di Stefano Graziosi

 

Pur a fronte della gravità e dell’imprevedibilità della crisi del coronavirus, non si può dire che Donald Trump non abbia una strategia. Nonostante le minimizzazioni nel periodo a cavallo tra febbraio e marzo, il presidente americano ha – nelle scorse settimane – scelto una linea di marcato keynesismo per cercare di arginare gli effetti recessivi del morbo.

In primo luogo, ricordiamo che l’inquilino della Casa Bianca ha posto la sua firma su provvedimenti legislativi che stanziano un’elevata quantità di denaro pubblico per far fronte alla pandemia: un primo pacchetto da 8,3 miliardi di dollari, cui è seguito uno da oltre 100 miliardi. Un pacchetto, quest’ultimo, in cui sono stati introdotti tamponi gratuiti, sussidi per la disoccupazione e un potenziamento del programma sanitario Medicaid. Infine, non va ovviamente trascurato il mega stanziamento da oltre 2.000 miliardi di dollari (con assegni a singoli cittadini, sussidi alle famiglie con figli e fondi a tutela di ospedali, imprese e governi statali): una delle più poderose erogazioni di denaro pubblico che la storia americana ricordi. Rammentiamo infatti che, nel 2008, George W. Bush ricorse a 700 miliardi per il salvataggio delle banche, mentre nel 2009 Barack Obama usò poco più di 800 miliardi per il contrasto alle conseguenze socioeconomiche della Grande Recessione. In tutto questo, va anche registrato che tali corposi provvedimenti abbiano ottenuto un consenso fondamentalmente bipartisan al Congresso. Nonostante le tensioni tra repubblicani e democratici non si siano mai sopite, il clima politico si è fatto (relativamente) meno teso rispetto alla fine di febbraio. E la stessa Casa Bianca si è, in questo frangente, posta come punto di sintesi nelle varie istanze che sono state avanzate dagli schieramenti nel corso del dibattito parlamentare. Trump ha accolto infatti svariate richieste del Partito Democratico, accettando nei fatti di portare alla cifra di oltre 2.000 miliardi un provvedimento che originariamente la sua amministrazione aveva concepito di circa 1.000 miliardi.

Tra l’altro, non è affatto detto che le iniezioni di danaro pubblico si fermeranno qui. Al Senato proseguono le trattative per una nuova tornata di aiuti economici e non è un mistero che il presidente americano vorrebbe adesso intraprendere la strada della riforma infrastrutturale: un suo vecchio cavallo di battaglia che tuttavia è stato costretto sinora a tralasciare a causa degli ambienti repubblicani più rigoristi in tema di conti pubblici. In tutto questo, non va poi neppure dimenticato che Trump sta facendo ricorso al Defense Production Act per incrementare la produzione di materiale sanitario (dai respiratori ai tamponi, passando per le mascherine): una mossa che ha raccolto l’approvazione anche dell’ala sinistra del Partito Democratico. Si tratta di una legge, approvata ai tempi della guerra di Corea, che autorizza il presidente a chiedere alle imprese di conferire priorità alla produzione di quei beni considerati necessari per la difesa nazionale. È in questo contesto che Trump ha recentemente messo sotto pressione le grandi ditte automobilistiche (a partire da General Motors). Infine, a inizio aprile, l’amministrazione americana ha annunciato l’intenzione di coprire i costi, sostenuti dalle strutture ospedaliere, per la cura di pazienti non assicurati che hanno contratto il coronavirus.

Per il momento, sul fronte della risposta economica al morbo, si registra quindi una concordia maggiore di quanto spesso si pensi. E lo stesso Trump, alla prova dei fatti, si è mostrato meno divisivo di come spesso (anche in questi giorni) viene dipinto. Il punto attualmente più ostico riguarda semmai la questione della riapertura delle attività economico-commerciali: tema su cui si stanno registrando altalenanti tensioni tra la Casa Bianca e alcuni governatori appartenenti al Partito Democratico.

Alla luce di ciò, sarà interessante capire quali saranno le conseguenze politiche del keynesismo di Trump. Questa linea ha consentito al presidente di respingere le consuete accuse, che tendono a presentarlo come un nemico del welfare state e – in particolare – della sanità pubblica. Al netto delle oggettive difficoltà che la Casa Bianca sta riscontrando nella gestione della crisi, non si può negare l’ingente quantità di investimenti pubblici volti a tutelare le fasce più deboli. Da un punto di vista eminentemente elettorale, questa mossa ha indebolito la linea critica dell’Asinello e, in particolare, colui che dovrebbe teoricamente essere il suo rappresentante alle presidenziali di novembre: Joe Biden. L’ex vicepresidente, nell’ultimo mese, è infatti finito in un cono d’ombra, in quanto non sembra riuscire a ritagliarsi uno spazio che gli consenta di emergere come punto di riferimento politico nel contrasto alla crisi. Non solo perché ha avanzato una serie di proposte poco incisive ma anche perché non ricopre al momento incarichi istituzionali. È del resto per questa ragione che, oltre che da Trump, Biden si è ritrovato oscurato soprattutto dal governatore dello Stato di New York, il democratico Andrew Cuomo, il quale – gestendo l’area americana maggiormente martoriata dal coronavirus – è progressivamente emerso come riferimento per molti elettori democratici in tutta la nazione.

Novembre è ancora lontano. E non è ovviamente chiaro quali saranno le conseguenze politiche del coronavirus nei prossimi mesi. Ma chi dà già Trump come elettoralmente spacciato dovrebbe forse andare un po’ di più con i piedi di piombo.

Stefano Graziosi

Laureato in Filosofia politica (Università Cattolica di Milano) con una tesi su Leo Strauss. Si occupa di politica internazionale collaborando con "La Verità" e "Panorama". Il suo ultimo libro è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio (2020), scritto con Daniele Scalea.