di Nathan Greppi

Al di fuori del mondo anglosassone, il Paese occidentale che ad oggi ha subito i maggiori tentativi di importare le nuove ideologie legate alla cultura della cancellazione è senza dubbio la Francia. Come riportava “Libero” a dicembre scorso, l’associazione neo-giacobina “la Libre Pensée” aveva ottenuto dal tribunale amministrativo di Nantes il benestare per abbattere entro sei mesi la statua di San Michele e il drago, situata dal 2018 nella piazza antistante la Chiesa di Saint-Michel del comune di Les Sables-d’Olonne, località balneare della Francia occidentale. Nello stesso periodo, a Fort-de-France, capitale dell’isola di Martinica (situata nei Caraibi ma possedimento francese), sono state demolite due statue del politico Victor Schoelcher, malgrado fosse uno degli abolitori della schiavitù in Francia.

Nonostante tali casi possano suscitare pessimismo, la Francia sembra aver iniziato a reagire contro questa deriva. A Rouen, il sindaco socialista Nicolas Mayer-Rossignol ha cercato di rimuovere dalla piazza centrale una statua di Napoleone che si trovava lì dal 1865 per spostarla in periferia, ma ha dovuto rinunciare quando i suoi concittadini, alla domanda se lo ritenessero giusto, al 68% si sono opposti.

L’evento anti-woke della Sorbona

Il contrattacco nei confronti della cancel culture non sta emergendo solo tra la gente comune, ma anche in quelli che sono i principali bastioni dei suoi propugnatori: le università. La Sorbona ha organizzato, tra il 7 e l’8 gennaio, una due giorni promossa dall’Observatoire du décolonialisme e dal Collège de philosophie, dove filosofi, storici, politologi e sociologi si sono espressi contro le derive del politicamente corretto e del pensiero decoloniale, che cerca di imporsi “come dogma morale contro lo spirito critico”. L’evento è stato patrocinato dal Ministero dell’Istruzione e, tra partecipanti in presenza e online, ha avuto più di 1.200 iscritti.

Secondo i relatori dell’evento, il pensiero decoloniale “rappresenta una sfida per il mondo della formazione. Al di là di un legittimo dibattito intellettuale che non va evitato, e non certo proibito, introduce nell’ambito educativo e talvolta scolastico una forma di ordine morale incompatibile con lo spirito di apertura, di pluralismo e di laicità che ne costituisce l’essenza”. L’impatto di tale ideologia, “importata per la maggior parte dagli Stati Uniti, non va né sopravvalutato né sottovalutato. Basti pensare che ora sta prendendo piede in tutti i settori della società, compreso il mondo dell’istruzione, dove ha già causato qualche danno”.

Non sono mancate contro-reazioni da parte della Sinistra decoloniale. Una petizione sul quotidiano “Le Monde”, firmata da 74 accademici, respinge i termini del dibattito, sostenendo che “wokismo” è solo un “termine polemico, che è servito, prima alla destra americana e poi ai neoconservatori francesi, a squalificare qualsiasi interpellanza progressista”.

La lettera degli studenti

Ad aver preso posizione contro tali derive negli atenei d’Oltralpe non sono solo docenti e dirigenti, ma anche una parte degli studenti: il 4 gennaio, è apparsa sul quotidiano “Le Figaro” una lettera aperta redatta da un gruppo di studenti di varie università francesi, che inizia così:

Noi, allievi di tutti gli istituti di scienze politiche di Francia, deploriamo la censura, ufficiale e ufficiosa, onnipresente nelle nostre scuole, da parte di alcuni studenti, associazioni e professori, e dell’amministrazione. Inoltre, nel nostro piccolo, vogliamo lanciare un allarme sui pericoli della cultura della cancellazione. Lungi dall’essere un fenomeno puramente anglosassone relegato entro le mura dei campus americani, l’esacerbato spirito comunitarista di questa enclave intellettuale fuori dal mondo vuole dettare legge su tutto.

La lettera è promossa principalmente dalle associazioni studentesche “Uni”, vicina ai gollisti, e “Printemps Républicain”, di matrice liberale. Prosegue così:

L’atteggiamento settario ed estremista delle associazioni di sinistra, pseudo-apolitiche, seguite dalla folla docile delle altre associazioni sportive e culturali, fa regnare un’atmosfera deleteria nella vita studentesca degli istituti di scienze politiche francesi e all’interno delle stesse associazioni, i cui membri refrattari agli ideali progressisti radicali sono rapidamente allontanati. Traumatizzati dal fatto di essere dei “bianchi cisgender eterosessuali’ e dunque dei “privilegiati” e dei “dominatori”, i professori e i membri delle direzioni degli istituti di scienze politiche tracciano, per necessità di pentimento e anche di masochismo, una via reale per le associazioni Lgbt e femministe.

[…] L’obiettivo, con la presente, non è porsi come vittime, ma allertare i nostri concittadini e i nostri dirigenti sulle derive degli istituti di scienze politiche francesi che, non dimentichiamocelo, sono destinati a formare le nostre future élite intellettuali, politiche ed economiche. Le derive che osserviamo attualmente all’interno delle Sciences Po di Francia si diffonderanno presto dappertutto.

Prima di queste dichiarazioni, l’insofferenza di una parte degli studenti stava già crescendo a causa delle recenti decisioni dell’UNEF, la principale organizzazione studentesca francese. La loro presidente, Melanie Luce, nel marzo 2021 rivelò all’emittente radiofonica “Europe 1” che organizzavano riunioni “non-miste” nelle università, dove i bianchi non sono ammessi in quanto farebbero parte del gruppo dominante e sarebbero all’origine del cosiddetto “razzismo sistemico” che, secondo loro, opprime la società francese. Una politica che è stata contestata anche dall’UEJF, associazione che rappresenta gli studenti ebrei in Francia, in quanto – nonostante l’antisemitismo fortemente presente nel Paese (che ha anche portato agli omicidi di due anziane ebree, Sarah Halimi e Mireille Knoll, rispettivamente nel 2017 e nel 2018) – secondo la logica dell’UNEF gli ebrei farebbero parte del gruppo dominante.

LEGGI ANCHE  Scott Cawthon: il creatore di videogiochi costretto a ritirarsi perché di destra
Reazioni da parte della politica

Anche da parte dei politici non mancano prese di posizione contrarie alle nuove tendenze. Se il candidato all’Eliseo Eric Zemmour si è recato nella già citata Les Sables-d’Olonne per difendere la statua di San Michele, anche nel partito “En Marche” del presidente Macron ci sono coloro che si oppongono. Il Ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, ha dichiarato che la cultura della cancellazione “cerca di minare la nostra civiltà umanistica” e, per adottare contromisure, ha inaugurato ad ottobre “Le Laboratoire de la République“, un think tank nato con il preciso scopo di studiare il fenomeno della cancellazione ed elaborare strategie per contrastarlo.

Le basi della reazione

Uno dei motivi per cui, forse, la Francia sembra presentare maggiori anticorpi contro il politicamente corretto, rispetto ai Paesi anglofoni, sta nel fatto che la sua classe intellettuale annovera numerosi intellettuali di destra o che, pur essendosi formati politicamente a sinistra, in seguito se ne sono allontanati per diventare molto critici del loro ambiente d’origine: nomi come Michel Houellebecq, Michel Onfray, Robert Redeker, Pascal Bruckner e Alain Finkielkraut riescono a ritagliarsi uno spazio non indifferente sui principali media d’Oltralpe e ad influenzare il dibattito pubblico.

Un’altra possibile ragione è che la società francese nel suo complesso è sempre più schierata a destra, il che è diventato ancora più evidente in vista delle elezioni presidenziali che si terranno ad aprile. Stando ai sondaggi del 12 gennaio, Macron è dato al 23% per il primo turno; dietro di lui, la candidata repubblicana Valerie Precresse è al 17%, percentuale simile a quella di Marine Le Pen, mentre Zemmour è accreditato del 13%. A sinistra, invece, il radicale Jean-Luc Mélenchon viene dato solo al 9,5%, mentre il candidato dei Verdi Yannick Jadot e la socialista Anne Hidalgo si attesterebbero rispettivamente al 7% e al 3,5%.

L’importanza di avere un buon numero di uomini di cultura schierati su posizioni non radical chic è stata compresa a fondo in Francia, molto più che altrove. Forse è anche per questo motivo che Marion Marechal, nipote della Le Pen dalla quale si è allontanata per divergenze di vedute, nel 2018 ha fondato a Lione l’ISSEP, un’accademia di studi politici ed economici nata per creare una nuova classe dirigente di destra. Marion ha dichiarato testualmente che il suo obiettivo è “staccare la spina al Sessantotto”.

+ post

Giornalista pubblicista, ha scritto per le testate Mosaico, Cultweek e Il Giornale Off. Membro del Consiglio dell'UGEI (Unione Giovani Ebrei d'Italia). È stato caporedattore di HaTikwa e addetto alle comunicazioni dello US-Italy Global Affairs Forum.