ROSSI| Il disimpegno in Siria e la grand strategy trumpiana


L’offensiva lanciata da Erdogan sul versante orientale del confine turco-siriano, contro i curdi che amministrano autonomamente il Rojava, si inserisce in un quadro complesso. “Sorgente di Pace” rappresenta il terzo caso di intervento diretto da parte delle forze armate turche nella regione dallo scoppio della guerra civile, dopo le operazioni del 2016 e del 2018 nel nord-ovest. Tuttavia, il ritiro dei Marines non dovrebbe essere il preludio di un totale disimpegno statunitense in Siria, piuttosto dovrebbe lasciare spazio a una strategia complessa sul piano diplomatico.

Gli obiettivi primari dell’amministrazione Usa nell’area sono due: contenere le ambizioni di Iran e Turchia e negoziare un propizio accordo postbellico con la Russia. Entrambi coincidono con le priorità individuate dall’amministrazione Trump in politica estera. Per quanto riguarda l’Iran, neutralizzare le ambizioni egemoniche di Teheran in Medio Oriente significa contenere la potenza sciita che punta a guadagnarsi la proiezione nel Mediterraneo tramite il corridoio geografico formato da Iraq e Siria. Poi, sul piano della questione curdo-turca, gli Stati Uniti, avviato lo spostamento dei Marines, potrebbero mutare approccio, così da perseguire due obiettivi fondamentali: dimostrare all’opinione pubblica di non aver abbandonato l’alleato curdo e, soprattutto, correggere la spaccatura tra Turchia e Nato, simboleggiata dal caso relativo al sistema S-400 fornito da Mosca, contribuendo anche a indebolire il processo di Astana.

A ciò si deve aggiungere la questione cruciale della negoziazione di un accordo post-bellico con la Russia, i cui nodi principali riguarderebbero la leadership siriana di Bashar al-Assad e la reticenza di Mosca ad abbandonare l’alleato iraniano. Tuttavia, il raggiungimento di un accordo concreto tra le due potenze, sulla scia del vertice trilaterale tenutosi lo scorso 24 luglio a Gerusalemme, sarebbe il preambolo dello storico riavvicinamento tra Mosca e Washington in funzione anticinese, colonna portante della grand strategy trumpiana, basta pensare alla recente dichiarazione, a Biarritz, in favore di una riammissione della Russia al G7.

A proposito di Pechino, poi, non bisogna dimenticare che Xi Jinping sta cercando di approfittare della ricostruzione post-bellica per ingabbiare Damasco nella Belt and Road Initiative, come ha ribadito nel corso del secondo forum per la Via della Seta. Che una regione strategica come la Siria sia lasciata in pasto agli avvoltoi, Teheran e Pechino in primis, non è un’opzione che il Pentagono può permettere si realizzi con tanta facilità. Per questi motivi, sebbene l’appuntamento elettorale del 2020 rappresenti un fattore potenzialmente distorsivo, bisogna supporre che il lento ritiro delle unità USA dalla Siria lascerà il posto a un’azione strategica le cui armi principali potrebbero essere quelle che The Donald predilige: la mediazione e la trattativa.


Serena Rossi è dottoranda di ricerca.