di Giovanni Giacalone

Lo scorso 5 marzo le Forze dell’Ordine hanno arrestato a Bari il 36enne algerino Athmane Touami, alias “Tomi Mahraz”, con l’accusa di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale legato all’Isis. Non un profilo qualunque, in quanto gli inquirenti hanno potuto accertare il diretto supporto del soggetto agli attentatori che nel novembre del 2015 colpirono il teatro Bataclan, lo Stade de France e altri che presero parte a una serie di ulteriori attacchi sempre a Parigi; tra questi, Abdel Hamid Abaoud, Akrouh Chakib e Cherif Kouachi.

Touami, assieme ai due fratelli, si era specializzato nella produzione di documenti falsi e da tempo ne forniva a jihadisti attivi tra Belgio, Francia e Italia, assieme al necessario supporto logistico. Non a caso, nel luglio del 2015, Touami veniva fermato a bordo di un treno Parigi-Milano e trovato in possesso di carte d’identità false. Il 20 novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati, la polizia francese perquisiva l’abitazione del fratello, Mehdi, e sequestrava documenti vari (falsi e rubati), telefonini e dischetti con materiale jihadista.

Il 23 dicembre 2018 il Prefetto di Milano decretava un provvedimento di espulsione per Touami, che era anche stato arrestato in città per reati contro il patrimonio e risultava segnalato in ambito Schengen ed Interpol dalle autorità francesi e britanniche per attività correlate al terrorismo. “Tomi Mahraz” finiva prima nel CPR di Torino e poi in quello di Bari dove, nel marzo del 2020, riceveva anche una condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione per i reati di uso, detenzione e fabbricazione di documenti falsi e/o contraffatti (artt. 110 e 497 Bis 2° comma c.p.), sentenza poi ridotta in secondo grado a 2 anni dalla Corte d’Appello di Bari- III Sezione Penale. Lo scorso 5 marzo le nuove accuse, con tanto di immediata applicazione della custodia cautelare che ha impedito al soggetto di tornare in Francia, come da egli stesso auspicato durante la detenzione.

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L’arresto di Athmane Touami avviene a soli cinque mesi dall’imbarazzante caso di Brahim Aouissaoui, il terrorista tunisino che lo scorso 29 ottobre a Nizza ha ucciso tre persone, decapitandone una, presso la Cattedrale Notre-Dame. Imbarazzante perché Aouissaoui non solo era riuscito a raggiungere indisturbato le coste siciliane, ma era anche stato traghettato al porto di Bari su una nave-quarantena dove le autorità italiane lo avevano foto-segnalato e poi lasciato libero di proseguire il suo viaggio verso la Francia.

Del resto anche l’attentatore al mercatino di Natale di Berlino del 2016, Anis Amri, assieme a numerosi altri jihadisti, era tranquillamente transitato per l’Italia, Paese che è oramai da anni base logistica di quel jihadismo che poi colpisce in Europa (ma stranamente mai in Italia, più volte additata dagli stessi islamisti come “cuore del cattolicesimo”, assieme ai vari proclami sulla conquista di Roma): basti pensare alle varie operazioni “Mosaico”, “Rawti Shax” o a quelle che hanno portato all’arresto di cellule di Jabhat al-Nusra e Ansar al-Islam. Perché mai del resto i jihadisti dovrebbero colpire un Paese ben poco attivo sul piano internazionale e dove possono facilmente attraccare, stazionare e muoversi?

Ricercatore del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Laureato in Sociologia (Università di Bologna), Master in “Islamic Studies” (Trinity Saint David University of Wales), specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” (International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele). È analista senior per il britannico Islamic Theology of Counter Terrorism-ITCT, l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (Università Cattolica di Milano) e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis. Docente in ambito sicurezza per security manager, forze dell’ordine e corsi post-laurea, è stato coordinatore per l’Italia del progetto europeo Globsec “From criminals to terrorists and back” ed è co-fondatore di Sec-Ter- Security and Terrorism Observation and Analysis Group.

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