In politica estera i tempi non sono quasi mai casuali. Quando lo sembrano è perché si sta osservando la sequenza sbagliata. La missione di Guido Crosetto nel Golfo Persico – Gedda il 21 aprile, Abu Dhabi il 22 e Doha come tappa finale – arriva a distanza di poche settimane dal blitz di Giorgia Meloni all’inizio di aprile (3-4 aprile 2026), che aveva toccato esattamente gli stessi Paesi: Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Stessa traiettoria geografica, stesso asse strategico, ma un livello diverso: dal piano alto delle relazioni politiche al terreno più operativo e militare. Non si tratta di una coincidenza, bensì di una costruzione deliberata, di un secondo movimento in una partita più ampia che vede l’Italia impegnata a rafforzare la propria presenza nel quadrante del Mediterraneo allargato e della sicurezza energetica europea.
Il contesto in cui matura questa doppia missione è segnato da una tensione regionale acuta e da un’emergenza energetica concreta. Gli attacchi iraniani degli ultimi mesi (droni e missili contro infrastrutture critiche, porti e impianti energetici in Arabia Saudita, Emirati e Qatar) hanno reso evidente quanto la vulnerabilità delle rotte marittime e delle catene di approvvigionamento non sia più un rischio astratto. In particolare, le incursioni sul complesso di Ras Laffan in Qatar hanno determinato una dichiarazione di force majeure da parte di Qatar Energy: dieci carichi di gas naturale liquefatto (GNL) destinati all’Italia sono stati cancellati fino a metà giugno, con un impatto stimato del 17% sulla capacità esportativa qatarina e una perdita annua di circa 20 miliardi di dollari per Doha. Il recupero richiederà 3-5 anni.Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante di GNL destinato all’Europa, è diventato un collo di bottiglia strategico. Per l’Italia, che importa il 95% del gas consumato e genera oltre il 40% della propria elettricità da fonti gassose – con il 45% del proprio GNL pre-crisi proveniente proprio dal Qatar – il Golfo non rappresenta più soltanto un fornitore di idrocarburi, ma un nodo essenziale per la resilienza del sistema energetico nazionale e continentale. In questo quadro, la richiesta arrivata dai Paesi del Golfo non è stata di natura politica generica, ma operativa e concreta: sistemi di difesa aerea integrati, capacità anti-drone, protezione delle infrastrutture sensibili e sostegno alla libertà di navigazione.
Crosetto non è partito di iniziativa autonoma. Come ha lui stesso anticipato in sede parlamentare, la missione è la risposta diretta a segnali chiari giunti dalle capitali del Golfo. È il passaggio logico successivo al lavoro preparatorio svolto dalla Presidente Meloni, che ha aperto canali politici di alto livello e ribadito la vicinanza italiana di fronte alle aggressioni iraniane. La Presidente Meloni ha costruito l’accesso; il Ministro Crosetto lo sta rendendo stabile e operativo. Una divisione di compiti che riflette una postura governativa matura, capace di articolare diplomazia e difesa in un’unica strategia coerente.
La tappa saudita: solidarietà, Hormuz e prospettive industriali
La missione si è aperta il 21 aprile a Gedda con l’incontro principale tra Crosetto e il principe Khalid bin Salman bin Abdulaziz, ministro della Difesa saudita. Il colloquio ha avuto un doppio registro. Da un lato, l’espressione di solidarietà per gli attacchi subiti dal Regno e il richiamo all’assistenza militare difensiva già fornita dall’Italia. Dall’altro, un’agenda strutturale: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la cooperazione tra forze armate e le prospettive di partnership industriale nel settore della difesa. Crosetto è stato accolto anche dal capo di Stato Maggiore saudita, generale Fayyad Al-Ruwaili, segno di un dialogo che coinvolge i vertici operativi.
In Arabia Saudita il tema della sicurezza regionale assume un peso particolare anche alla luce della necessità di bypassare Hormuz. Riyadh è da anni in prima linea contro le minacce asimmetriche – houthi yemeniti sostenuti da Teheran, droni low-cost, attacchi ibridi – e guarda all’Italia come partner europeo affidabile, non solo per gli aspetti militari ma anche per le opportunità di co-sviluppo tecnologico. Il Petroline, oleodotto storico costruito negli anni ’80 come alternativa a Hormuz (1.200 km dal Golfo al porto di Yanbu sul Mar Rosso, capacità di 7 milioni di barili al giorno), consente oggi di instradare direttamente verso Suez e il Mediterraneo petrolio saudita più vicino agli impianti italiani. Il World Defense Show, che si tiene proprio in Arabia, rappresenta un’occasione per rafforzare legami industriali: Leonardo, Fincantieri e altre realtà del comparto italiano possono giocare un ruolo crescente in un mercato che cerca diversificazione dagli storici fornitori occidentali.
Abu Dhabi: firma di una lettera d’intenti e sicurezza marittima
Il giorno successivo, 22 aprile, il ministro è atterrato ad Abu Dhabi. Qui il dialogo ha acquisito un peso politico ancora maggiore. L’incontro con il presidente Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan ha collocato la visita dentro una cornice bilaterale ampia, che spazia dalla cooperazione in difesa e sicurezza agli sviluppi recenti del Medio Oriente e alle loro ripercussioni sulla stabilità regionale e internazionale. Il tema della sicurezza marittima è emerso con evidenza, legato alle ricadute delle tensioni su Hormuz e sul traffico commerciale globale.
L’elemento di maggiore concretezza è stato la firma di una lettera d’intenti con il ministro di Stato per gli Affari della Difesa, Mohamed Bin Mubarak Bin Fadhel Al Mazrouei. Il documento mira a consolidare e ampliare la cooperazione in addestramento, scambio di esperienze, dialogo tra forze armate e partnership strategica complessiva. Gli Emirati, attraverso l’oleodotto Habshan-Fujairah (ADCOP, 1,8 milioni di barili al giorno verso il porto di Fujairah fuori dallo Stretto di Hormuz), offrono un ulteriore corridoio alternativo di fondamentale importanza per la diversificazione delle rotte. Gli Emirati, che hanno investito massicciamente nella modernizzazione delle proprie capacità difensive, vedono nell’Italia un interlocutore pragmatico, meno condizionato da dinamiche interne europee rispetto ad altri partner. La visita ha confermato che Abu Dhabi non cerca solo forniture, ma integrazione operativa e condivisione di competenze.
Doha: coordinamento difesa e ruolo di mediazione del Qatar
La missione si è conclusa a Doha con due incontri di alto profilo: prima con il vice primo ministro e ministro della Difesa Sceicco Saoud bin Abdulrahman Al Thani, poi con l’emiro Sceicco Tamim bin Hamad Al Thani. Il baricentro del confronto si è spostato sul coordinamento nel settore della difesa e sugli sviluppi più recenti della crisi. Crosetto ha espresso la solidarietà italiana per i danni subiti dalle infrastrutture qatarine e ha sottolineato il ruolo storico del Qatar come attore di mediazione pragmatica nella regione.
Il Qatar occupa una posizione peculiare: grande produttore di gas (l’Italia ne importa circa il 10% del proprio fabbisogno), mediatore in vari dossier mediorientali e base logistica per presenza occidentale. Oltre al dialogo militare, la missione consolida l’offerta italiana di assistenza tecnica per la ricostruzione di Ras Laffan (un investimento multimiliardario che posiziona Roma in pole position per i futuri contratti di fornitura) e rafforza l’accesso preferenziale ai volumi del progetto Golden Pass in Texas (joint venture Qatar Energy-ExxonMobil). Il dialogo con Doha rafforza il posizionamento italiano come partner affidabile anche per la stabilità energetica a lungo termine.
Il valore strategico complessivo della missione
Letta nel suo insieme, la sequenza Meloni-Crosetto definisce una linea italiana nitida e coerente. Non si tratta più di una politica estera episodica, ma di un approccio sistemico che lega sicurezza energetica, protezione delle infrastrutture critiche e proiezione di influenza nel Golfo. Per anni il rapporto è stato lineare: l’Europa comprava energia, il Golfo forniva e garantiva flussi stabili. Oggi quella semplicità è superata. Le rotte si sono allungate, i punti di vulnerabilità moltiplicati, e la distinzione tra “politica energetica” e “politica di sicurezza” è evaporata.
L’Italia, con questa duplice missione, non si limita a essere un cliente premium. Sta cercando di entrare nel meccanismo che rende possibili quei flussi: contribuendo alla deterrenza, alla sorveglianza marittima, alla protezione anti-drone e alla cooperazione industriale. È un cambio di passo rispetto al passato, quando la presenza italiana nel Golfo era più orientata al commercio che alla sicurezza condivisa. Oggi Roma si propone come ponte tra Europa e Golfo, in un momento in cui gli Stati Uniti riducono parzialmente la propria impronta e altri attori (Cina, Russia, Turchia) cercano spazi. In questo quadro, il porto di Trieste e il Trans-Alpine Pipeline (TAL) assumono un rilievo strategico continentale: il 100% del petrolio destinato alla Baviera, il 90% a quello austriaco e circa il 50% a quello ceco transitano proprio da qui, trasformando l’Italia in un hub energetico meridionale per il cuore industriale dell’Europa centro-settentrionale.
Questa postura ha implicazioni più ampie. Rafforza il concetto di “Mediterraneo allargato” caro alla strategia nazionale di sicurezza, integra la componente difesa nella diplomazia energetica e posiziona l’Italia come attore europeo proattivo in un quadrante cruciale per la transizione e la resilienza. Il tutto in continuità con il Piano Mattei, il quadro italiano di partenariati energetici e infrastrutturali con Paesi africani e mediterranei: dai memorandum sauditi su dissalazione e rinnovabili alle joint venture ENI con ACWA Power, fino ai progetti Fincantieri ed Elettronica già integrati nelle catene produttive del Golfo. Non è ancora una strategia compiuta e dichiarata in tutti i suoi dettagli, ma i movimenti sul terreno (due missioni ravvicinate, stesse capitali, agenda progressiva dal politico all’operativo) sono eloquenti.
Per l’Italia la libertà dei mari non è un principio astratto di diritto internazionale, ma un interesse vitale nazionale. Oltre l’80% del commercio internazionale viaggia via mare e la sola economia marittima italiana genera circa l’11% del PIL nazionale. Le azioni iraniane nello Stretto di Hormuz rappresentano quindi una minaccia diretta non solo ai flussi energetici, ma alla stessa capacità del Paese di mantenere aperti i propri approvvigionamenti e le proprie esportazioni.
In geopolitica, più delle dichiarazioni ufficiali, contano le sequenze e le continuità. La missione di Crosetto, seguita a quella di Meloni, è un segnale chiaro: l’Italia sta investendo sulla propria presenza strategica nel Golfo non per ambizione astratta, ma per necessità concreta di sicurezza nazionale ed europea. In un mondo in cui le linee di frattura si moltiplicano, chi sa costruire relazioni stabili e multidimensionali guadagna margini di manovra. Roma sembra averlo capito.
Foto: Ministero della Difesa, cc 4.0 sa by
Fondatore e Presidente della Fondazione Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" presso l'Università Marconi. In precedenza ha insegnato anche presso l'Università Cusano, sulla geopolitica del Medio Oriente e l'estremismo islamico.
Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi; successivamente ha svolto il ruolo di capo della segreteria tecnica del Presidente della Delegazione parlamentare presso l'InCE (Iniziativa Centro-Europea).
Autore di vari libri, tra cui Immigrazione: le ragioni dei populisti, che è stato tradotto anche in ungherese.
Direttore per le Relazioni internazionali del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Deputato nelle legislature XV, XVI, XVII, XVIII e Sottosegretario agli Affari Esteri durante il Governo Conte I. Laureato in Economia (Università di Firenze), Master in Business Administration (Università Bocconi), dirigente di azienda bancaria.










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