di Claudia Ruvinetti

Tra il serio e il faceto

A meno che non siate stati rapiti dagli alieni, negli ultimi mesi avrete certamente sentito parlare del film di Barbie, primo live action ispirato alla popolare bambola creata nel 1959 dalla Mattel, azienda statunitense che ha collaborato alla produzione del film, intrecciandosi sia a livello aziendale che contenutistico con il prodotto. Il lungometraggio della regista indie Greta Gerwig si apre con la voce narrante di Hellen Mirren che narra la storia della popolare bambola statunitense, introducendo lo svolgimento del racconto.

In un perfetto mondo rosa, denominato Barbieland, perfette bambole di plastica vivono un insieme di giornate perfette, tra perfette feste “solo per donne” e perfette passeggiate al mare. In un eterno ritorno degli uguali non c’è posto per la sofferenza e per gli intoppi, i bambolotti uomini sono solo delle comparse, vivono di luce riflessa di Barbie stereotipo, interpretata dalla luminosa Margot Robbie. Il quieto vivere viene interrotto dai pensieri sulla morte che portano la protagonista ad aprire un varco con il mondo reale – riferimento a un topos cinematografico ben noto, visto in “Matrix”, “Truman Show” e “Pleasantville” – in cui esistono sentimenti e conflitti tra i sessi. Barbie e Ken vanno così nel mondo reale e ciascuno di essi ha un’epifania, un’intuizione speculare su cui costruire una società diversa. Il sempliciotto Ken, interpretato dal brillante Ryan Gosling, si convincerà di voler portarsi dietro il bagaglio del “patriarcato”, visto essenzialmente in maniera semplicistica e grottesca come un mondo di “cavalli e birre”; Barbie scoprirà che “oltre le gambe c’è di più” e cercherà di convincere le altre bambole a riprendersi Barbieland ed essere sé stesse senza la perfezione in cui le costringe la realtà di plastica. Ne nascerà una lotta tra uomini e donne parodistica, tra amazzonismo e farsa, in cui a vincere saranno le Barbie e la protagonista deciderà di uscire dalla scatola giocattolo e diventare in carne e ossa.

Al di là della trama, inadatta a reggere un lungometraggio, il film si dipana tra sketch grotteschi, parti di musical e metamessaggi. Lo spettatore ha sempre il dubbio che la regista voglia ballare in bilico tra critica femminista e parodia, il film dà un colpo alla botte capitalistica e uno al cerchio dell’empowerment femminile, Barbie ha diritto ad essere interpretata dalla bellissima e perfetta Margot Robbie, ad avere un mondo di vestiti rosa e contemporaneamente all’autodeterminazione. Oltre ad essere un prodotto dell’ideologia progressista, il film è una gigantesca opera di rebranding della Mattel, che anni fa già pensava a come riposizionare il suo mercato, strizzando l’occhio al pinkwashing della “generazione Instagram” e creandosi una nicchia nel collezionismo adulto.

La violenza simbolica

Il concetto di violenza simbolica è stato introdotto dal sociologo Bourdieu per indicare un tipo di influenza delle classi dominanti – ora diremmo mainstream -, le quali compiono un’egemonia culturale senza costrizioni apparenti ma attraverso simboli. Il film surfa gli tsunami di questa sciagurata epoca, mimetizzando la battaglia con glitter rosa. Nella scena iniziale del film alcune bambine prendono a colpi dei bambolotti, simbolo della rivolta delle donne ai ruoli di genere, rinsaldando la negazione della maternità in un Paese come il nostro in cui la natalità è ai minimi storici. Oltre alla Barbie bionda Margot Robbie compaiono nella pellicola altre bambole, una di queste è Midge, la Barbie con il pancione – realmente messa in commercio nel 1963 -, che viene descritta dalla protagonista come un personaggio un po’ inutile e ai margini, poiché in fondo la maternità non è cool, non è un ruolo pensabile e pensato nel mondo in cui si può essere ciò che si pare con la fantasia, tranne madri.

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La generazione Z ha come portavoce nel film una giovane adolescente, figlia di una delle disegnatrici della Mattel, che rigetta le Barbie come giocattoli inutili e reazionari, apostrofando la Barbie pre-conversione “fascista”, epiteto che per gli statunitensi è il concetto ombrello di qualsiasi cosa non sia ammantato di cultura woke. In ultimo Margot Robbie parlando della sua dimora di plastica perfetta dice che “questa è la casa dei sogni di Barbie, non la casa dei sogni di Ken”, esprimendo un concetto simbolico di società teorizzata per donne dalle donne, ma che fa anche ricordare al dramma dei padri separati, molti dei quali, secondo i dati Eurispes, una casa proprio non ce l’hanno.

La costruzione del rispetto e della differenza

Barbie è un film che esalta le contraddizioni degli ultimi decenni, ammantando di satira la verità del rapporto tra i generi, i Ken sono degli accessori, perfino quando litigano alla fine del film l’impressione non è di virilità ma di danza goffa. L’impressione è che il film promuova una grande, grandissima solitudine come unico modello di vita vincente. Una solitudine estrema, che mira a fagocitare qualunque rapporto sentimentale in virtù di un bene più grande: combattere il patriarcato. Per combattere il patriarcato si devono raggirare gli uomini considerandoli poco più di orpelli decorativi. Sarebbe stato bello che nell’ultima scena i due protagonisti imparassero a trovare la propria strada, mano nella mano, aiutandosi l’un l’altro e nel rispetto delle reciproche sensibilità e differenze, allora sì, sarebbe stato un film trasgressivo.

claudia ruvinetti

Laureata in Psicologia, militante politica, coltiva parallelamente la passione per i temi della comunicazione politica, del rapporto fra i sessi e della storia militare.