Il declino è una scelta, ed è una
scelta che si può rifiutare di fare
Marco Rubio

 

Il 14 febbraio 2026, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha pronunciato un discorso destinato ad aprire una riflessione profonda sul futuro e sull’identità dell’Europa. Non si è trattato di una semplice analisi geopolitica, bensì di un appello a riconoscere una verità scomoda: l’Occidente ha imboccato una strada che lo ha indebolito, e oggi rischia di perdere non solo influenza globale, ma la stessa capacità di preservare la propria civiltà. Rubio non ha parlato all’Europa come a un alleato qualunque, bensì come a un fratello maggiore in difficoltà, legato agli Stati Uniti da vincoli storici, culturali e spirituali che nessuna divergenza contingente può spezzare.

L’Amministrazione Trump, attraverso il discorso di Rubio, la nuova National Security Strategy e contributi come quello di Samuel Samson, sta proponendo all’Europa non un distacco, ma un’alleanza rinnovata e più profonda: un’alleanza “civilizzazionale”. Non più fondata solo su interessi economici o militari, ma sulla comune volontà di difendere e rilanciare l’eredità occidentale – fatta di libertà, sovranità nazionale, fede, famiglia e orgoglio.

Cosa ha detto Rubio

Nel suo discorso Marco Rubio si è rivolto all’Europa come al partner storico degli Stati Uniti nella difesa della civiltà occidentale, come a un amico, anzi un parente stretto, che gli USA non vogliono e non possono abbandonare. In virtù di un legame che è storico, culturale e persino spirituale.

USA ed Europa si trovano davanti a una missione storica. Dopo la vittoria della Guerra Fredda si diffuse un’illusione pericolosa: l’idea della “fine della storia”. Ignorando la natura umana e le lezioni storiche, si è abbracciato il dogma del libero scambio selvaggio, che ha portato a delocalizzazioni, chiusura di fabbriche, perdita di milioni di posti di lavoro e dipendenza da catene di approvvigionamento controllate da rivali o avversari. Si è ceduta sovranità a istituzioni internazionali, si sono adottate politiche energetiche autolesioniste. Si è permesso un’ondata di immigrazione di massa incontrollata che minaccia la coesione sociale, la continuità culturale e il futuro dei popoli occidentali. Questi errori sono stati commessi insieme e ora vanno corretti insieme. Ecco la missione storica che impegna assieme America ed Europa.

Il Segretario di Stato ha evidenziato che la sicurezza nazionale non si riduce a questioni tecniche di spesa militare, per quanto rilevanti. Una forza armata combatte non per astrazioni giuridiche, ma per  difendere un popolo, una nazione, uno stile di vita e una grande civiltà di cui essere fieri. E la nostra è quella che ha dato al mondo la libertà, il diritto, le università, la rivoluzione scientifica.

La proposta dell’Amministrazione Trump è per un’alleanza rinnovata che ricostruisca l’industria e riconquisti la sovranità sulle catene di approvvigionamento, controlli i confini nazionali come atto fondamentale di sovranità, investa insieme nelle nuove frontiere spaziali e tecnologiche. Il declino dell’Occidente non è inevitabile: è una scelta. Come dopo il 1945 si scelse di resistere e ricostruire, oggi si può scegliere di rinascere. Gli Stati Uniti non vogliono alleati deboli, che si auto-colpevolizzano o che si sono rassegnati al declino, ma partner forti, orgogliosi della propria eredità e determinati a difenderla. L’America resta figlia d’Europa e vuole scrivere insieme un nuovo secolo di prosperità e vitalità per la civiltà occidentale. Non separazione, ma rinascita dell’alleanza transatlantica su nuove basi.

L’Occidente è in declino?

Il discorso del segretario Rubio si base su un postulato di fondo: che l’Occidente, e l’Europa in particolare, si trovi in una fase di declino storico. Tale ipotesi di partenza è corretta?

Numerosi indicatori oggettivi confermano che l’Occidente attraversa una fase di declino storico relativo.

Il primo e più profondo segnale di questo declino è demografico. Se nel 1900 il 30% della popolazione mondiale viveva in Europa o in Nordamerica, oggi la percentuale è scesa sotto il 14 – malgrado i due continenti siano stati interessati da un’immigrazione senza precedenti dal resto del mondo. Questo calo relativo riflette non solo una crescita più rapida in Asia e Africa, ma anche l’incapacità dell’Occidente di mantenere un tasso di rinnovamento demografico adeguato.

In Europa e negli Stati Uniti, i tassi di fertilità sono da decenni stabilmente al di sotto del livello di sostituzione di 2,1 figli per donna. Nell’Unione Europea, il tasso medio è sceso sotto 1,4, con paesi come Italia, Spagna e Malta che hanno i tassi tra i più bassi al mondo. Negli Stati Uniti, è calato a circa 1,6 nel 2024, toccando il minimo storico. Questo non è solo un fenomeno statistico: significa che, al netto dei flussi migratori, la popolazione nativa si riduce rapidamente. I flussi migratori neutralizzano il calo della popolazione da un punto di vista numerico, ma non qualitativo: il loro effetto è un cambiamento epocale della composizione etnica delle nostre regioni.

Negli USA, la componente bianca non-ispanica, che costituiva la maggioranza storica, rappresenta ora meno del 60% della popolazione, e le proiezioni del Census Bureau indicano che scenderà sotto il 50% intorno al 2045. Situazione non molto diversa a quella dell’Europa Occidentale, dove si prevede che ovunque, da qui alla fine del secolo, le etnie indigene perderanno la maggioranza assoluta. Questa trasformazione profonda della composizione etnica e culturale delle società occidentali, non accompagnata da assimilazione ordinata e condivisa (cosa impossibile con numeri simili), indebolirà il senso di continuità storica che ha sempre sostenuto la coesione nazionale. In ultimo, potrebbe risultare nella cancellazione tout court dei popoli occidentali.

Sul piano economico, l’Occidente ha perso terreno in modo significativo. Secondo i dati FMI del 2025, la Cina rappresenta ormai il 20% del PIL globale in termini di parità di potere d’acquisto (PPP), superando gli Stati Uniti (14,5%) e l’Unione Europea (13,8%). In termini nominali gli USA restano primi, ma il divario si restringe rapidamente. Ancora più evidente è il declino nella nostra capacità manifatturiera: la Cina produce da sola circa il 28-30% del valore aggiunto manifatturiero globale, più o meno quanto Stati Uniti e Unione Europea messi insieme (CSIS). Trent’anni fa l’Occidente dominava questo settore; oggi dipende da catene di approvvigionamento controllate in larga parte da Pechino, con conseguenze evidenti sulla sicurezza economica. La deindustrializzazione ha svuotato intere regioni, ridotto la classe media manifatturiera e alimentato un senso di precarietà che ha eroso la fiducia nel sistema.

Anche la potenza militare relativa mostra segni di arretramento. Gli Stati Uniti restano primi per spesa militare al mondo. Tuttavia, la Cina ha investito con costanza nella modernizzazione e nell’espansione quantitativa: possiede oggi la flotta navale più numerosa del mondo (oltre 370 navi da guerra contro le circa 290 degli USA), con una crescita rapidissima nella produzione di cacciatorpediniere, sottomarini e portaerei. Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio tecnologico e in termini di tonnellaggio complessivo, ma il divario si riduce anno dopo anno, mentre l’Europa – malgrado la recente crescita della spesa militare – contribuisce ancora poco alla difesa collettiva.

Infine, il declino si manifesta sul piano culturale e sociale. La religiosità, che per secoli ha costituito un pilastro della società (influenzando coesione sociale, demografia, creatività artistica ecc.), è in forte calo: negli USA il cristianesimo è passato dal 90% al 60% di fedeli nel giro di circa un trentennio (Pew Research). In Europa il fenomeno è ancora più marcato, con molti paesi in cui la pratica religiosa regolare è sotto il 10% (Euronews). Parallelamente, è diminuita la disponibilità a sacrificarsi per la comunità nazionale: secondo i sondaggi Gallup più recenti, solo il 41% degli americani e in media il 32% degli europei dichiarano di essere disposti a combattere per il proprio paese in caso di guerra – percentuali tra le più basse al mondo. La fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici: negli USA solo il 22% degli adulti esprime fiducia nel governo federale , mentre in Europa il declino della fiducia in parlamenti e governi nazionali è costante da decenni. Questi indicatori riflettono una frammentazione della coesione sociale, un indebolimento del senso di appartenenza comune e una minore resistenza di fronte alle sfide collettive.

Rubio, insomma, ha ragione: l’Occidente non è condannato al declino, ma lo sarà se continuerà a negarne i segnali. Solo un rinnovato impegno per la conservazione e il rilancio della propria civiltà può arrestare questa fase storica e restituire all’Occidente la forza e la fiducia necessarie per affrontare il futuro.

Agenda per la rinascita

L’Europa può invertire la traiettoria di declino a partire da una decisa politica di rilocalizzazione (reshoring) produttiva e di messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento. Ridurre la dipendenza da fornitori esterni, riportare in Europa settori strategici (dall’elettronica ai farmaci, dall’acciaio alle nuove tecnologie) e incentivare investimenti in automazione e formazione creerebbe milioni di posti di lavoro qualificati. Questo rafforzerebbe il ceto medio, da sempre nerbo di una società ordinata e solida. Ridurrebbe la precarietà che alimenta il malcontento sociale e restituirebbe alle nazioni europee autonomia economica e resilienza strategica.

Un secondo passo indispensabile è il ritorno a una gestione ordinata e selettiva dei flussi migratori. Per preservare l’identità nazionale e culturale bisogna riconoscere che l’assimilazione richiede tempi lunghi, numeri controllati e criteri chiari, nonché – soprattutto – che l’immigrazione può offrire innesti al corpo nazionale, ma non deve puntare a rimpiazzarlo come nella logica della “immigrazione di sostituzione”. Politiche di immigrazione basate sulla prossimità culturale e la rapida assimilazione ridurrebbero le tensioni sociali, favorirebbero la coesione e impedirebbero la formazione di comunità parallele che indeboliscono il senso di appartenenza comune, oltre ad offrire potenziali “quinte colonne” ad attori esterni ostili.

Infine, l’Europa deve affrontare con urgenza la crisi demografica attraverso politiche familiari ambiziose. Solo una ripresa della natalità tra le popolazioni autoctone può garantire un ricambio generazionale sufficiente, evitare il collasso dei sistemi previdenziali e persino fornire alle forze armate i giovani necessari alla deterrenza minima verso chi sogna di conquistare l’Occidente. La mancanza di uomini nella cosiddetta “fighting age” può annullare qualsiasi beneficio derivante dall’ammodernamento militare. Come ha sottolineato Rubio, però, la quantità non basta: serve anche la qualità morale. Occorre riscoprire e trasmettere valori di patriottismo, responsabilità collettiva e orgoglio per la propria civiltà, affinché i giovani delle nazioni europee siano non solo numerosi, ma disposti a difendere con convinzione il proprio modo di vita. Solo così l’Europa potrà tornare a essere forte, sicura e fiduciosa nel proprio futuro.

L’Europa nella NSS

Il discorso di Rubio a Monaco, nota l’esperto americano Matthew Kroenig, è stato criticato negli ambienti dei think tank europei, ma abbastanza apprezzato dai politici per le sue sottolineature sullo stretto legame transatlantico. In realtà, non si discosta da quanto scritto nella National Security Strategy (NSS), che pure fece gridare allo scandalo in molti nel Vecchio Continente.

La NSS, erroneamente propagandata come anti-europea da certi media, in realtà sottolinea che l’Europa è vitale strategicamente e culturalmente per gli Stati Uniti. Le critiche alle politiche europee sono fatte nel suo miglior interesse: Washington critica l’eccesso di regolazioni ideologiche perché frenano l’economia dell’Europa stessa, e critica le politiche pro-immigrazione perché stanno cancellando dall’interno la civiltà europea. Gli USA intendono sostenere l’Europa nel recupero della fiducia in sé stessa e dell’identità occidentale, promuovendo democrazia, libertà di espressione e un ritorno allo spirito nazionale.

Ovviamente l’Amministrazione Trump non è un’istituzione caritatevole, e nella NSS ci sono molti elementi pro domo sua. Ma, in ultima analisi, la strategia mantiene il sostegno alla libertà e sicurezza europee, con un approccio realista: gli USA vogliono alleati più autonomi e responsabili.

L’alleanza civilizzazionale

La migliore comprensione della proposta strategica dell’Amministrazione Trump si può ricavare leggendo la NSS e il discorso del Segretario Rubio sotto il prisma offerto dal tanto discusso contributo di Samuel Samson, Senior Advisor del Dipartimento di Stato, dal titolo The Need for Civilizational Allies in Europe.

In esso, Samson sostiene che il legame tra Stati Uniti ed Europa non è solo transazionale, ma profondo e radicato in un’eredità civile occidentale comune: cultura, fede, diritto, etica, sovranità e tante altre “parentele” affondano le radici nella classicità greco-romana e nella religione cristiana. L’autore denuncia però un “ritiro” dell’Europa dai valori fondamentali condivisi, citando le parole di JD Vance alla precedente Conferenza di Monaco: la vera minaccia è interna. Censura digitale, immigrazione di massa, restrizioni alla libertà religiosa e attacchi alla democrazia sono sintomi della crisi morale dell’Europa.

Samson non sottolinea questi problemi per “abbandonare” l’Europa ma, al contrario, per descrivere una mano tesa da Washington ai fratelli occidentali. Quelle dinamiche, che a lui rammentano le tattiche usate contro Trump negli USA, sono descritte come un attacco della classe dirigente “decadente” all’autentica civiltà occidentale. L’Amministrazione Trump vuole riorientare il legame transatlantico su alleati “civilizzazionali” che difendano davvero questi valori. La prospettiva è quella di legame USA-Europa che, fondato sull’eredità comune anziché sul conformismo globalista, possa rinnovarsi e trovare ancora maggior forza.

La parola all’Europa

L’offerta che gli Stati Uniti stanno facendo all’Europa non è quella di un “divorzio consensuale”, men che meno di un “salvataggio dall’esterno”, ma di una rinascita condivisa. Washington non chiede all’Europa di diventare più americana, ma di tornare a essere pienamente sé stessa: fiera della propria eredità, gelosa della propria sovranità, determinata a trasmettere ai propri figli benessere materiale e un senso profondo di appartenenza e di missione. L’alternativa non è tra dipendenza dagli Stati Uniti e cosiddetta “autonomia europea”, ma tra un’Europa che sceglie di riscoprire le proprie radici insieme allo storico alleato d’oltreoceano, e un’Europa che continua a dissolversi nel cosmopolitismo senza confini né identità.

Il declino non è inevitabile. L’America di Trump tende la mano non per comandare, ma per camminare insieme verso un nuovo secolo di vitalità per la civiltà occidentale. Sta all’Europa decidere se afferrarla, o rifiutarla sdegnosamente in omaggio all’ideologia cosmopolita e progressista che informa ancora molte delle sue élites.

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Fondatore e Presidente della Fondazione Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" presso l'Università Marconi. In precedenza ha insegnato anche presso l'Università Cusano, sulla geopolitica del Medio Oriente e l'estremismo islamico.

Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi; successivamente ha svolto il ruolo di capo della segreteria tecnica del Presidente della Delegazione parlamentare presso l'InCE (Iniziativa Centro-Europea).

Autore di vari libri, tra cui Immigrazione: le ragioni dei populisti, che è stato tradotto anche in ungherese.