy, i sacerdoti laici che offrono al nuovo culto della società mondialista: universitari, operatori dei media, giornalisti e attori del campo no profit.
Questo clero (clercs, nel senso di Julian Benda) ha il compito di costruire e trasmettere una visione del mondo che giustifichi, confermi e rafforzi il potere dell’oligarchia attraverso l’ideologia della società aperta, fondata su parole chiave: progresso, apertura, individualismo.
Kotkin lo definisce gentry liberalism (liberalismo per agiati), Michéa lo aveva chiamato “progressismo” ben prima dell’arrivo di Macron. Una progressive class, scrive Codevilla, legata al culto della competenza e della scienza, che utilizza per distinguersi dal resto della società, che invece non ama particolarmente la religione, da cui si sente distante, e neanche la famiglia tradizionale: considerate entrambe – fede e tradizione – come macigni rispetto al libero emanciparsi dell’individuo.
Rispetto alla classe dominante di un tempo – conservatrice, retriva, codina, legata ai valori tradizionali, all’autorità e persino all’autoritarismo – abbiamo ora invece una nuova classe amante del cool, bobo, decontracté, aperta, senza cravatta e persino senza camicia, i cui leader sono vestiti come teenager (come evidenzia il perfido ritratto di Zuckerberg del Premio Pulitzer del “The Wall Street Journal”, Peggy Noonan). Una new class dedita alla libertà e all’uguaglianza, che vota Democratici negli USA, Macron in Francia, Pd in Italia, Spd (sempre meno) e ora soprattutto Verdi in Germania, che era entusiasta della terza via nel Regno Unito; ma voterebbe persino Corbyn o Sanders, anche se con forti mal di pancia.

[…] Più che alla borghesia, la new class assomiglia a un’oligarchia controrivoluzionaria che, secondo Guilluy, disprezza profondamente il popolo, cioè chi è estraneo ai suoi circoli ristretti. In luogo di disprezzo, si tratta secondo noi di indifferenza: indebolita la comunità nazionale, non rimpiazzata da alcun altro tipo di rete solidale, la new class non considera proprio i suoi compatrioti (il sentimento di patria le è estraneo), che percepisce assai più lontani, ad esempio, degli immigrati: i concittadini in difficoltà se la “sarebbero cercata”, perché non si sarebbero impegnati nella vita, nel lavoro e negli studi; gli immigrati sarebbero invece gli ultimi, gli sfruttati, gli umiliati e offesi, da aiutare a ogni costo.

[…] I nazional-sovranisti hanno quindi potenzialmente dalla loro parte la maggioranza del paese: la country class. Hanno però contro i clercs (media, giornali, mondo dello spettacolo e della comunicazione), quello che Michéa chiama “il Partito dei Media e del Denaro”, e le varie tecno-burocrazie, che in Europa pesano assai più che negli USA.
La gauche kerosène, adorata dalla new class, è infatti profondamente minoritaria, ma possiede una forte egemonia nella diffusione dei simboli, dei miti, delle credenze. Ed è alleata oggettiva con il blocco di potere della tecno-burocrazia europea e delle sue organizzazioni. Non sono avversari da poco.
Questa situazione richiede ai nazional-sovranisti saggezza, sagacia e prudenza.
Richiede loro di provare a penetrare nelle cittadelle della costruzione dell’egemonia e di affrontare la tecno-burocrazia europeistica con una strategia intelligente, con la teoria del partigiano di Carl Schmitt, piuttosto che con il napoleonico cozzo frontale. Perché la tecno-burocrazia possiede meno uomini ma armi più potenti e sofisticate.


Marco Gervasoni , professore ordinario di Storia, è consigliere scientifico del Centro Studi Machiavelli.