di Daniele Scalea

Un nuovo libro italiano sul sovranismo

Negli ultimi anni, in Italia, diverse opere sono state dedicate al sovranismo. Tra le più interessanti vi sono il Manifesto sovranista di Paolo Becchi (recentemente bissato con un “seguito”), La rivoluzione sovranista di Marco Gervasoni e Sovranismo di Giuseppe Valditara (gli ultimi due autori, componenti del Consiglio scientifico del Centro Studi Machiavelli). Al novero si è aggiunto, pochi mesi fa, Sovranismo. La grande sfida del nostro tempo, scritto dal meno noto (anche per ragioni anagrafiche) Valerio Benedetti, ma che merita di stare a fianco dei tre titoli appena menzionati.

A differenza degli altri – che potremmo quasi definire dei pamphlet, o comunque dei brevi manifesti – quello di Benedetti ha più le caratteristiche del trattato. Nelle oltre 300 pagine del libro, corredato da ampio apparato di note e bibliografia, l’Autore cerca di riempire di contenuto la definizione di “sovranismo”. Esso – nota Benedetti – “non è un fatto, ma un da fare”, una categoria politica ancora in definizione.

La differente impostazione rende il suo libro meno “immediato” rispetto a quelli di Becchi o Valditara, in cui poche idee-guida risaltano e possono facilmente essere colte dal lettore. D’altro canto, la scelta di approfondire e discutere criticamente ogni punto, confrontandosi con la letteratura italiana e internazionale (da rimarcare la dimestichezza di Benedetti con quella tedesca), regala al lettore ampi excursus, forse non rapidamente traducibili in azione politica, eppure tra le parti più pregevoli del libro (notevole, ad esempio, quello sul razzismo, che ripercorre il dibattito scientifico sul tema).

Thymos: l’ira del sovranista
copertina

La copertina

Uno di tali excursus è quello sulla categoria di thymos, la “anima emozionale” associata dai greci antichi all’ira. Benedetti la approfondisce perché, a suo avviso, la rivolta sovranista è mossa non da odio ma da ira, ossia dall’energia dell’uomo offeso nell’onore e nella dignità. E ci dimostra come questa categoria di thymos fosse centrale non solo nell’antica filosofia ellenica (in cui rappresentava una delle tre anime, assieme alla concupiscibile e alla razionale), ma pure in quella moderna. Per Hegel la storia è dialettica tra signore e servo: il primo, mosso dal thymos, rischia la vita per conquistare il prestigio, mentre il secondo vi rinuncia per spirito d’autoconservazione. L’autoconservazione e il godimento materiale che erano elogiati come corretto movente umano da Hobbes e Locke, che condannavano l’onore in quanto sentimento irrazionale. Il tema è stato ripreso, in epoca recente, da Fukuyama, secondo il quale la democrazia disinnescherebbe la “megalotimia” (il desiderio di essere riconosciuti meglio degli altri) dandovi sbocco in economia.

Il lato emotivo e, in particolare, il moto d’ira in nome di valori “antichi” come l’onore e la dignità (oggi negati in nome di una razionalità che tutto dovrebbe annullare) è perciò rivalutato da Benedetti come fondante per il sovranismo. Capace di dargli una positiva spinta rivoluzionaria. Riallacciandosi, per giunta, a un ricco e antico dibattito filosofico.

Il sovranismo da farsi

Come si accennava in precedenza, secondo Benedetti il sovranismo non è tanto un fatto quanto un da fare. Ha trovato negli ultimi anni referenti politici pronti a blandirlo ma non a metterlo in forma. Non andrebbe confuso col populismo che è mero stile politico  e, per molti versi, inservibile alla causa sovranista per via della sua natura post-ideologica, ostile alle grandi narrazioni, attento solo ai problemi del quotidiano.

La medesima visione “dinamica” che ha del sovranismo Benedetti la propone anche per il fondamentale concetto di identità. L’identità – spiega – è multidimensionale (nazionale, politica, professionale ecc.) ma non multipla. L’identità nazionale è tra tutte quella più politica, perché gli Stati nazionali sono i principali attori politici. Quest’identità non è naturale ma culturale: deriva da un processo storico di individuazione di un popolo. L’identità, dunque, non è un fatto ma una possibilità.

Anche il popolo è un divenire. Esso nasce da una comunità che raggiunge la piena coscienza di sé e diventa nazione, ma rimane vitale solo fin tanto che è da farsi, finché può ancora forgiarsi nella storia. La stasi, inevitabilmente, lo uccide.

Il nemico globalista

Uno dei modi migliori per definire sé stessi è “in negativo”, ossia evidenziando ciò che ci distingue dagli altri – e più d’ogni altro, da chi individuiamo come nemico. Il nemico del sovranismo è indubbiamente il globalismo. Benedetti lo descrive come un “incesto liberal-marxista”, che sul piano intellettuale è post-marxista e su quello economico è neoliberale. Il piano d’incontro è la cancellazione di nazioni e confini, che già Marx elogiava come benefico portato dalla globalizzazione borghese. Venute meno, nella seconda metà del secolo scorso, le pregiudiziali di classe, l’incontro col neoliberalismo era privo d’ostacoli.  Le due ideologie si sono riunite, come affluenti d’un grande fiume la cui corrente spinge verso l’ideale della “fine della storia”.

Il sovranista, al contrario, vuole riportare la propria nazione nella storia. La società post-Sessantotto ha perso il tempo storico: non si vive più né per i predecessori né per i posteri, ma in un eterno presente. L’élite non è più guida del popolo ma si sconnette da esso: fugge dalla comunità, secede dai nativi, cerca propri spazi (uniformi) nel mondo. La politica viene sottomessa al diritto per castrarla. La nuova dimensione politica è individuata nella “società civile”, laddove si muovono lobby e gruppi di pressione. La comunità storica e di destino è rimpiazzata da una comunità giuridica: non c’è più la condivisione di passato e futuro, ma solo la convivenza del presente. Il popolo viene decostruito e diluito in un’umanità indifferenziata.

L’UE come progetto globalista
autore

L’autore

L’Unione Europea, spiega Benedetti, non è progetto di civiltà ma incentrato solo su mercato e moneta. Dietro l’UE non c’è alcuna volontà di potenza, solo fuga dalla storia.

La sua critica non si limita all’ideale ma entra anche nel merito del suo funzionamento fattuale. Accurata e interessante la ricostruzione dei fatti del 2011, con l’attacco al governo italiano dell’epoca e un autentico golpe incruento azionato da UE e BCE. Benedetti nota giustamente che, laddove gli USA nel secondo dopoguerra pagarono la loro egemonia con un deficit strutturale della bilancia commerciale, la Germania – egemone europeo – adotta invece una strategia mercantilista, col risultato di impoverire i suoi Stati “satelliti”. Non che ciò abbia avvantaggiato tantissimo il lavoratore tedesco, che dai tempi di Schröder almeno fa i conti con compressione salariale e precarietà per garantire la competitività commerciale del Paese. Tuttavia, Angela Merkel ha sfruttato tale competitività per ampliare i deficit commerciali dei vicini, obbligandoli infine a politiche di austerità.

La proposta di Valerio Benedetti è radicale: l’UE va abbandonata per ricostruire, sulle sue ceneri, un progetto europeo totalmente differente.

Sovranismo e conservatorismo

Secondo Benedetti l’ultima evoluzione dello stile populista è quella del leader che si identifica coi suoi elettori, si sforza d’apparire uno di loro. Un leader che, a dispetto dell’appellativo, è guidato dal “popolo”, ossia dagli umori del suo elettorato. La critica di Benedetti è ben centrata. Un problema dei politici populisti, soprattutto di quelli di destra (che, purtroppo, hanno in genere basi di cultura politica più labili rispetto ai leader ed elettori populisti di sinistra), è la mancanza di fermezza e coraggio nel sostenere linee coerenti con la visione complessiva delle cose. C’è una ricerca spasmodica del consenso sempre e a tutti i costi. Cosa che, nella pratica, finisce col tradursi in posizioni incoerenti e ondivaghe, legate a contingenze tattiche e mai con consapevolezza strategica. Questo comportamento – per inciso – può sì regalare subitanei successi di sostegno popolare, ma che ben presto si scioglie come neve al sole perché, alla lunga, l’immagine che si trasmette ai cittadini è quella di demagoghi trasformisti.

Va però detto che esiste un’interpretazione più nobile del “farsi guidare dal popolo”, ed è quella d’esserne fedeli agli usi, costumi, tradizioni e anche alla “volontà”, almeno nella sua manifestazione più generale e sublimata. L’essenza del populismo, in tal senso, andrebbe -a giudizio di chi scrive – trovata in un rifiuto dell’ingegneria sociale di matrice “progressista”. Che non è mero arroccamento iper-conservatore sulla difesa dell’esistente in quanto esistente, ma predilezione per evoluzioni progressive e il più possibile “naturali” della società.

Quando Benedetti indica il globalismo come “naturalizzazione dell’esistente” e, dunque, sua conservazione a tempo indeterminato, manca probabilmente un punto. È certo che esso voglia fissare lo status quo gerarchico che vede l’oligarchia cosmopolita, di cui è espressione, al vertice. Benedetti trascura però la carica rivoluzionaria che ancora oggi il globalismo esprime: di una rivoluzione (dall’alto) che sta trasformando la nostra società a un ritmo inusitato. I globalisti non detengono il potere per il potere: non sono un’aristocrazia medievale che difende l’esistente; non sono una borghesia conservatrice paladine dello “ordine costituito”. I globalisti lo vogliono spazzare via, l’esistente; vogliono demolirlo alle fondamenta e ricostruire a tavolino secondo la loro visione utopistica. Apprezzare la dimensione rivoluzionaria del globalismo porterebbe l’Autore, forse, a rivalutare parzialmente le istanze conservatrici.

Sovranismo e liberalismo

Quanto detto poc’anzi non vuole negare che lo Stato possa avere, come indica Benedetti, un ruolo di guida dell’evoluzione sociale (ossia indicare “cosa sia la buona vita”, per usare le sue parole). Neppure si vuole contestare la ricostruzione presentata nell’opera, in cui è ripercorsa la critica parallela (ma infine convergente) mossa allo Stato e alla sovranità popolare dai liberali e dai marxisti: per entrambi lo Stato sovrano è strumento d’oppressione (per gli uni dell’individuo, per gli altri delle classi subalterne). Benedetti attacca con particolare vigore il liberalismo, che riduce la società a meccanismi impersonali (mercato e diritto), svuotando così di ruolo la politica.

La critica radicale mossa al liberalismo (l’Autore rifiuta anche la distinzione, proposta da Croce, col “liberismo”, ritenendo inscindibili il piano etico-politico e quello economico) pone tuttavia una questione ineludibile per chi, come Benedetti, pubblica un libro nel 2021: ossia quello di assegnare lo spazio della libertà individuale nella società immaginata e proposta. È perfettamente coerente col tema – il sovranismo – che l’opera si focalizzi sulla difesa e rivalutazione della sovranità. È scelta legittima che tale sovranità sia declinata principalmente come nazionale e statuale (differentemente da quanto scelto da Becchi o Valditara, che privilegiavano la sovranità popolare; nella visione di Benedetti, le tre appaiono del resto indistinguibili).

Tuttavia, in una fase in cui lo Stato (saldamente in mano all’oligarchia globalista) annulla gli spazi di libertà dell’individuo, come dovrebbe porsi il sovranista? Accettarlo per deferenza verso la sovranità statale che “finalmente” cancella i lacciuoli postigli dal liberalismo? Indubbiamente un autore come Valerio Benedetti non darebbe una risposta tanto grezza ma sarebbe in grado di proporre, se non una soluzione a quest’aporia, spunti preziosi e stimolanti. Purtroppo, però, il tema è stato eluso in questo libro. L’accenno che pure si fa nel libro all’ordoliberismo – ossia alla dimensione normativa del neoliberalismo, che sfrutta lo Stato in chiave “costruttiva” ingerendo dunque nella società – non viene da Benedetti sviluppato per elaborare il problema del rapporto Stato-individuo.

Conclusione

All’opera si sono mossi un paio d’appunti. Un terzo che si potrebbe fare è quello di indulgere eccessivamente nell’anti-americanismo. Benedetti sembra trovare possibili interlocutori ovunque ma non negli USA, descritti alla stregua di un monolite globalista. Lo stesso progetto globalista è delimitato strettamente all’Europa: esso servirebbe a tenere “fuori dalla storia” solo il nostro continente. Opinione del recensore è che, invece, lo stesso attacco globalista sia in atto anche all’interno degli USA e che, anche all’interno degli USA, sia presente una resistenza sovranista (aggiungerei, anzi, che colà è pure più vitale e agguerrita che da noi – purtroppo). Certamente è auspicabile un rapporto più paritario tra Roma e Washington, ma l’impressione è che l’argomentazione – raffinata ed erudita – di Benedetti sia, di tanto in tanto, improvvisamente abbassata di livello pur di sostenere una pregiudiziale linea di ostilità ontologica all’America come “nemico pubblico numero 1”.

Tali appunti, però, vogliono essere solo spunto di dibattito e non certo bocciatura dell’opera. Sovranismo di Benedetti è un libro che spicca nella trattatistica sul tema. È un libro che, dietro la complessità accademica, nasconde una passione e una spinta mobilitante che non sfuggirà al lettore minimamente ben disposto verso i valori che lo ispirano. A prescindere dall’importanza, sempre relativa e puramente funzionale, che si voglia dare alle etichette – ivi inclusa quella di “sovranismo” – la lezione di Benedetti è chiara e da mandare attentamente a memoria: lo scopo della Destra (termine mio, non di Benedetti) è quello di riportare il popolo italiano e, più in generale, l’Occidente (termine sempre mio), nella storia. Il globalismo ce li ha estromessi, li ha sedati mentre li fa a pezzi sempre più piccoli: un giorno, non lontano, li avrà cancellati del tutto, se nel frattempo saranno mancati il risveglio e la reazione. Ma stare nella storia non è semplice. Richiede di prendersi rischi e fare sacrifici. Ciò che un popolo rammollito, svilito, demoralizzato, isterilito, di certo non può fare. Ecco perché, scrive Benedetti, “il sovranismo, per essere futuribile, deve operare una vera rivoluzione culturale, anzi antropologica”.

Bisogna ricordare ai presenti di chi sono figli. Richiamarli all’esempio dei padri e alla responsabilità verso i figli. Ridestargli la virtù assopita. In una parola: risuscitare in loro il thymos e incanalarlo verso una causa giusta e sacrosanta. Chi voglia impegnarsi in tale missione, farà bene a non trascurare la lettura del saggio di Valerio Benedetti.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.