di Marco Malaguti

La religione progressista

Negli ultimi decenni, la parola progresso ha assunto una valenza quasi religiosa.

Un tempo il progresso era, più che una realtà, una promessa. Il progresso, così come “la società migliore possibile”, era sempre dietro l’angolo, una stella polare che, per quanto irraggiungibile, comunque indicava la via maestra. Come in ogni religione che si rispetti, il progressismo non può ammettere di aver vinto, non può proclamare la sostanziale corrispondenza ortogonale tra la Gerusalemme terrestre dei progressisti e quella celeste del Progresso inverato. Se, in poche parole, il Regno fosse già, non ci sarebbe bisogno dell’apparato atto a propiziarne e ad accelerarne la venuta, la chiesa progressista appunto. Il progresso, come in una grottesca caricatura della religione cristiana, è sempre in via di realizzazione ma l’intronizzazione e la venuta del Regno si situa sempre in un aldilà irraggiungibile.

Questo non nega, tuttavia, che una certa parte di Regno sia già realizzata, e questo piccolo recinto sacro è, come già ricordato, la chiesa progressista e le zone del mondo, questa volta fisico e terrestre, sotto il suo controllo. Sia che si neghi che una parte di Regno è già qui, tra noi, pur tra mille difetti e incompletezze, sia che si affermi che il Regno è già venuto e il Progressismo abbia vinto definitivamente la sua battaglia, ciò significherebbe, pur da punti di partenza opposti, che nulla vi è da difendere. Nel primo caso non c’è nulla di conquistato, e dunque di difendibile, nel secondo tutto è ottenuto, e dunque non esistono più nemici dai quali difendersi. Entrambi gli scenari negano, recisamente e senza possibilità di appello, la necessità dell’esistenza di una pseudo-religione, con relativo apparato sacerdotale, del progresso.

Il falso problema della linearità del tempo

Necessario presupposto dell’esistenza di questa “chiesa” – che ben conosciamo essere costituita dalla galassia di partiti politici, grandi gruppi mediatici, ONLUS del terzo settore e così via – è quindi, oltre all’ovvia esistenza di un antagonista (le destre e, più in generale, le identità), una visione lineare del tempo.

Se a proposito del progresso vi è una certezza, tra i progressisti, è che esso, così come il sol dell’avvenire marxista e il Regno di Dio per i cristiani, costituisce un destino ineluttabile: la storia viaggia su binari dai quali è impossibile evadere, il non aderire a queste Weltanschauungen è, prima ancora che sbagliato, profondamente illogico, irrazionale. Diversamente dalle prospettive delle civiltà tradizionali, infatti, nella visione progressista il tempo è una linea, un piano inclinato alla fine del quale vi è l’instaurazione di un’utopia dai contorni mistici e favolosi, a proposito della quale l’unica certezza di cui disponiamo è che la sua venuta è, appunto, certa, seppur priva di qualunque indicazione temporale.

Linearità temporale ed ineluttabilità possono apparire argomenti squisitamente teoretici ma sono, in realtà, di stretta attinenza pratica, e dunque politica.

Guai a condividere la cosmologia del nemico

Aderire, per pigrizia intellettuale o condizionamento psicologico, all’idea di ineluttabilità del concetto di progresso propagato dalla chiesa progressista è infatti sintomo di adesione, ancorché inconscia, alla chiesa stessa. Di questo problema, purtroppo, “soffrono” (termine improprio poiché tale sintomo è sostanzialmente indolore) molti esponenti delle Destre conservatrici di tutto il mondo.

In periodo di campagna elettorale questo è un argomento della più stretta attualità. È infatti diffusa, tra molti conservatori, l’idea che l’avvento della società auspicata, ancorché in termini vaghissimi, dai sacerdoti del progressismo, sia effettivamente ineluttabile. Che ciò dipenda da un’errata valutazione delle forze del progressismo anziché da una personale attitudine pessimistica le conclusioni non cambiano; si rimane in ogni caso impaludati nelle sabbie mobili dell’eterogenesi dei fini e la politica conservatrice diventa una mera prospettiva egoistica che mira a salvaguardare piccoli e isolati safe spaces prima che il Regno presuntamente ineluttabile si realizzi nella sua dimensione storica.

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Uscire dall’ipnosi

Le cose, ovviamente, non stanno e non debbono stare così. Come ogni altro fenomeno storico, la realizzazione storica del progressismo è tutt’altro che ineluttabile, e tale rimarrebbe anche se quest’affermazione non fosse corroborata dalla semplice prospettiva che vede il progressismo regnare, sempre peggio, su meno di un quinto del globo e meno di un settimo della sua popolazione.

Come ogni alienazione, anche quella dei conservatori ipnotizzati dai progressisti sussiste soltanto fino a che si è ipnotizzati da essa. Compito di un filosofo rivoluzionario, che cioè aspiri ad influenzare e favorire un re-volvere della storia, è quindi denunciare la natura artificiale di tale stato di ipnosi. Revolvere, ossia ri-tornare, prima ancora che mutare, non è un processo conservativo, ma schiettamente affermativo: l’uscire dalla prospettiva conservatrice in chiave rivoluzionaria implica naturaliter l’accesso ad una posizione affermativa, riflesso di una volontà che pone il mondo e non si accontenta più di ereditarlo conservativamente. Qui l’affermazione dell’identità si accorda con la volontà, cessa di essere un lascito consunto.

Ma il primo passo, la conditio sine qua non, è appunto il rifiuto dell’ineluttabilità dell’utopia del progresso. Per troppo tempo le forze conservatrici hanno quasi sempre accettato in eredità le innovazioni imposte dai progressisti. Ciò è avvenuto in ambito familiare, etico, economico, ed ha investito l’intera società. Per una qualche ragione i conservatori, una volta ereditati i “progressi” dei progressisti, finiscono per conservare anch’essi (del resto, definendosi conservatori, potrebbero forse agire diversamente?).

Le conquiste della chiesa progressista finiscono per diventare, falsamente, “patrimonio condiviso” dell’intera società. Si pensi ad esempio a ciò che hanno ottenuto i referendum promossi dai Radicali nella seconda metà del Novecento, oggi considerati pilastri laici della fede progressista. Ma questa idea di patrimonialità, questa ineluttabilità presunta di tali sconvolgimenti sociali – va ricordato ancora una volta – sono in realtà concezioni e prospettive illusorie di una realtà storica che esiste solo nella volontà, molto partigiana e ben poco razionale, di chi li pone. Per cambiare le cose occorre, primariamente, una volontà altrettanto partigiana e altrettanto determinata nel ri-voltarle, nel cancellarle.

Quale dio laico scenderà a punire il rivoluzionario ex conservatore? Quello da sempre negato dai progressisti stessi? Quello della storia che doveva inverare anche il sol dell’avvenire? Ci si conceda di avere dubbi in proposito.

Si cominci anche ad attaccare: troppo tempo si è rimasti in difesa; e si ricordi che ogni conquista, propria o nemica che sia, è sempre e solo una conquista, mai una pietra miliare che orna un binario dal quale è impossibile deviare.

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Si occupa di politica e articolistica culturale e d'opinione da oltre dieci anni. Co-fondatore e animatore del portale di informazione ed approfondimento Progetto Prometeo. Studente di filosofia, si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca.