di Emanuel Pietrobon

Le forze militari del Niger hanno consumato un colpo di Stato contro il presidente Mohamed Bazoum nella giornata del 26 luglio. Il mandante del golpe è emerso nelle ore successive, quando per le strade nigerine hanno cominciato a comparire ritratti di Vladimir Putin e tricolori russi tra le mani dei sostenitori della nuova giunta.

La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, che possiede un dispositivo militare collettivo – l’ECOMOG –, non ha riconosciuto la detronizzazione di Bazoum e ha inviato, di concerto con l’Unione Africana, un ultimatum ai realizzatori del putsch. Ma un’operazione multinazionale nel Niger, il cui neonato governo ha già ricevuto il sostegno di Guinea, Burkina Faso, Mali e Repubblica Centrafricana, potrebbe spianare la strada a scenari di anarchia diffusa suscettibili di impattare enormemente sia sulla sicurezza regionale sia sulla sicurezza europea.

La cintura dei golpe

Il colpo di stato in Niger è l’ultimo di una serie di avvenimenti che ha colpito la geostrategica regione del Sahel e i suoi dintorni nell’ultimo triennio, dando vita a una “cintura dei golpe” (coup belt) che si estende dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico e che risente considerevolmente dell’influenza della Russia. La maggior parte dei rovesciamenti che ha avuto luogo a partire dal 2020 in questa area vede infatti il coinvolgimento di assetti e/o proxy di Mosca, come militari legati alla Difesa russa, consiglieri del GRU, soldati del Gruppo Wagner e combattenti di origine nordafricana e mediorientale.

Gli episodi-chiave della stagione di instabilità che ha avvolto Sahel e dintorni sono i seguenti: otto colpi di Stato (Mali 2020, Mali 2021, Guinea 2021, Sudan 2021, Burkina Faso 2022, Guinea Bissau 2022, Burkina Faso 2022, Niger 2023), cinque tentativi di colpo di Stato (Niger 2021, Sudan 2021, Mali 2022, São Tomé e Principe 2022, Gambia 2022), due quasi-guerre civili (Repubblica Centrafricana, Sudan) e l’uccisione di un capo di Stato (Idriss Déby, 2021).

La pioggia di instabilità ha curiosamente avuto inizio nel 2020, un anno dopo il ritorno ufficiale del Cremlino nel Sub-Sahara – emblematizzato dal lancio del primo vertice Russia-Africa –, ed è aumentata di intensità con la guerra in Ucraina. La relazione tra Sahel e Ucraina non è casuale: la satellizzazione e/o la destabilizzazione del primo serve a Mosca per aggirare il cordone sanitario creato dall’Occidente in risposta all’aggressione russa della seconda.

La strategicità del Sahel

Il Sahel è l’arco più sottosviluppato dell’Africa, nonché il più esposto alla desertificazione, ma è anche un contenitore di ricchezze, in particolare combustibili fossili, metalli preziosi e minerali strategici. La sua posizione, essendo l’anello di congiunzione tra Africa settentrionale e Africa subsahariana, lo rende uno snodo fondamentale all’interno delle rotte della migrazione illegale. La debolezza degli stati regionali, i più fragili dell’intero continente, lo rende un bailamme di zone grigie in cui proliferano narcotrafficanti, organizzazioni terroristiche e venditori di esseri umani.

Possedere le chiavi del Sahel equivale ad avere il controllo di alcune delle più importanti tratte utilizzate dai trafficanti di esseri umani per facilitare i flussi clandestini diretti verso l’Europa. Questa è la ragione alla base della politica europea dell’esternalizzazione delle frontiere, che ha storicamente visto negli Stati saheliani la prima linea di difesa dall’immigrazione illegale e negli Stati nordafricani la seconda.

La coup belt ha messo a repentaglio l’intera politica europea di esternalizzazione delle frontiere, avendo destabilizzato per intero la frontiera esterna più estrema dell’Unione Europea e creato una catena di satelliti schierati con la Russia. Il rischio è che Mosca utilizzi la coup belt per militarizzare i flussi migratori, aprendo i rubinetti saheliani allo scopo di mettere sotto straordinaria pressione le frontiere europee in Nordafrica nella speranza-aspettativa di ottenere concessioni da Bruxelles – un modello che può funzionare, in quanto già collaudato dalla Turchia la scorsa decade.

L’importanza del Niger
Françafrique luglio 2023

Situazione strategica in Africa durante la crisi del Niger – clicca per ingrandire

Il Niger è uno dei perni del Sahel e la sua strategicità, iconizzata dalla presenza in loco di un rilevante dispositivo militare francese – circa millecinquecento soldati –, deriva da ragioni di natura geografica ed economica.

Il Paese è indispensabile per il contenimento – o lo sprigionamento – dei flussi migratori che si originano negli Stati costieri dell’Africa occidentale e il suo posizionamento nello scacchiere internazionale può supportare o minare gli sforzi europei in direzione della sicurezza energetica.

L’Unione Europea, che è alla ricerca di una diversificazione del proprio portafoglio di fornitori di gas naturale, ha svolto un ruolo-chiave nello sveltimento delle trattative tra Algeria, Niger e Nigeria per la costruzione del cosiddetto Gasdotto Transahariano. Infrastruttura che, se costruita, potrebbe pompare nell’euromercato fino a trenta miliardi di metri cubi di gas l’anno. L’obiettivo della Russia è di entrare verosimilmente nella costruzione del gasdotto, sostituendosi alla francese Total – molto attiva nella regione –, per continuare a esercitare influenza, seppure indiretta, negli equilibri energetici europei.

Il Niger possiede anche le quarte riserve di uranio più grandi del mondo – ma le indagini suggeriscono che altri giacimenti siano in attesa di essere scoperti – ed è il principale grossista dell’Unione Europea, che a esso si è rivolta per soddisfare un quarto del proprio fabbisogno negli anni recenti.

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La questione uranio è particolarmente sentita in Francia: il 15% dell’uranio utilizzato nelle cinquantasei centrali nucleari transalpine è di origine nigerina e due mesi prima del golpe, in maggio, l’Eliseo era riuscito a prolungare i diritti di sfruttamento della miniera di Somair fino al 2040. Ma la nuova giunta ha stracciato l’accordo, bloccando l’esportazione di oro e uranio verso la Francia.

Con la satellizzazione del Niger, il più importante dei paesi della cintura saheliana, il Cremlino potrebbe completare quello che il politologo Salvatore Santangelo ha definito l’”accerchiamento energetico” dell’Unione Europea: il gas russo che rientra dalla finestra (mediterranea) dopo la chiusura della porta (baltica).

La necessità di una nuova strategia per l’Africa

La storia insegna che i colpi di Stato che non godono di consenso popolare e dell’appoggio degli apparati non sono destinati a durare a lungo. I regimi militari della coup belt difficilmente creeranno delle migliori condizioni di vita dei loro abitanti, ma per un periodo di tempo indefinito vanteranno comunque una base di supporto piuttosto vasta: malcontento per l’inquinamento delle corporazioni multinazionali e risentimenti per i colonialismi di ieri e di oggi erano e sono diffusi a macchia di ghepardo in tutta l’Africa.

Emmanuel Macron ha accusato la Russia di aver incoraggiato la stagione di putsch per mezzo di operazioni cognitive ad alto impatto che, facendo uso di media statali russi, media locali, influencer e social media, avrebbero esacerbato le tensioni pregresse e sparso francofobia nel Sahel e dintorni. Le accuse dell’Eliseo poggiano su un fondo di verità, ma ignorano che il Cremlino ha alimentato, e non creato – la differenza è sostanziale –, un malessere che serpeggiava da tempo e che era in attesa di essere strumentalizzato.

Non è una coincidenza che le operazioni sovversive della Russia mostrino indici di successo più elevati nei paesi che compongono la sfera di influenza francese in Africa, popolarmente nota come Françafrique. Si tratta, invero, dei paesi in cui il risentimento postcoloniale è più presente, genuino e radicato che altrove e ciò facilita notevolmente sia la conduzione di cambi di regime sia la crescita di forze politiche antioccidentali.

L’Unione Europea è intrappolata nella gabbia dell’economicismo: è convinzione diffusa che l’import-export sia sinonimo di influenza. L’Africa dimostra che la politica internazionale non sempre risponde alle leggi dell’economia, perché, se così fosse, l’Unione Europea sarebbe in grado di esercitare un impatto sulle dinamiche continentali superiore a quello di Stati Uniti, Cina e Russia.

I decisori occidentali tendono a sottovalutare le capacità di influenza della Russia, in Africa come nel resto del mondo, per via dell’applicazione di criteri economicistici ai loro ragionamenti, che hanno come risultato la produzione di analisi riduttive, semplicistiche e, spesso, erronee della realtà.

La Russia non è mai stata una potenza commerciale e i mezzi che impiega in Africa per espandere la propria orma sono in primo luogo di natura immateriale: cultura, informazione, storia, università. La Russia investe nei cervelli per arrivare alle risorse: forma influencer, forma giornalisti e forma i futuri dirigenti – gli studenti africani nelle università russe sono quintuplicati fra il 2010 e il 2021, passando da seimila a trentamila. La Russia investe nel perpetuamento del ricordo del contributo sovietico all’indipendenza dei Paesi africani, che è benzina per la capillarizzazione di un “antioccidentalismo intergenerazionale”.

Incoraggiare l’ECOMOG a intervenire militarmente in Niger per ripristinare lo status quo ante potrebbe avere successo, portando alla caduta della giunta, come potrebbe scatenare una crisi regionale coinvolgente membri ECOMOG e componenti della coup belt.

Gli scenari migliori contemplano un ritorno del precedente esecutivo manu militari o la decisione della giunta di indire nuove elezioni nel futuro prossimo. Gli scenari peggiori prevedono una guerra civile, una crisi regionale moderata o una grande guerra centrafricana.

Per l’Italia è il momento di apprendere dagli errori francesi e di tenere a mente che la tribalizzazione dell’Africa centrosettentrionale è l’ultima conseguenza perversa della decisione di appoggiare il cambio di regime in Libia nel 2011 – peccato originale che ha scoperchiato il vaso di Pandora africano. Nel Sahel e dintorni sono in gioco la sicurezza fisica ed energetica dell’Europa, ulteriori sbagli non possono essere commessi.

emanuel pietrobon

Analista geopolitico, consulente di politica estera e scrittore. Laureato in Area and global studies for international cooperation (Università di Torino), si è formato tra Italia, Polonia, Portogallo e Russia. Specializzato in guerra ibride, questioni latinoamericane e spazio post-sovietico.