CARLESI| Perché la storia dispiace al globalista Fioramonti


Le recenti dichiarazioni del Ministro dell’istruzione Fioramonti a proposito dello studio della storia, che a suo dire inciterebbe alla violenza ripercorrendo le guerre del passato, meritano una riflessione, in quanto rappresentano lo specchio dell’insofferenza di certi ambienti verso una materia che ha la colpa di ricordarci chi siamo, e quanto lungo e complesso sia il cammino dei popoli e dell’umanità.

I “certi ambienti” sono sintetizzati dall’ideologia progressista e cosmopolita, che ha messo d’accordo la sinistra “no border” con i grandi gruppi finanziari nella strada verso la distruzione di ogni traccia di identità e di orgoglio nazionale. Il Ministro è il simbolo perfetto di questo nuovo corso: nel suo curriculum spiccano tante ricche borse di studio, fornite dal Ministero Affari Esteri e dal Framework Program (450.000 euro per due progetti di ricerca su «multilateralismo, inter-regionalismo e politica estera dell’Unione europea») tra gli altri. Soprattutto, Fioramonti può vantare collaborazioni di altissimo livello: andiamo dalle banche, con la Fondazione Compagnia San Paolo, azionista di Intesa, fino a Fondazioni e periodici afferenti ai “filantropi” Rockfeller e Soros, simboli della finanza che va a braccetto con i diritti umani, scudieri di quel progressismo maggioritario in campo politico e culturale nonostante sia minoranza nel paese.

Secondo la visione globalista, le radici e la storia diventano dei fastidiosi orpelli da cui liberarsi, per vivere un eterno presente fatto di uguaglianza, diritti civili e libera circolazione di merci e capitali. La cancellazione della traccia di storia dall’esame di maturità e l’astio verso il crocifisso nelle scuole sono solo i primi esempi pratici di questo modo di pensare. In prima fila il mondo dell’istruzione, egemonizzato da decenni dalla sinistra secondo il disegno gramsciano, in cui si è fatto largo il pensiero decostruzionista, che mira a squalificare e distruggere qualsiasi istituzione tradizionale, sia essa la famiglia o la nazione, identificata come costruzione artificiale e falsa. Sempre meno spazio rimane per chi non si allinea all’omologazione del nuovo pensiero unico, come dimostra il caso del professor Gervasoni allontanato dalla Luiss, per non parlare dei tanti studenti “non conformisti” a cui la strada viene sbarrata ben prima di poter ambire ad una cattedra.

Per questo, il mondo politico, sindacale e culturale patriottico e “sovranista” dovrebbe fare prepotentemente sua la battaglia per la diffusione e la promozione della storia. È ancora più che mai necessaria una materia capace di fornire un metodo, di cogliere e valorizzare le differenze tra popoli, di capire le complessità del divenire, le continuità tra diverse epoche, le tragicità da evitare. La storia ci apre la porta dei drammi ma anche degli esempi e i sacrifici di cui essere orgogliosi, ci aiuta e ci costringe a scegliere. Senza storia l’uomo è nulla, e solo alcuni eventi, come la Prima guerra mondiale che forgiò con tutti i suoi drammi la nostra identità, possono fornire il collante mitico e pratico che dia vita a una comunità coesa in cui democrazia, politica e Stato sociale possano fiorire. Nell’epoca in cui i grandi “rivoluzionari antisistema” vengono applauditi all’Onu e al Parlamento Europeo, in cui prosperano le banalità sul Medioevo o l’Antica Roma (Letta docet), vero atto rivoluzionario è invece riscoprire la passione per lo studio complesso e la storia come fonte di crescita e di vita, sulla scia di giganti come Volpe e De Felice.


Francesco Carlesi, storico, è dottorando di ricerca in Studi Politici all’Università Sapienza.