di Enrico Petrucci

Corsi e ricorsi storici: dal “Voi” fascistissimo…

Nel febbraio 1938 l’Italia fascista sancisce l’abbandono del Lei per fare posto al Voi. Un’iniziativa che si porterà dietro fin dall’inizio facili ironie: la più nota quella di  “ViaGalilei” che sarebbe diventato “ViaGalivoi”.

Per ottant’anni quel tentativo fascista di rivoluzionare la lingua era stato considerato una velleità comica di un regime che si andava scollando dalla realtà e dal consenso. Per ottant’anni sostituire un pronome con l’altro era la prerogativa della senescenza senile di un regime in via di decadenza. Oggi non è più così. Le magnifiche sorti e progressive dell’umanità reclamano nuovi pronomi con una serietà e severità tali che mancarono persino al Voi fascistissimo di Starace e Farinacci.

…alla Schwa inclusiva

Il dibattito sui pronomi è quello che nasce intorno alla neutralizzazione dell’italiano (il termine “neutralizzazione” che usiamo è volutamente ambiguo) per renderlo più “inclusivo”. E così anche in Italia comuni, scuole, case editrici di libri e fumetti hanno deciso di impegnarsi (soprattutto grazie alla nuova ondata d’ottimismo nel futuro scatenata dalla sconfitta di Trump) per usare asterischi, finali in “u”, e soprattutto la vera star di questi anni, la schwa o scevà: la famigerata “e” capovolta, il segno fonetico ə. Fonema utile per alcune desinenze napoletane o per le sillabe intermedie di parole pugliesi (ma solo della Puglia centro-settentrionale).

Il motivo è apparentemente nobile. Rendere il linguaggio più “inclusivo” e “meno sessista” da un duplice punto di vista. Da un lato abolire il “maschilista e patriarcale” uso grammaticale del “maschile sovraesteso”, ossia la pratica di intendere con un termine al plurale maschile uomini e donne. Esempi canonici come “tutti i presenti”, “cittadini”, “pensionati”. Nell’uso quotidiano non si va a fare una proporzione tra i presenti usando un plurale in base alla maggioranza, ma si usa direttamente il maschile plurale. C’erano 10.000 manifestanti in piazza, 1.000 secondo la questura, anche alle manifestazioni femministe.

Quindi abolire il maschile sovraesteso per rendere l’italiano più attento al ruolo delle donne. Ma non solo, perché si vuole rendere la lingua attenta anche alle esigenze di espressione delle cosiddette “persone non binarie”, ossia coloro che non si riconoscono nello spettro del binarismo di genere, ossia del genere binario, ovverosia nella natura biologica dei mammiferi. La grammatica italiana da questo punto di vista, non prevedendo forme neutre e avendo il maschile sovraesteso, risulta quindi sessista e patriarcale.

La lingua viva è stata quindi, per colpa dei lacci e lacciuoli dei linguisti (maschi bianchi e patriarcali), inglobata in questa gabbia binaria intrinsecamente opprimente.  Una gabbia limitante ottenuta mutuando nella grammatica i “generi” (maschile e femminile) dai “sessi” della biologia (idem).

Quello che i sostenitori della schwa non capiscono della linguistica

Questa visione che rende la grammatica intrinsecamente sessista non tiene conto che in alcune lingue, come l’italiano, il genere grammaticale è più che altro una convenzione per quanto vi sia in genere (in senso di generale non di genere biologico) una corrispondenza tra genere grammaticale e genere dell’ente a cui ci riferiamo.

Al solito esempio de il tavolo e de la sedia, sicuramente qualche linguista di scuola butleriana (quella della filosofa post-strutturalista Judith Butler, che per la severità con cui viene applicata nulla ha da invidiare alla jihad butleriana immaginata dal Frank Herbert in Dune) risponderebbe che la sedia è patriarcalmente sottomessa perché messa sotto al tavolo. Basterebbe allora dire, come faceva notare la Crusca nel 2004, che al genere grammaticale può non corrispondere l’eventuale genere naturale: “La guardia, la vedetta, la sentinella, spesso le troveremo associate a «essere animati di sesso» maschile; il soprano e il mezzosoprano sono grammaticamente maschili, anche se riferite alle voci femminili”.

Verrebbe da fare l’esempio del tedesco (quella lingua per cui “ogni parola è un’esecuzione”, come disse Mercurio Cavaldi dei Cavaldi di Parma nei Fratelli Grimm di Terry Gilliam) nel quale la Luna – sì, quella dei poeti, quella a cui declama il leopardiano Pastore errante dell’Asia – è in realtà un maschio e germanico «Luno»: der Mond. Si usa l’articolo maschile.

Eppure con il “Luno” i tedeschi dello Sturm un drang (tendenzialmente maschi) si sono ugualmente potuti ispirare, nemmeno fossero italiani romantici e decandentisti. A meno di non imputare a tutto il romanticismo tedesco ispirato dalla luna una sottile vena omo-erotica.

La schwa a colpi di ordinanze e regolamenti

Queste le premesse del dibattito grammaticale. Premesse con un filo di ironia, ispirati ai motteggi ironici con cui si rispondeva al lei-voi ottant’anni fa.

Ma se guardiamo all’attualità, il tempo dell’ironia è già finito. Il motivo nobile di neutralizzare l’Italiano ha preso il largo ed è già ordinanza comunale: alcuni piccoli comuni hanno iniziato a usare lo scevà nei loro atti. In fondo è solo una desinenza: un tentativo fonetico di chiudere la vocale finale come se stessi dicendo “io song də napulə”. Tanto Gomorra l’hanno vista tutti.

Non basta. Sulla scorta delle linee guida del ministero, uno dei prestigiosi licei classici di Torino ha stabilito di usare l’asterico per le comunicazioni ufficiali: si parlerà di student*. E le desinenze femminili in -essa vadano pure al macero. Tanto la Crusca sancì che i femminili dei mestieri con la tronca alla fine vanno benissimo.

La questione dei pronomi neutri

Ma questo non basta, perché se con la scevà in chiusura alla parola si aumenta l’inclusività abolendo de facto il maschile sovraesteso, c’è ancora tutto il problema dei pronomi non sufficientemente inclusivi per le persone non binarie. Ed è quello il problema che ci troveremo presto ad affrontare a livello di lingua parlata e grammatica.

Anche qui l’operazione si presenza sotto il segno del buon senso e dell’inclusività. Peccato che, come dimostrano le università americane, non si tratta soltanto di definire un ipotetico genere neutro per gli esseri umani (e infatti ci sono lingue che lo usano per gli oggetti o le cose inanimate, com’era il nostro latino).

Dalla neutralità al caos

Come dimostra il caso americano la richiesta non è di neutralità, ma di semplice caos… Al momento in inglese abbiamo i seguenti pronomi artificiali proposti dalla letteratura sull’argomento.

  1. thon
  2. e
  3. tey
  4. xe
  5. te
  6. ey
  7. per
  8. ve
  9. hu
  10. E
  11. ze
  12. ze, hir
  13. zhe
  14. sie, hir
  15. yo
  16. peh
  17. ze, zir
  18. sey, seir, sem
  19. fae

E ovviamente ogni pronome artificiale si porta avanti tutti i singolari, plurali, persone e, essendo inglese, pure i possessivi del caso. E immaginate che solo per ze e zeh abbiamo almeno 4 varianti. Semplice no?

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Si aggiungono altri pronomi inventati di diffusioni minore e senza significativi riscontri nella letteratura accademica per arrivare a circa 50 pronomi complessivi. E se ce ne fossero di nuovi si possono aggiungere compilando un semplice modulo, come ha iniziato a fare Instagram.

Il peccato di “misgendering”

Chi pretende d’essere chiamato con uno di questi lo premette sui suoi social, nei curricula e ci si fa spillette o t-shirt stampate in maniera tale che chi non voglia commettere peccato di non sufficiente inclusività sia avvertito a distanza a usare il corretto pronome.

E stia anche molto attento, perché l’inquisizione lo ascolta: nelle università statunitensi un docente che a qualsiasi titolo (e Primo Emendamento ti saluto…) dovesse usare un pronome non corretto (misgendering) per rivolgersi ad uno studente potrebbe essere licenziato.

Si dirà: è la solita esagerazione degli ammeriganə (un tempo erano degli ammerigani perché a esportare le mode erano i maschi bianchi e wasp… adesso non è più così). E no…

Pronomi inclusivi all’italiana

In realtà sta gia facendo la sua comparsa anche da noi il pronome inclusivo ləi, da pronunciare alla maniera del dialetto tra Cərɨgnola e Cɨstərnino. Se a dire tuttə, alla fine una soluzione si trova(una e muta, una desinenza napoletana, o usare la ə come semplice finale tronca come de facto fanno molti dei promotori della scevà; anche nel recente video del fumettista Scottecs, troviamo la chiusa che “è più un segno grafico, ma possiamo anche non pronunciarlo”). Con  ləi come si fa? Ormai inizia a comparire nella traduzioni italiane di alcuni fumetti DC Comics (grazie alla pagina Crisis in Comics) e in profili twitter.

E qui si capisce che le battute alla Galilei-Galivoi sono già superate. La situazione è grave (ma non è seria, cit.) e non c’è più nulla da scherzare. Perché, a sentire gli attivisti, sbagliare i pronomi “può intaccare la salute mentale” di chi si vede erratamente appellato. Cosa che può costare multe o perfino il carcere, come insegna il dibattito sulla legge del misgendering californiana.

Da noi in Italia c’è ancora margine per fare ironia, perfino fra gli intellettuali lontani da simpatie trumpiane. Lo fa Flavia Fratello su Radio Radicale leggendo un pezzo di Michela Murgia pubblicato su “L’Espresso”. Ma la Fratello è di origini milanesi. Sbaglia persino a pronunciare scevà, facendolo diventare una specie di sciuà , alla milanese giustamente. Un giornalista pugliese-campano avrebbe potuto dare migliore prova di inclusività.

D’altronde gli stessi araldi della Scevà non hanno le idee chiarissime. Ad esempio l’articolo della Murgia utilizza coerentemente tuttə, tranne nei virgolettati di testi citati e risalenti a “prima della liberazione grammaticale”. Pure nel finale dell’articolo, nel parlare dei conduttori del Concerto del 1° Maggio, scrive conduttori, quindi utilizza il maschile sovraesteso, e non il grammaticalmente neutro scevà. Insomma: quali sono le regole che dovrebbe darci le nuove regole della grammatica inclusiva? Quando mi ricordo di usarlo? La sensazione (forse abilmente fatta circolare proprio dai propugnatori di queste trovate) è che sia solo una moda.

Più realisti del re (o più politicamente corretti di Michela Murgia)

Nuova conferma la danno le stesse Michela Murgia e Chiara Tagliaferri nelle polemiche seguite a uno dei loro podcast della serie “Morgana”, dedicate a storie di figure femminili. Oggetto della puntata le sorelle Wachowski, di cui una, Lana, è oggi al cinema con Matrix Resurrection. Problema: le sorelle Wachoswski sono diventate famose quando erano ancora fratelli, ossia maschi, prima di compiere una transizione di genere.

Nel mondo anglosassone, quando ci si confronta con queste storie, bisogna essere molto attenti. Oltre all’uso corretto dei pronomi, per evitare il misgendering, bisogna assolutamente evitare un altro psicoreato: il deadnaming! Ossia chiamare una persona transizionata da un genere (non necessariamente sesso biologico) all’altro, con il nome che aveva prima. Problema non da poco in tema di personaggi famosi. C’è un altro attore, Elliot Page, che si è costruito il successo quando era ancora una lei. Tanto da vincere un Oscar come miglior attrice (e decine di altri premi e nomination per ruoli femminili interpretati quando era ancora Ellen).

Murgia e Tagliaferri hanno optato per il buon senso: essendoci un prima e un dopo della transizione, si può usare il raziocinio. Prima i fratelli Wachoski e poi le sorelle Wachowski. Giammai: il pubblico di “Morgana”, evidentemente ben attento alle tematiche di genere e che vede le autrici come araldi dell’approccio corretto, non ha gradito! E giù polemiche per avere ferito le persone trans.

E le due autrici si sono scusate con una storia di Instagram (piena di scevà) dove si giustificavano per non aver usato nel podcast il sacro scevà che avrebbe potuto salvarle dalla folla inferocit. I motivi?

Pur avendo scritto il testo della puntata con il segno schwa, abbiamo scelto di non pronunciarla. Le ragioni sono due. Possono non essere condivisibili tuttə, ma sono quelle che ci siamo date noi. La prima è che l’ascolto del podcast, a differenza della lettura, spesso è fatto durante lo svolgimento di altre attività e implica un flusso di attenzione più precario di quello necessario a un articolo o a un libro. La seconda è che il pubblico di “Morgana” è composto da persone di ogni appartenenza socio-anagrafica e molte di loro non conoscono per niente i dettagli delle nostre scelte di militanza.

Insomma, semplificando: troppo complicato per un ascoltatore e non tutti lo capiscono. Le stesse obiezioni che la gente comune fa agli araldi della scevà.

Questa disattenzione nell’uso da parte degli stessi propugnatori dello scevà potrebbe indurre a pensare che sia solo una moda passeggera. Anche se lo fosse sarà comunque utilissima a neutralizzare l’Italiano e non certo nel senso di renderlo “neutrale”, bensì “neutralizzato”. Ossia incapace di essere usato per pensare in maniera critica.

Sterilizzato, se vogliamo.

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Saggista e divulgatore, collabora con le testate "Storia in Rete", "Dimensione cosmica" e "Antarès". Co-autore con Emanuele Mastrangelo di Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e tra i curatori dei collettanei Eroi. Ventidue storie dalla Grande guerra (Idrovolante, 2018) e Terra Benedetta (Idrovolante, 2020).