di Nicola De Felice

Fornire solo armi all’Ucraina, senza sforzarsi di trovare un dialogo o un confronto diplomatico, non porta da nessuna parte, se non al massacro dell’esercito ucraino – ivi compresi i danni collaterali nelle migliaia di vittime civili coinvolti in una resistenza ad oltranza.

Non mancano nella storia situazioni analoghe che hanno richiesto soluzioni diverse. Ad esempio, nel maggio del 1940 l’esercito belga, stremato e con i cieli in mano alla Luftwaffe, non ebbe via di scampo. I tedeschi bombardarono le reti ferroviarie e le uniche strade rimaste percorribili, rendendo la ritirata un massacro. Nonostante i 1 700 km² rimasti in mani belghe, i soldati e i 3 milioni di civili fuggiti ancora liberi, il re Leopoldo chiese un armistizio, concludendo onorevolmente il conflitto per il popolo belga in 18 giorni.

Ora, anche se nel caso attuale le forze in campo sono ben diverse, ritengo che un tentativo di dialogo con Putin debba comunque essere avviato, anche da chi ha usato parole forti verso la controparte o ha fornito o fornisce armi all’Ucraina. D’altra parte, se si ha la responsabilità di assumere la posizione di “cobelligerante” attraverso la consegna di armi ad un belligerante, ci si deve assumere anche l’onere e l’onore di trovare una soluzione pacifica al conflitto, prima che la situazione precipiti irrimediabilmente. Il confronto delle reciproche posizioni non deve essere relegato solo al campo di battaglia, pena il perdurare di una situazione conflittuale estremamente dannosa in termini di vite umane spezzate e, per l’Ucraina, di lenta ma inesorabile perdita di sovranità territoriale.

Oltre alla clamorosa posizione presa dal nostro Ministro degli Esteri Di Maio, a fine febbraio, con la rinuncia ad ogni dialogo con la controparte russa, anche il mancato incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill, previsto per giugno a Gerusalemme e preparato da tempo (da ben prima che cominciasse la guerra in Ucraina), deve essere recuperato secondo ogni cristiana attenzione – o romana pietas –  per rimediare agli efferati scontri in corso tra due popoli fedeli, almeno sulla carta, all’insegnamento cristiano.

Il confronto, il dialogo serve laddove è necessario, non solo quindi nei talk show o a distanza atlantica. Se gli obiettivi della Russia sono chiaramente definiti dalla situazione operativa di occupazione territoriale portata avanti dalle proprie forze armate, non è del tutto percepito dove vuole arrivare l’Occidente con la sua strategia di impegno massiccio nel solo scaricare aerei pieni di armi a Kiev. Se questa è la posizione del governo dei democratici di Biden (con il Pentagono stesso alquanto scettico sulla strategia intrapresa), l’Europa – e l’Italia in testa – non può permettersi di chiudere unilateralmente il dialogo diplomatico ora delegato alla pragmatica Turchia. Una Turchia che comunque ha delle evidenti debolezze con entrambi le parti in causa: dalla Russia dipende dalle forniture di gas al 45% e dall’Ucraina riceve denaro in cambio dei temuti droni Bayraktar TB2 che tanto male stanno facendo alle forze russe.

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Al di là delle propagandistiche affermazioni del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nell’intervista rilasciata alla trasmissione “Zona bianca” di Rete 4, vorrei sottolineare come in alcuni suoi passaggi si delinea – e si ripete – la posizione di dialogo che potrebbe essere un punto di partenza per un confronto diplomatico con i russi: un’Ucraina neutrale e il riconoscimento in oriente e al sud delle autonomie dell’etnia russa, magari attraverso l’interposizione in situ dei caschi blu, anche attraverso dei plebisciti controllati dall’ONU.

L’Italia non sia succube delle decisioni altrui, ma faccia valere le sue ragioni, legate sia agli aspetti umanitari da sempre rispettati sia ai suoi legittimi interessi nazionali. L’Ucraina può rimanere fuori dalla NATO, ma assumere come Finlandia e Svezia ruolo di partner (e, secondo me, è bene che rimangano tali).

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Senior Fellow del Centro Studi Machiavelli. Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregate, ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria sia all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.